Egocentrismo al supermercato



- Signora, guardi che questa è l'unica cassa aperta – è il mio avviso all'indirizzo di una donna che incurante della fila e dello spazio angusto cerca di passare con il carrello facendosi strada con una certa prepotenza. Siamo al supermercato, in una comune mattina di domenica, le persone sembrano rilassate, tranquille per il fatto di non dover andare sul posto di lavoro. C'è chi scambia due parole con il vicino di fila e chi immancabilmente consulta il telefono... la signora in questione irrompe nella fila composta creando disordine, scomponendo anche l'ordine interiore di chi accetta di attendere il proprio turno. Dopo qualche secondo, la signora dal carrello nervoso, mi risponde
- Non ho alcuna intenzione di perdere tempo e fare il giro più lungo per non passare attraverso la fila e poi non si preoccupi, io devo fare la spesa
Il gelo scende sulla piccola comunità dei presenti, solo una signora mi sussurra
- E pensare che lei è stata così gentile, l'ha avvertita senza lamentarsi
Sono stata gentile, è vero, ma la signora prepotente ha compreso che il mio discorso voleva farle notare di essere in errore e il messaggio più o meno latente era “Deve passare proprio di qui?”
lo ha compreso e ciò ci dice quanto sia abituata ad infischiarsene del prossimo, ciò che conta è lei stessa. Cosa rispondere ad una persona di questo genere?
- Non siamo soli, ci sono anche gli altri -
E chissà che piano piano non capisca il suo errore prepotente.

Maria Giovanna Farina


Daniela Carcano e Guseppe Turati in mostra

Quando partecipo all'inaugurazione di una mostra, amo raccontare le mie impressioni.

Con Daniela Carcano e Giuseppe Turati


Le parole dei protagonisti. “Punti di vista di una pittrice e di un fotografo, dove il colore cede il passo essenzialmente al bianco e nero. Scorci, atmosfere, stati d'animo, introspezione, percezioni di due sensibilità che intendono condividere il loro sentire”.

La mostra milanese di Daniela Carcano e Giuseppe Turati presso Spazio Porpora è stata l'occasione, una nuova occasione, per apprezzare le loro opere. 



Lei una pittrice che è andata oltre l'immagine per scrutare l'essenza dell'ispirazione artistica
Opere di:
Daniela Carcano: Siamo strati di anime, razze, colori. Trovo conforto nel tocco delle tue mani.



Lui un fotografo che con l'obiettivo fissa ciò che l'apparenza nega. 


Insieme raccontano i lati oscuri ma non necessariamente tragici della vita. Anzi c'è una ricerca dell'essenza stessa dell'esistenza che va oltre gli orpelli e scende nel profondo. Il risultato è una piacevole visione che unisce le loro amime e quelle degli spettatori.

Fotografie di:
Giuseppe Turati: Aura, Forma primordiale # 2

Natale, tempo di regali

Non sono un oggetto!

Il Natale anche quest'anno è alle porte e le idee regalo iniziano a farsi strada nelle conversazioni di tutti noi, a qualcuno verrà di certo l'ispirazione di regalare un bel cagnolino morbido, tenero e che ispira gioia. Poi come ogni anno si ripeterà, con scontata ciclicità, l'abbandono.
I cani sono meglio delle persone, i cani fanno schifo, sono le opposte convinzioni di molti esseri umani, ma come al solito nel mezzo c'è la verità: il cane è il miglior amico dell'uomo. È fedele, ti ama anche se lo abbandoni, ma non si dimentica le angherie subite e nonostante ciò non smette di amarti. Non si tratta di stabilire se è meglio o peggio di noi ma se siamo portati al sacrificio per lui. Ci darà tante soddisfazioni, ma anche tanto lavoro. Siete disponibili al sacrificio? Altrimenti ci sono i pupazzi di stoffa. Se volete regalare un piccolo cagnolino, non cercate il negozio di tendenza, gli animali da compagnia non sono oggetti ma esseri che provano emozioni, dolore, gioