BLOG DELLA RIVISTA FONDATA DA MARIA GIOVANNA FARINA NEL 2010
Egocentrismo al supermercato
- Signora, guardi che
questa è l'unica cassa aperta – è il mio avviso all'indirizzo di
una donna che incurante della fila e dello spazio angusto cerca di
passare con il carrello facendosi strada con una certa prepotenza.
Siamo al supermercato, in una comune mattina di domenica, le persone
sembrano rilassate, tranquille per il fatto di non dover andare sul
posto di lavoro. C'è chi scambia due parole con il vicino di fila e
chi immancabilmente consulta il telefono... la signora in questione
irrompe nella fila composta creando disordine, scomponendo anche
l'ordine interiore di chi accetta di attendere il proprio turno. Dopo
qualche secondo, la signora dal carrello nervoso, mi risponde
- Non ho alcuna
intenzione di perdere tempo e fare il giro più lungo per non passare
attraverso la fila e poi non si preoccupi, io devo fare la spesa
Il gelo scende sulla
piccola comunità dei presenti, solo una signora mi sussurra
- E pensare che lei è
stata così gentile, l'ha avvertita senza lamentarsi
Sono stata gentile, è
vero, ma la signora prepotente ha compreso che il mio discorso voleva
farle notare di essere in errore e il messaggio più o meno latente
era “Deve passare proprio di qui?”
lo ha compreso e ciò ci
dice quanto sia abituata ad infischiarsene del prossimo, ciò che
conta è lei stessa. Cosa rispondere ad una persona di questo genere?
- Non siamo soli, ci sono
anche gli altri -
E chissà che piano piano
non capisca il suo errore prepotente.
Maria Giovanna Farina
Daniela Carcano e Guseppe Turati in mostra
Quando partecipo all'inaugurazione di una mostra,
amo raccontare le mie impressioni.
Fotografie di:
Giuseppe Turati: Aura, Forma primordiale # 2
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| Con Daniela Carcano e Giuseppe Turati |
Le parole dei protagonisti. “Punti di vista di una
pittrice e di un fotografo, dove il colore cede il passo
essenzialmente al bianco e nero. Scorci, atmosfere, stati d'animo,
introspezione, percezioni di due sensibilità che intendono
condividere il loro sentire”.
La mostra milanese di Daniela Carcano e Giuseppe
Turati presso Spazio Porpora è stata l'occasione, una nuova
occasione, per apprezzare le loro opere.
Lei una pittrice che è andata oltre l'immagine per
scrutare l'essenza dell'ispirazione artistica
Daniela Carcano: Siamo strati di anime, razze, colori. Trovo
conforto nel tocco delle tue mani.
Insieme raccontano i lati oscuri ma non necessariamente tragici della vita. Anzi c'è una ricerca dell'essenza stessa dell'esistenza che va oltre gli orpelli e scende nel profondo. Il risultato è una piacevole visione che unisce le loro amime e quelle degli spettatori.
Fotografie di:
Giuseppe Turati: Aura, Forma primordiale # 2
Natale, tempo di regali
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| Non sono un oggetto! |
Il Natale anche
quest'anno è alle porte e le idee regalo iniziano a farsi strada
nelle conversazioni di tutti noi, a qualcuno verrà di certo
l'ispirazione di regalare un bel cagnolino morbido, tenero e che
ispira gioia. Poi come ogni anno si ripeterà, con scontata
ciclicità, l'abbandono.
I cani sono meglio delle
persone, i cani fanno schifo, sono le opposte convinzioni di molti
esseri umani, ma come al solito nel mezzo c'è la verità: il cane è
il miglior amico dell'uomo. È fedele, ti ama anche se lo abbandoni,
ma non si dimentica le angherie subite e nonostante ciò non smette
di amarti. Non si tratta di stabilire se è meglio o peggio di noi ma
se siamo portati al sacrificio per lui. Ci darà tante soddisfazioni,
ma anche tanto lavoro. Siete disponibili al sacrificio? Altrimenti ci
sono i pupazzi di stoffa. Se volete regalare un piccolo cagnolino,
non cercate il negozio di tendenza, gli animali da compagnia non sono
oggetti ma esseri che provano emozioni, dolore, gioia, tristezza... e
se decidete di farlo entrare in casa ricordatevi che esistono i
canili stracolmi di piccoli e grandi esseri viventi che attendono il
vostro aiuto. Fate una gita al canile della vostra città e appena
tra un cane e voi scoccherà la scintilla e una vocina interiore vi
suggerirà “portalo a casa” avrete incontrato il regalo di Natale
che stavate cercando per la figlia, la fidanzata, l'amica o per voi
stessi. Un grande filosofo come Renato Cartesio (1596-1600), riteneva
erroneamente che gli animali non provano dolore perché sono delle
simil macchine, ma oggi che sappiamo quanto questa idea sia
totalmente errata, come possiamo ancora lasciarli per strada dopo
averli illusi che per loro era finita la solitudine di una gabbia?
Se regalerete un
animaletto ai vostri cari, meglio evitare il fiocco in testa per
impedire all'idea dell'animale-oggetto di diffondersi
pericolosamente. Milly, nell'immagine di questo articolo, era al
canile ed ora vive felice in casa mia. È un regalo della vita, un
dono vivo che non deve essere incartato.
Maria Giovanna Farina
In bocca al lupo
I proverbi e i
modi di dire popolari sembrano nascondere la saggezza
dell'esperienza, ma non sempre vengono pronunciati con cognizione di
causa. Siamo abituati a dire una frase scaramantica per non dire
Buona fortuna, un augurio questo che a detta degli “esperti”
porterebbe male. Scaramanzia e luoghi comuni sono amici per la pelle
e ciò non giova alla nostra evoluzione, ma se proprio non possiamo
farne a meno prima di pronunciare certe frasi pensiamo un po' di più
al loro significato. Se per augurare il buon esito di un esame, di un
colloquio di lavoro, della nascita di un progetto diciamo “In bocca
al lupo” e l'altro risponde “Crepi!”, non ci rendiamo conto
che l'altro si augura il fallimento del proprio progetto? Tutto
questo accade perché ci fermiamo ad una prima interpretazione. Prima
di tutto chiediamoci cosa significa andare in bocca al lupo: non è
solo una cosa rischiosa ma anche un luogo di protezione se tra le sue
temute fauci finiscono i cuccioli. Anche la mamma lupa ha un istinto
materno e in caso di pericolo mette al sicuro la prole prendendola in
bocca. Quindi augurandoci che crepi auguriamo un destino nefasto ai
piccoli. E se trasportiamo su di noi tutta questa scena, possiamo
immaginare che simbolicamente con quel “crepi” non facciamo che
tirarci la zappa sui piedi. Certo, qualcuno potrà obiettare che quel
in bocca al lupo significa andare in un luogo pericoloso e per
salvarci non ci resta che augurare all'animale la morte, vero anche
questo, ma poiché ogni detto ha il suo contrario quando usiamo certe
frasi assicuriamoci in che modo le stiamo adoperando. Ogni proverbio
ha il suo opposto: pensiamo a “La lontananza fortifica l'amore” e
il suo opposto “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” e così
tanti altri. Per questo è meglio usare certe frasi seguendo
attentamente “le istruzioni”: se siamo dei cacciatori non
possiamo che augurarci che il lupo “Crepi”, mentre se la nostra
anima è animalista non ci resta che ribattere con un “Grazie”.
Non rispettare la coda è violenza
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| Immagine. tratta da Focus |
Quando si è in coda alla posta, in banca, alla cassa del supermercato, capita spesso che qualcuno voglia passare avanti in modo, più o meno, subdolo: a volte senza ritegno. Magari con una scusa banale! Fatto sta che la coda non piace a nessuno. Tutti si vuole arrivare per primi: la coda riporta all'atavico istinto di prevalere sull'altro. L'altro che ci sta davanti, secondo il punto di vista di chi pensa che prevaricare sia giusto, è un nemico da abbattere. L'altro diventa un oggetto, semplicemente da spostare, anzi da buttare. E allora si spinge, si trova il modo per non stare dietro. Idealmente, c'è, anche, chi pensa che chi non rispetta la coda non sia una prevaricatore e che egli non sia fautore del mio malessere. Pertanto, in questo caso, si accolgono i sorpassi altrui come inevitabili. Ma siccome abitiamo un mondo reale, la questione del rispetto per la coda, è, perciò, un valore. Quanto vale quella di un pianoforte? Eccome se vale! Migliora incredibilmente l'effetto armonico dell'esecuzione. Anche i titoli di coda sono importanti perché contengono i nomi di chi ha realizzato e partecipato ad un film: anche quella degli animali favorisce la comunicazione.
In una società in cui il vincente è colui che si è fatto strada a suon di sgomitate, è normale viva la convinzione che non sia violenza subire lo "sgomitatore". In una comunità dove il peso della parola, la fiducia e il rispetto per l'altro sono in svendita, lasciar passare diventa, perciò, un modo per rinforzare un comportamento. Perciò, dimentichiamo In cauda venenum e pensiamo alla coda come un dulcis in fundo di chi, aspettando il proprio turno e rispettando chi è venuto prima, arriva alla meta senza trucchi né inganni.
Maria Giovanna Farina
Maria Giovanna Farina
Cerchiamo la felicità nel quotidiano
| Disegno a matita di Flavio Lappo |
Si
parla del sacro fuoco dell’arte, ma esiste anche il sacro fuoco
della filosofia. Quel desiderio di cercare, interrogarsi, scoprirsi o
ri-scoprirsi. Ed è bello, anche se faticoso, perché i frutti si
raccolgono. Sapete come? Scoprendo anche la felicità! Tutto ciò che
desideriamo come esseri umani è stare bene e sappiamo che non
bastano gli oggetti materiali, ci vuole qualcosa di diverso e di più
impalpabile. Del resto, se i filosofi nei lunghi secoli che ci hanno
preceduto hanno passato la vita a pensare e a trasmettere le loro
considerazioni, a qualcosa sarà pur servito! Leggerli ci aiuta a
trovare la nostra strada e le loro riflessioni mi hanno aiutata a
giungere ad una considerazione: essere felici è molto facile, ognuno
deve trovare la propria felicità. Sì, ma come? Mi par di udire in
sottofondo questa domanda, ed ora provo a rispondere. Essere felici
24 ore su 24 è impossibile, si può esserlo in alcuni momenti,
quando ci si rende conto magari di aver imboccato la strada giusta.
Siamo felici quando l’uomo o la donna dei sogni ci ama, quando ci
nasce un bambino, quando apprezzano il nostro operato? Sì ma non
solo, noi cerchiamo anche appagamenti quotidiani e poi tutta la
fatica per arrivare alle grandi mete è pesante e ci rende infelici
specialmente se il risultato tarda. Fermiamoci un attimo a
riflettere: se siamo felici per pochi attimi e il resto è
sofferenza, che vita è? La chiave di accesso ad una vita serena e
appagante non sta solo nella vittoria e nelle grandi conquiste, ma
nel godere di cose apparentemente insignificanti come aiutare la
vecchietta ad attraversare la strada, cogliere il sorriso di un
bambino, respirare il cielo sereno, assaporare il benessere del
corpo, ascoltare una bella musica…tutte cose che non hanno un costo
monetario ma che nutrono il nostro bisogno di una serenità di fondo
e sono in grado di condurci verso attimi di felicità.
Ecco,
sono felice perché ora scrivendo questo articolo e spero di aiutare
qualcuno di voi a vivere un attimo di felicità!
Maria
Giovanna Farina
La timidezza si può vincere
| disegno a matita di Flavio Lappo |
La
parola timidezza deriva dal verbo latino timère, ha
a che fare perciò con la paura e il timore. Chi è timido si sente
bloccato nei rapporti con gli altri e lo dimostra anche con reazioni
fisiche: può diventare rosso in volto, e poi sempre più rosso per
la vergogna di essere notato, può balbettare o avere una eccessiva
sudorazione delle mani... Il timido è sostanzialmente un insicuro
che ha poca fiducia nelle proprie risorse, perciò si crea tante
difficoltà quando deve affrontare qualcuno, soprattutto se è
coetaneo e dell’altro sesso dove la possibilità di essere
fraintesi gioca un ruolo decisivo: ciò lo conduce spesso a
comportamenti asociali che rendono un’immagine di sé falsata. Un
timido può essere esitante nello stringerti la mano, non ti guarda
negli occhi quando ti parla, giunge persino a non salutarti se ti
incontra per strada. A volte, per reazione, usa un linguaggio
scurrile per mascherare la propria timidezza, l’altro però lo
interpreta come arrogante e maleducato. Ciò spinge maggiormente il
timido in quel atteggiamento di difesa che ho descritto e l’altro a
convincersi di aver a che fare con una persona indisponente. Quando
la timidezza è eccessiva si crea una vera e propria barriera tra noi
e l’altro. Il punto centrale della timidezza è scoprire e
valorizzare le proprie capacità e competenze per acquisire quella
fiducia in noi stessi che ci permetterà di superare lo scoglio. Con
quali strategie iniziare? Se
siamo
timidi con l'altro sesso,
cerchiamo di socializzare con qualcuno o qualcuna che non ci attrae,
ciò aiuta ad entrare nella situazione. Se il nostro timore è
parlare davanti ad una platea, iniziamo con l’assemblea
condominiale o ad una festa di compleanno. Il timore si vice
sostanzialmente in tre modi:
1)
Affrontiamo prove alla nostra portata: prima di scalare il monte
Bianco, ci sono montagne meno impegnative
2)
Convinciamoci che chi incute timore spesso ci fa paura perché lo
sopravvalutiamo
3)
Cerchiamo di colmare la nostre lacune conoscitive, questa è la
strategia fondamentale che dà risultati certi
il collezionismo
Quando il collezionismo occupa eccessivamente lo
spazio degli altri diventa un ostacolo per la vita in comune. È
interessante considerare l’oggetto che si sceglie: spesso è
casuale, ma in tanti casi dice molto dei bisogni della persona,
comunica qualcosa di importante da non sottovalutare e se continua
non è più casuale.
Ma cosa è il collezionismo? Ognuno di noi ha
iniziato almeno un volta nella vita una raccolta, a partire da quella
di figurine nell’infanzia per giungere ad oggetti di vario tipo da
adulti. I pezzi di una collezione possono essere di materiale
prezioso ma anche di plastica, per il collezionista non ha alcuna
importanza il componente, ciò che conta è l’oggetto e le sue
svariate rappresentazioni. Riflettendo possiamo subito dedurre che
chi colleziona si appropria di copie diversificate, anche
minimamente, della stessa cosa. Il suo desiderio è possedere sempre
più oggetti, i più rari, i più strani, quelli che non possiede
nessuno, è un po’ come dire “Io sono arrivato a possederli
tutti”. Se da un lato questo può apparire un atteggiamento
infantile, dall’altro possiamo considerarlo un bisogno di
rassicurazione. Chi possiede tutte le versioni (cosa impossibile) di
una bottiglia possiede la bottiglia e quindi ciò che essa
rappresenta per lei o per lui. Collezionare è, dal mio punto di
vista filosofico, possedere la storia: gli oggetti collezionati
ricordano i vari momenti in cui sono entrati nella nostra vita,
dicono l'epoca in cui sono stati costruiti... Se osserviamo però il
collezionista ci accorgiamo che non raggiunge mai l’appagamento, è
felice quando aggiunge un nuovo pezzo alla sua raccolta, ma torna
smanioso subito dopo. L’oggetto dei desideri consente di mettere in
luce qualcosa di cui siamo privi, quindi la collezione può darci
anche l’illusione di colmare una vuoto.
Il collezionismo si può considerare come il gatto
che si morde la coda, un'azione che non raggiunge mai l’obbiettivo,
a meno che si decida di terminare la raccolta. Possiamo concludere
dicendo che il collezionista va lasciato fare, solo in casi estremi
se dilapida ad esempio il patrimonio di famiglia, o pericolosi come
nel caso dei serial-killer, è necessario intervenire. (Segnalo un
caso particolare da me trattato, “Il collezionista di Barbie”)
http://www.mariagiovannafarina.it/barbie.html
Alzi la mano chi non ha mai detto una bugia?
| Disegno a matita di Flavio Lappo |
Le
bugie fanno parte della nostra vita quotidiana, non hanno sesso né
età: alzi la mano chi non ne ha mai detta una? Ci sono bugie
involontarie e bugie volontarie. Qualche anno fa la Cassazione ha
stabilito che non è reato dire bugie per difendere l’amante,
difendere cioè il suo onore dal pubblico dileggio. Questa può
considerarsi una legalizzazione del mentire? Direi di no, è solo un
richiamo all’onore e alla privatezza della persona quando per la
legge non ci sono di mezzo fatti gravi. La cosa che a noi interessa è
il mentire per il gusto di farlo al di là del bisogno di scagionare.
Per questo motivo osserviamo i nostri bambini e il loro rapporto col
mentire. Chi ama raccontare tante panzane lo fa spesso per realizzare
un desiderio che può essere quello di, almeno nella fantasia, vivere
una vita gratificante e allora racconta di essere un pilota, una
modella o amico/a di un vip. Raccontare le bugie è un’arte, sono
necessari alcuni requisiti: 1) avere ottima memoria per non cadere in
contraddizione 2) possedere spiccate capacità per giustificare in
modo credibile eventuali gaffe
3) spirito istrionico per essere creduti. Il mentire è anche un
utile strumento per crearsi uno spazio privato (fantastico o reale)
inaccessibile a chicchessia. E allora vediamo che chi ama mentire è
una persona che ha avuto poca libertà d'azione fin dalla più tenera
età, non è riuscita ad attirare a sé le persone, per cui ha dovuto
per raggiungere l’intento costruirsi una realtà parallela più
interessante della propria. Ricordo un bambino che, vivendo lontano
dal padre per molti mesi all'anno, dovette crearsi una vera e
propria realtà immaginaria per tollerare il dolore della mancanza.
Quindi raccontava di aver trascorso il fine settimana in una località
di mare dove sapeva che il padre si recava per lavoro, impreziosendo
il racconto con particolari del tutto inventati ma pertinenti. Questo
eccessivo uso della bugia fantastica gli procurò uno squilibrio del
comportamento che intaccò i suoi rapporti con gli altri. Ciò ci
insegna che la bugia fantastica aiuta entro certi limiti, ma non può
e non deve sostituire la gratificazione concreta, questo vale per
tutti i nostri rapporti con le cose e con le persone.
Fondamentale è non mentire a se stessi, la filosofia a partire da
Socrate ci ha insegnato ad eliminare le false idee della mente
attraverso un interrogarsi critico alla ricerca di risposte vere.
Maria Giovanna Farina
Maria Giovanna Farina
Non generalizziamo
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| Disegno a matita di Flavio Lappo |
La generalizzazione è un atteggiamento anti-filosofico, portando il discorso nel quotidiano possiamo affermare ad esempio: se un uomo ci ha tradite non significa che tutti gli uomini sono traditori o se un'insegnante tratta male i bambini non vuol dire che le insegnanti sono tutte streghe di Biancaneve. Generalizzare è sbagliato, lo affermava anche con il suo libro La formazione dello spirito scientifico il filosofo del '900 Gaston Bachelard, perché ogni individuo, pur avendo tante caratteristiche in comune con i suoi simili, è un mondo a sé e ciò che va benissimo per un soggetto non è detto sia adatto per un altro. Pensando alle feste natalizie appena trascorse e alla malinconia che ad alcuni di noi hanno lasciato o addirittura hanno provocato durante il loro svolgimento, cerchiamo di dare una risposta partendo da un discorso generale, ma non generico né generalizzante, sulla possibile causa delle nostre tristezze. Proviamo a chiederci: non sarà che la realtà è troppo diversa dell’immaginazione? Un suggerimento questo ispirato al pensiero di Platone, quando sostenne come ci sia un abisso tra le idee che abbiamo nella mente e la realtà, che può condurci ad una riflessione interessante. Tutti abbiamo nella mente un’idea del Natale legata allo stereotipo del Natale festa meravigliosa dove tutto è perfetto, ma la realtà, anche se di poco, è sempre diversa e ciò disillude. Suggerimento: per godere delle feste è preferibile apprezzare ciò che abbiamo smettendo di sognare ciò che non abbiamo o non abbiamo più. Questo suggerimento credo sia valido un po' per tutti e lo possiamo applicare non solo al Natale ma al resto degli avvenimenti quotidiani della nostra vita: non sto dicendo di accontentarci, ma di apprezzare ciò che già abbiamo di prezioso. Magari viviamo con un uomo che ci ama, ma ciò non ci gratifica fino in fondo perché siamo ancorate ad un modello di relazione che sognavamo durante l'adolescenza: la fregatura è che quel tizio, di un tempo che non c'è più e magari abbiamo idealizzato, ora chissà dov'è e come è diventato....e noi nel frattempo ci perdiamo l'oggi: questo, alla fine, è il vero dramma.
Maria
Giovanna Farina
Come realizzare i nostri progetti
I piccoli e i
grandi progetti dell’esistenza hanno bisogno di una buona
elaborazione per essere realizzati. Teniamo conto che progettare è
l’attività peculiare dell’essere umano, è un’attività che
sviluppa l’intelligenza e testimonia il nostro desiderio di vivere.
A volte le idee ci frullano disordinatamente nella mente creandoci
uno stato d’ansia e di insoddisfazione difficilmente gestibile
perché non sappiamo se riusciremo mai a realizzarle. Quale strada
percorrere per raggiungere l’obbiettivo, eliminare il disagio e
avvicinarci alla felicità?
È necessario
partire da progetti piccoli e di facile realizzazione come ad esempio
assecondare il nostro desidero di dare un nuovo ordine al contenuto
degli armadietti della cucina.
- Se voglio un
nuovo ordine vuol dire che quello attuale non mi soddisfa, perciò le
idee nuove le scriverò su un quaderno
-
Successivamente tra le idee che andrò ad appuntarmi farò delle
scelte: quali tenere e quale cestinare
- Quando avrò
deciso il nuovo ordine sarà il momento per iniziare i lavori
- Prima di
svuotare gli armadietti devo trovare un piano d’appoggio
provvisorio che non ostacoli i movimenti in casa
- Ora potrò
realizzare il mio progetto sicura della buona riuscita
Questo
procedimento applicato ad una situazione molto semplice e non di
difficile realizzazione ci dà il metodo, poi possiamo applicarlo a
tutti i progetti della nostra vita anche i più ambiziosi. Se ad un
certo punto dovesse intervenire nel nostro lavoro un atto creativo,
quello non è soggetto a regole e lasciamo pure che si esprima.
Lasciamolo venire alla luce così la felicità sarà completa!
Maria Giovanna Farina
Quando lo scherzo fa bene
| Disegno a matita di Flavio Lappo |
Il primo aprile come tutti sappiamo è il giorno per convenzione dedicato allo scherzo, il famoso pesce d’aprile. Ad uno scherzo più o meno intelligente, più o meno divertente, più o meno accettabile. Quando lo scherzo possiede le sue doti migliori e risulta divertire chi lo fa e chi lo riceve, allora è un utile promotore di movimento e buona interazione sociale. Divertirsi vuol dire spostare l’attenzione altrove, in un luogo di evasione per alleggerire la pesantezza quotidiana, ecco che allora lo scherzo non può essere un divertimento a senso unico, provocare cioè la gioia di una persona ed il dolore ad un’altra come ad esempio fare uno sgambetto o raccontare che tuo marito ti tradisce. Prendiamo in considerazione lo scherzo che si avvicina al campo d’azione dell’ironia, quella capacità tutta di Socrate, di affrontare un argomento importante creando il giusto distacco un po’ scherzoso che sa mettere a proprio agio l’interlocutore, così da condurlo ad affrontare il problema senza alcun timore e con la giusta leggerezza. È un po’ lo stile dei miei scritti: affrontiamo la filosofia pur senza banalizzarla con quella semplicità che la allontana dal difficile linguaggio in cui la trattiene l’ufficialità per renderla pratica e utile a tutti. Lo stesso stile ritengo sia utile per affrontare le persone, quando serve l’ironia per creare quel giusto movimento nei pensieri. Potrei raccontarne uno scherzetto, ma lo farò all’occasione propizia... Il suggerimento di oggi è quello di inserire lo scherzo, quello buono che non fa male, nella vita quotidiana perché è un esercizio per l’intelligenza ed uno strumento per riuscire a dire cose difficili da dirsi: è più semplice, ad esempio, canzonare qualcuno che ci è antipatico che dichiararglielo apertamente.
Maria Giovanna farina
Promesse, promesse...
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| Acrilico su tela di Flavio Lappo |
Promesse mantenute,
promesse disattese. Quante promesse facciamo e ci vengono fatte
durante la nostra esistenza? Innumerevoli. Ci sono però promesse e
promesse: quelle fatte pur sapendo che non saranno mai mantenute e
quelle che nel momento in cui vengono espresse si è certi di
mantenere. Queste ultime sono quelle fatte ad esempio quando ci si
sposa: “Ti amerò per sempre” e in quel momento è difficile che
non si sia convinti. Se poi il matrimonio non durerà per tutta la
vita, e con esso l’amore, non si può parlare di promessa non
mantenuta, nel senso che non c'era l'intenzione di ingannare. Le
promesse non mantenute più dolorose sono quelle disattese da parte
delle persone in cui si ripone, o si è riposta, la massima fiducia,
mentre poi si rivelano inattendibili. Pensiamo alle figure di
riferimento dell’infanzia quali i genitori, i nonni, gli
insegnanti: sono le loro promesse non mantenute ad infliggere una
ferita profonda nella nostra anima che torna a sanguinare quando
qualcuno da adulti ci riserva un simile trattamento. Ecco perché a
volte ce la prendiamo molto quando un leader politico, o una figura
carismatica, si rivela diverso da come si era presentato: la nostra
fiducia è stata un'altra volta ingannata. Anche nei casi più
quotidiani, quando ci fidiamo della parola data e facciamo un
contratto verbale perché per noi la
parola è parola, e poi
ci troviamo a doverci ricredere quando l'altro tradisce il patto. Non
dobbiamo però dimenticare che anche noi, e non solo gli altri, siamo
soggetti al rischio di fare a nostra volta promesse al vento, quindi
pensiamo bene prima di promettere!
Vediamo ora qualche
strategia per preservarci da pesanti disillusioni:
-Per prima cosa
diffidiamo di tutte quelle persone che ci lusingano con la
possibilità di ottenere buoni risultati con poca fatica, spesso c’è
sotto una fregatura
-Impariamo a
credere che un po’ di diffidenza non ci farà perdere il gusto
della vita
-L’occhio
disincantato viene percepito da chi vende false promesse, il
credulone invece viene facilmente captato dai millantatori, quindi
impariamo a mascherare almeno un po’ il nostro candore
-Infine non cediamo
alla lusinga delle promesse ricattatorie del tipo: “Se farai il
bravo, ti premierò…”, queste instaurano un rapporto “viziato”
tra le persone ancor più se si insinuano tra genitori e figli
durante l'infanzia.
Maria Giovanna
Farina
Educare allo sport come cura dell'anima
Lo sport
contribuisce alla perfezione fisica, ma non è solo questo. È
disciplina, senza
disciplina non si ottengono risultati, è coraggio, pensiamo agli
scalatori o ai canoisti sulle rapide, è armonia estetica e
coordinazione dei movimenti come ad esempio nella danza classica. Per
queste ragioni gli antichi Greci, che contavano gli anni dalla prima
Olimpiade (776 a. C.), esaltavano il valore della ginnastica come
utile disciplina per ottenere insieme alla conoscenza/sapienza quella
perfetta eutimia tra
anima e corpo, e immortalavano nelle loro opere d’arte scene di
giochi sportivi con i loro campioni. In modo particolare lo sport a
squadre prevede il coordinamento degli sforzi e l’obbedienza ad un
progetto comune. Nel gioco di squadra emergono le caratteristiche
individuali che armonizzate con quelle degli altri giocatori danno
l’opportunità di lavorare insieme ed in questo modo lo sport
diventa una palestra per la vita quotidiana. Da anni gli episodi di
cronaca danno dello sport ed in particolare del calcio una visione
molto diversa. Si è perduto l’aspetto ludico della partita, vale a
dire il suo carattere disinteressato, essa infatti dovrebbe sancire
la vittoria del migliore in completa sintonia con lo spirito
sportivo. La partita è un insieme di regole finalizzate al
raggiungimento dell’obbiettivo, l’agonismo non deve essere
guerra, ma sana competizione e non dovrebbe dar luogo ad un conflitto
per la vittoria finale. Quando si arriva allo scontro non si tratta
più di agonismo ma di tifo esasperato, il fanatismo sportivo che
provoca disordini. Il fanatismo, in tutte le sue diverse
espressioni, ha funestato la storia dell’umanità provocando
guerre, persecuzioni e conflitti violenti: insinuandosi nello sport
lo trasforma da momento di divertimento e gioia, in occasione di
conflitto preparando il terreno ad un'illegalità dettata da
esclusivo interesse economico. In conclusione, nello sport sembrano
insinuarsi i lati peggiori della vita contemporanea: l’insofferenza
verso le regole, il rifiuto di un giudizio obiettivo contrario ai
nostri desideri, la volontà di averla vinta ad ogni costo. Ci siamo
allontanati troppo dalla visione olimpica dell’antica Grecia e
questo deve farci riflettere per poter ri-donare allo sport il suo
valore fondamentale: quello di cura del corpo per ben convivere con
l’anima, fin dall'infanzia.
Maria Giovanna
Farina
La ri-cerca del tesoro
La ricerca del
tesoro è una tematica ricorrente in tanti romanzi d’avventura,
basta ricordare il celebre romanzo di A. Dumas (padre) Il
conte di Montecristo. Per
vedere l’isola Montecristo, che è una riserva naturale dal 1971
abitata da due guardiani e due guardie forestali, dobbiamo
avventurarci in barca al largo dell’arcipelago toscano (l’isola
si trova a circa 45 Km sud dell’isola d’Elba) perché non si può
approdarvi senza autorizzazione. Questo ammasso roccioso ha ispirato
una storia a lieto fine utile per le nostre riflessioni. La trama è
nota, Edmond Dantes viene incarcerato ingiustamente, ma trova il suo
riscatto sociale e umano grazie ad un abate che lo erudisce in
carcere e gli rivela la presenza di un tesoro nell’isola di
Montecristo. Dopo l’evasione Edmond va alla ricerca, trova il
tesoro…. Ritorna in mezzo agli altri completamente rinnovato. Una
storia che dà la speranza e la spinta a non arrendersi agli abusi
perché l’onestà trionfi. Nella vita reale non sempre le
ingiustizie trovano riscatto, ma se spostiamo sul piano simbolico
l’intera vicenda, (ricordiamo che la filosofia si occupa anche
della lettura simbolica del reale) ci rendiamo conto che l’isola
non è che l’individuo privo di relazioni, la mancanza di scambi
con gli altri è una prigione dalla quale si può uscire se si
intraprende la ricerca di sé. La ri-cerca di quel tesoro che c’è
in ognuno di noi ci allontana dall’isola dell’isolamento. Magari
è nascosto in fondo al mare della dimenticanza e la ricerca diventa
più intensa e difficile, ma ne vale sempre la pena. Nei romanzi i
tesori sono quasi sempre in fondo al mare, il mare per Jung è
l’inconscio collettivo dove risiede il patrimonio simbolico
dell’umanità. Quindi, solo ri-trovando noi stessi nel mare in cui
siamo immersi, anche attraverso il ri-appropriarci della lettura del
simbolico, possiamo crescere come individui non più isolati. Dopo
queste riflessioni, se visiterete le isolette al largo della Toscana,
potrete cogliere qualcosa in più del paesaggio, qualcosa di più
profondo che sfiora la vostra anima. Riflettendo sul romanzo di Dumas
con questa nuova visione possiamo meglio comprendere perché da
giovani si è attratti dai tesori nascosti, non si tratta solo di una
questione venale.
Maria Giovanna FarinaCurioso o pettegolo? Questo è il problema
La curiosità è un
lato importante dell’essere umano, aiuta a conoscere il mondo. In
alcune persone però prevale quel tipo di curiosità che è
soprattutto “Farsi gli affari degli altri”. Questo atteggiamento,
se portato all’eccesso, diventa fastidioso e indisponente per chi
lo subisce, ciò accade quando ci si imbatte in un tipo di curiosità
che sconfina nel pettegolezzo, nell’osservare la vita altrui per
farne motivo di chiacchiere in alcuni casi anche diffamanti. E
pensare che essere curiosi aiuta a conoscere meglio gli altri, a
migliorare le nostre relazioni, a far progredire la conoscenza; al
contrario il pettegolezzo allontana ponendosi come giudizio
moralista, critica indignata che in modo del tutto sterile non fa che
aumentare la distanza dalle persone. Ci sono casi limite in cui il
pettegolezzo divenendo diffamazione rovina la carriera, la
reputazione e quindi la vita di chi è divenuto oggetto di
maldicenze. Cosa possiamo fare quotidianamente per recuperare, o far
recuperare, una sana e più proficua curiosità? È fondamentale
avere degli interessi personali in grado di assorbire i pensieri,
interessi gratificanti capaci di allontanare dal pettegolezzo. Chi è
affetto da curiosità pettegola non si rende conto e solitamente non
è disponibile a migliorarsi: il compito è tutto di chi gli vive
accanto. È utile spingere la persona, che desideriamo aiutare, a
cercarsi un hobby di facile realizzazione che impegnandola le
permetta di raggiungere buoni traguardi. Se il passatempo di chi
vogliamo “guarire” dalla curiosità è ad esempio cucinare, devo
spingerla a cercare sempre nuove ricette da realizzare per fornire
alla sua curiosità un giusto stimolo ed un canale costruttivo da
percorrere. Ricordiamo che la curiosità come pettegolezzo è un modo
per fuggire da se stessi, si osserva e scruta ossessivamente la vita
altrui per non guardare la propria; se la persona pettegola che ci
infastidisce è invece qualcuno al di fuori della nostra famiglia o
delle nostre amicizie, l'unico rimedio è mostrare disinteresse per
ciò che dice.
Maria Giovanna Farina
Il purgatorio nella nostra vita quotidiana
Il Purgatorio, luogo intermedio e di passaggio tra i due “regni del non ritorno”, come si inserisce nella nostra vita al di là del significato religioso? Quando siamo in una situazione di sofferenza interiore perché ci è accaduto qualcosa di molto spiacevole e questa situazione sembra durare troppo siamo portati a dire: “Perché è toccata a me, cosa ho fatto di male per meritarmela?” Se analizziamo questa domanda ci rendiamo conto che accanto al male che ci assale c’è spesso l’idea che potremmo aver fatto qualcosa per meritarlo, che è la punizione per qualcosa che abbiamo commesso. Questa idea affonda le radici nella notte dei tempi quando il genere umano cercava di ingraziarsi il favore degli dei per paura degli eventi pericolosi di cui non sapeva darsi una spiegazione. Si può definire purgatorio una sofferenza temporanea in attesa del ritorno ad una condizione di vita serena. Il guaio è che in certi casi la condizione di purgatorio diventa permanente e lo stato di prostrazione che ne deriva amareggia la nostra vita. E’ il caso di quando viviamo situazioni che non ci piacciono e non riusciamo a far nulla per uscirne. E’ questa una tipica situazione e ciò che ci hanno insegnato fa a pugni con i nostri desideri! Vi faccio l’esempio, estremo e purtroppo comune, di quando una donna subisce violenza tra le mura domestiche e non fa nulla per denunciare le percosse che la umiliano. In certi casi si giunge alla situazione in cui la vittima nel suo tormentato disagio esistenziale arriva alla convinzione di essere colpevole e di conseguenza di meritarsi le botte del marito violento fino a convincersi che: “Ecco se stavo zitta non si arrabbiava…”. Il primo passo per uscire da questa prigione è attaccarsi con forza all’idea che noi umani per sfidarci abbiamo le parole, mentre ogni violenza non è giustificabile. Mai. Il secondo passo è cercare in noi una parte anche piccola da amare, aggrapparsi a questa ci aiuta far ri-crescere la considerazione di sé andata perduta nelle sottomissioni in cui abbiamo vissuto per un brutto periodo. In casi meno gravi, lo stesso meccanismo scatta quando un membro della coppia colloca l’altro in perenne condizione di colpa: “A causa tua ho perso un affare d’oro…”. Far sentire in colpa l’altro conduce al bisogno interiore di espiare e quindi: purgatorio.
Quando finiscono le vacanze
| Disegno a matita di Flavio Lappo |
Quando
finisce la festa, quando cala il sipario sul palcoscenico o quando
salutiamo una persona a cui siamo affezionati perché sono terminate
le vacanze ed ognuno torna alle proprie occupazioni, allora spesso
proviamo una sensazione poco piacevole che comunemente si definisce
tristezza. Si parla di forme depressive post-vacanze, spesso ancor
prima che siano terminate si è spinti a preoccuparsi dei chili di
troppo del dopo pranzi con gli amici delle vacanze: smettiamola di
considerare la cosa da questo unico punto di vista. Vivere una
situazione piacevole come stare in compagnia e concedersi
gratificazioni alimentari non può e non deve diventare un ulteriore
problema. L’essere umano è un contenitore da riempire di amore,
condivisione, ma anche di cose molto più concrete come il cibo e il
sesso. Al di là dei casi esagerati al limite del patologico, tutto
ciò che colma i nostri vuoti è utile per renderci la vita migliore
e non per farci troppi problemi subito dopo. Se una vacanza, una
festa o uno spettacolo ci lasciano un perdurante senso di malinconia,
significa che c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo iniziare a
preoccuparci: forse non ci siamo divertiti e abbiamo partecipato per
abitudine o convenienza. Forse la situazione piacevole ha stimolato
la nascita della consapevolezza di certe nostre mancanze e, avendole
viste nella loro crudezza, ora stiamo male per l’impossibilità di
trovare una via d’uscita immediata. Tutto scorre, diceva il
filosofo Eraclito, tutto passa e, aggiungo io, le cose
piacevoli torneranno ed è proprio questa caratteristica a farci
apprezzare i momenti di festa: se fosse tutti giorni Natale o il
momento per una crociera non potremmo apprezzare nulla con intensità.
Maria
Giovanna Farina
Il tempo è adesso
![]() |
| Acrilico su tela di Flavio Lappo |
Maria Giovanna Farina
Il valore di un grazie
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| Acrilico su tela di Flavio Lappo |
Grazie è
un breve racconto scritto da Daniel
Pennac per il teatro, parla
di un artista alle prese con un discorso di ringraziamento per
l’imminente premiazione, sta per essere premiato per “l'intera
sua opera”: il testo ci fornisce l'opportunità di riflettere sul
significato del grazie anche dal punto di vista filosofico tenendoci
lontani dal ringraziamento formale. Non mi soffermo troppo sulla
trama, che si può riassumere in una disquisizione a tratti nevrotica
su a chi deve essere rivolto il ringraziamento, ma invito a
concentrarsi sul grazie e sul suo valore nella nostra vita. Nel libro
viene affrontato il ringraziamento tenendo conto quali siano le
persone che più lo meritano, noi cerchiamo di risalire al
significato originario di questa breve parola. Ringraziare è prima
di tutto un atto di umiltà, pronunciando un grazie riconosco il
valore dell'altro nella mia vita, del suo esserne parte in causa. Il
grazie ci mette in questo modo in una posizione di inferiorità, un
tempo il ringraziare si accompagnava all'inchino di fronte al sovrano
che per qualche motivo dava un'opportunità, una chance di salvezza o
faceva l'onore di qualche privilegio. Chi sa ringraziare con il
profondo del cuore è una persona riconoscente e che ha memoria delle
cose. “Non scorderò mai il favore che mi hai fatto”, non è
questa una frase per ringraziare ora e per sempre chi ci ha fatto un
favore? Sulla scia del filosofo Martin
Heidegger possiamo
affermare che la capacità di ringraziare nasce dal ri-conoscimento
di sé: chi sa dire grazie è in grado di andare incontro all'altro
con semplicità perché non ha bisogno di imporsi, sa già di essere
una persona di valore. Queste sono le premesse per leggere il breve
racconto di Pennac, vale a dire con un atteggiamento critico verso il
protagonista che, nonostante le sue profonde riflessioni, non ha
risolto granché. Possiamo provarci noi. Ai lettori rimane lo
spunto per riflettere ed elaborare l’importanza del ringraziamento
e per chi volesse scivolare verso la musica leggera propongo
l'ascolto e la lettura di una vecchia canzone di Renato Zero: “Grazie
a te” dall'album
Tregua, 1980. Troverete nel testo ciò che si può intendere, con
parole semplici ma incisive, per vero ringraziamento.
Maria Giovanna Farina
Non c'è più rispetto
![]() |
| Acrilico su tela di Flavio Lappo |
Ponti
che crollano, strade con buchi grandi come i crateri di un vulcano,
strade che si sgretolano sotto la pioggia battente, torrenti che
straripano improvvisamente: tutto ciò è anche l'Italia
contemporanea. Un Paese dove l'incuria è sempre più presente e il
degrado va di pari passo con quello culturale. Sì, perché
l'involuzione culturale che è fatta di maleducazione, mancanza di
senso civico, discriminazione verso il diverso, accanimento sui più
deboli e non solo di incuria, è specchio di decadenza. Ma fino a che
punto dovremo giungere con la decadenza? Le grandi civiltà sono nate
cullando la cultura e le arti: cosa significa essere civili se non
vivere rispettando tutto ciò che ci circonda, persone, oggetti,
opere d'arte, idee altrui. Il rispetto credo sia la parola chiave,
oggi non si insegna il rispetto, termine dimenticato e presente solo
nel dizionario come lettera morta. Se il rispetto fosse materia viva
non assisteremmo a continui agghiaccianti fatti di cronaca dai
femminicidi, agli atti di bullismo, dai buchi nell'asfalto ai ponti
che crollano; se i ponti che crollano sono metafora dei rapporti
umani che si sgretolano, il ponte ha il compito di collegare due
luoghi altrimenti difficilmente raggiungibili, non dimentichiamo che
se crollano è perché chi doveva controllarli non lo ha fatto
mancando di rispetto alle migliaia di persone che su quel ponte ci
transitano.
Trovare
una soluzione al degrado è possibile se ognuno di noi decidesse di
lavorare per un riscatto collettivo fatto prima di tutto di rifiuto
verso la mancanza di rispetto, a partire dalle piccole cose
quotidiane. Non possiamo in un gesto cambiare il mondo ma abbiamo la
capacità di dare il via ad un percorso opposto alla decadenza
iniziando a rispettare con convinzione l'altro senza scordare noi
stessi. Ci rispettiamo davvero? O ci lasciamo prevaricare perché
abbiamo abbandonato la forza di lottare? Quando qualcuno butta una
cartaccia a terra o mette le scarpe sporche sui sedili di un autobus
manca di rispetto a tutta la collettività e noi siamo parte di
quella collettività violata.
Maria
Giovanna Farina
La maturità ti fa bella
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| Acrilico su tela di Flavio Lappo |
Quanti
anni hai? Alle donne non si chiede l'età! Perché? Mi sono sempre
chiesta, poi crescendo ho capito che dà fastidio dichiarare le
proprie primavere: se ne dimostri meno tutto va liscio, ma se te ne
danno qualcuna in più allora non lo sopporti. L'inciampo affonda le
radici nel rapporto con l'altro sesso: l'uomo. Per lui, si sa, i
primi capelli bianchi sono sinonimo di fascino, per le donne sono
solamente la vecchiaia incombente. Per lui un po' di pancia significa
dare sicurezza alle giovani, per le donne si tratta solo di
sovrappeso. Potremmo fare un lungo elenco. Ma ci siamo mai chieste
chi ha inventato queste bazzecole? Non c'è bisogno di rispondere: lo
sappiamo benissimo. Allo stesso tempo, chi ha consentito a questa
“leggenda” di farsi verità? Le donne, con un atteggiamento tra
il sornione e il civettuolo hanno per secoli sorriso e nascosto la loro
età: basta, ora cerchiamo di smantellare lo stereotipo ricorrendo
all'intelligenza. In un epoca in cui si diventa mamme anche oltre
l'età limite e ci si trova il compagno più giovane, sarebbe anche
il momento di dire al mondo la nostra età, è un passo significativo
verso la parità. Come si può far ancora vivere questa manfrina!
Inizio io: ho 56 anni e tu? Vogliamo fare una catena di solidarietà
femminile? Anche ai maschi capita di dimostrare più anni di quelli
anagrafici eppure loro se lo possono permettere, così si vuol far
credere. Gli uomini che leggeranno questo articolo non si sentano
attaccati da un neo
femminismo filosofico,
ma prendano coscienza che siamo alla pari anche in rapporto al tempo
che passa. E poi il tempo non esiste, è una convenzione umana per
darsi degli appuntamenti...non sono “impazzita”, credo sia solo
giunto il tempo di dare un taglio netto a certe idee che si
ripercuotono contro l'evoluzione umana di cui la donna è una parte
importante. E allora è giunto il momento di un bel coming-out
anagrafico per tutte, coraggio diamo il buon esempio alle
giovanissime!
Maria
Giovanna Farina
Sviluppa la tua bellezza
“Specchio delle
mie brame che è la più bella del reame?” “Sei tu mia regina!”
Al di là della fiaba che tutti conosciamo questo breve dialogo di
Grimilde con se stessa ci indica il potere della bellezza e la lotta
per mantenere il primato. Una lotta culturale che ci viene
somministrata con le fiabe insieme al latte, fin dall'infanzia: non
c'è da stupirci se poi dall'adolescenza e, ahimè a volte ancor
prima, entriamo nella spirale trituratrice di una bellezza agognata e
bramata più di ogni altra cosa. Fermiamoci a riflettere un attimo:
d'accordo la bellezza sfonda molte porte, ma non possiamo
concentrarci solo su questo soprattutto se non siamo delle bellone.
Devo per forza dirvi che essere belle non è tutto, che la bellezza è
soggettiva ed effimera, che non esistono canoni prestabiliti a
tavolino...ma questo apparentemente non sembra vero e le giovani
donne che si affacciano alla vita devono fare i conti con tutto ciò.
Allora vi racconto una storia, una storia vera e non quella di
Biancaneve. C'era una volta una ragazza che nell'adolescenza si
innamora di un bellissimo ragazzo, lui naturalmente più grande e
bellissimo non la nota nemmeno e le sue accompagnatrici sono, tanto
per fare il quadro completo, solo delle Barbie viventi. Lei soffre,
poi si rassegna e pensa che mai potrà destare in lui il minimo
interesse, ma tutto cambia quando pur non essendo diventata bella lo
conquista. Come ha fatto? Ha valorizzato se stessa e, acquisendo
fiducia nelle proprie risorse, ha imparato che ogni donna deve prima
lavorare e valorizzare la propria personale bellezza attraverso
trucco e abbigliamento, poi, soprattutto, non fermarsi solo sulle
misure e sul nasino: può se-durre con l'intelligenza. Naturalmente
se ha voglia di usarla.
Maria Giovanna Farina
E' interessato a te? Comprendilo dai suoi gesti
1°
Non esiste una comunicazione verbale isolata, è quasi impossibile
parlare senza fare alcun cenno
2° La
comunicazione non-verbale invece può esistere isolata, mentre si
tace ci si può toccare l’anello, i capelli, il naso...
3° Il
silenzio e il rifiuto di parlare possono esprimere un messaggio, è
un modo di attirare l’attenzione
4°
Molto spesso non si è coscienti della propria comunicazione
non-verbale
La
comunicazione non-verbale (i movimenti del corpo) è involontaria e
accompagna ciò che si dice, senza che sia possibile dominarla
completamente. È possibile invece controllare certe espressioni
facciali, ma è molto più difficile tenere fermi intenzionalmente
piedi e mani. La comunicazione non-verbale porta la verità nella
comunicazione, è rivelatrice di bugie.
E
allora eccoci in vacanza. Non siamo sicuri delle intenzioni di una
donna o di un uomo che a parole si mostra distaccato, allora facciamo
appello alla distanza: più ci si allontana da qualcuno, più si
sottolinea il distacco o il disinteresse o il disaccordo. Più ci si
avvicina, in quella zona dove è possibile
mettere le mani sulla vita o sulle spalle dell’interlocutore,
più c’è il desiderio, a volte inconscio, di stabilire un contatto
ravvicinato. Attenzione: se, lui o lei, mostra distacco, ma si
avvicina mentre parla fino quasi a sfiorarci, possiamo capire che non
è poi così indifferente a noi... Quando poi ci regala una rosa, ormai è tutto chiaro!
Maria Giovanna Farina
Maria Giovanna Farina
Coos'è la simpatia
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| Acrilico su tela di Flavio Lappo |
Perché proviamo
simpatia per qualcuno? Che cosa ci rende simpatici agli altri? Non
c’è nulla di razionale nella simpatia infatti si prova per
qualcuno al di là della sua bellezza, bravura, moralità… Essa è
qualcosa di diverso dall’amore anche se difficilmente si può
provare antipatia per qualcuno che si ama. I filosofi non si sono
molto occupati di definire la simpatia, un’analisi esauriente fu
condotta dal filosofo tedesco Max Scheler (1874-1928) che fece una
netta distinzione tra simpatia e contagio emotivo proprio di un
gruppo. Si tratta di quel particolare stato emotivo che vivono ad
esempio i fan di un cantante per cui provano la stessa emozione
quando lo ascoltano ad un concerto. Questa non è simpatia perché la
simpatia è il partecipare ai sentimenti di un’altra persona senza
per questo condividerli. La simpatia è comprensione, affettività e
magari un certo grado di amicizia senza perdere la propria
individualità separata, perciò essa non annulla la diversità tra
le persone ma si rivolge all’altro senza rimanere coinvolta nei
suoi interessi. La simpatia permette di capire l’altro, di mettersi
idealmente nei suoi panni e di scorgere eventualmente i problemi che
sono nella sua vita. Con la simpatia si può provare dispiacimento,
quando ad esempio un nostro amico perde il lavoro, ci dispiace, lo
capiamo e comprendiamo il suo tormento, ma non stiamo male come lui.
Concludendo, quando proviamo simpatia per qualcuno è utile
approfondire la conoscenza perché la simpatia favorisce un rapporto
paritario e di scambio. Alla domanda perché proviamo simpatia per
qualcuno possiamo rispondere che chi ci è simpatico, al di là delle
sue caratteristiche positive o negative, mette in scena parti di noi
a cui siamo affezionati, questa è la ragione per cui è così facile
entrare in sintonia e provare simpatia per quella persona. La
simpatia è una forza di attrazione che scatta nei confronti di
qualcuno, per cui essere se stessi è il modo migliore per essere
simpatici.
Perché amiamo gli animali
Gli animali
fanno parte integrante della nostra vita; sono molte le famiglie in
cui c’è anche un animale che dà e riceve affetto. Sin dai tempi
antichi, nella poesia e nel linguaggio comune, gli animali hanno
spesso simboleggiato qualche aspetto dell’animo umano, buono o
cattivo, portato all’eccesso. Da sempre infatti il cane simboleggia
la fedeltà, il leone la forza e il coraggio, lo sciacallo la
vigliaccheria. Pensiamo alla favola La
cicala e la formica di
La Fontaine dove la formica rappresenta la previdente laboriosità
mentre la cicala l’imprevidenza e con il suo continuo cantare non
pensa a far provviste per l’inverno. Questa, come tutte le altre
favole, ha una morale che indica all’uomo la ragionevole via da
seguire durante l’esistenza. L’uomo vede nell’animale se stesso
sia nelle parti nobili che in quelle meno nobili ed è questo il
motivo prioritario per cui cerca la compagnia di un animale. Ma è
anche vero che l’uomo pur essendo più intelligente non possiede
alcune doti che invece possiede ad esempio il suo cane: il fiuto,
l’udito e la sensibilità. C’è chi nel cane trova veramente un
amico, può far sorridere vedere un uomo fare lunghi discorsi col
proprio cane perché si è soliti pensare che esso non capisca
nulla, in realtà se non afferra il significato di tutte le parole
comprende il dolce suono di una voce ricca di affetto. E allora come
mai ogni anno tanti animali da compagnia vengono crudelmente
abbandonati? Perché l’uomo per natura non è un compagno fedele e
troppo spesso dimentica la fedeltà ricevuta. Inoltre non considera
il fatto, rinforzato da un millenario retaggio culturale, che se pur
meno intelligenti gli animali non sono degli oggetti, ma esseri
viventi che provano sensazioni ed emozioni. È una colpa essere meno
intelligenti dell’uomo? Rispondo con una considerazione di Leonardo
da Vinci il quale sosteneva che l’uomo sarà veramente civile
quando tratterà gli animali come suoi pari.
Maria Giovanna Farina
Maria Giovanna Farina
Tutti abbiamo una vita parallela
| Disegno a pastelli di Flavio Lappo |
Tutti
abbiamo una vita “parallela”? Certo è che ci sarà capitato di
immaginarci situazioni nuove: semplici, complesse, avventurose o
addirittura al limite della realtà. Immaginarci di intraprendere il
viaggio dei nostri sogni dall'altra parte del mondo o vincere la
lotteria oppure ancora amare la donna o l'uomo dei sogni: ecco,
proprio di sogni ad occhi aperti stiamo parlando. In generale si
tende a credere che la fuga nel sogno lontano dalla quotidianità sia
un modo per non affrontare la vita: questo è solo un aspetto del
fenomeno, certamente chi si crea una vita immaginaria un po' fugge
per trovare consolazione, ma non si tratta solo di questo. Il
fisico-matematico e filosofo Ernst
Mach parlava di Esperimento
mentale,
un procedimento utile per testare le nostre ipotesi nella risoluzione
del problemi. Se ad esempio voglio andare a fare una gita posso
immaginare mentalmente il percorso, le vivande da portare, a come
vestirmi, ecc. Non è questo un modo per sperimentare e quindi
immaginare prima di passare all'azione? Lo possiamo fare anche con un
nuovo amore: immaginando come sarebbe amare quella determinata
persona, come si comporterebbe in certe situazioni...possiamo già
farci un'idea se è il nostro tipo. Se sarà così, saremo più
pronti una volta passati all'azione. Tutto ciò può apparire molto
diverso rispetto a quando facciamo fughe dalla realtà per
immaginarci chissà cosa o per non affrontare una situazione, invece
è la stessa cosa, cambia solo il contenuto del pensiero. Dobbiamo
salvaguardare il sogno e il nostro mondo parallelo sfruttandolo da
più e diversi punti di vista perché è una risorsa molto utile
all'equilibrio della nostra anima. Senza però esagerare e
trascorrerci l'intera vita!
Maria Giovanna Farina
Maria Giovanna Farina
Di che vacanza sei?
A volte le
vacanze si trasformano in veri e propri tour
de force, per mettere
alla prova le nostre risorse magari ci lasciamo trascinare anche in
situazioni estreme. Ma quanto è la moda del momento ad influenzare
le nostre scelte? E quanto un vero desiderio di avventura? Se
preferiamo la comodità di un bel hotel sul mare con tutti i comfort
anziché dormire in un sacco a pelo non dobbiamo sentirci dei
rammolliti, ma semplicemente delle persone che amano le vacanze
tranquille e comode visto che la vita è già abbastanza dura tutto
l’anno. Forse ciò che lusinga maggiormente gli improvvisati
avventurosi è l’amore per le novità unito al fascino che emanano
quanti, muniti di zaino e scarponi, hanno trascorso le vacanze sulle
Alpi alla ricerca di qualche animale in via di estinzione. È vero,
fanno un po’ invidia certi fisici atletici e abbronzati di quel bel
color biscotto che solo l’alta quota sa donare e ingenuamente
crediamo di poterli emulare. Chi parte per simili vacanze deve essere
un esperto delle insidie che la montagna nasconde e deve possedere
una adeguata preparazione indispensabile per resistere ad uno sforzo
continuativo. E che dire allo skipper improvvisato che sogna la sua
bella avventura come i grandi delle gare olimpioniche? Non è poi così facile
trascorrere giorni in mare aperto sbattuti da onde impetuose, corrosi
dalla salsedine e magari con la sfortuna di incontrare un piccolo
squalo con un certo appetito. Forse questa è una previsione un po’
eccessiva, sicuramente però non è esagerato riflettere a quali
situazioni si va incontro avventurandosi in una simile impresa. Senza
farci condizionare troppo, ricordiamo cosa rappresentano per noi le
vacanze, se pura avventura o tranquillo relax e, solo in base a ciò,
scegliamo la vacanza che più ci soddisfa. È difficile dare dei
suggerimenti in generale, ognuno di noi se riesce a raccogliersi nel
proprio intimo riuscirà a capire quali sono le vacanze più adatte a
sé: cercando di scoprire come si è, sarà più difficile ritrovarsi
nel posto sbagliato a rimpiangere di non aver fatto bene i propri
conti.
Maria Giovanna Farina
Maria Giovanna Farina
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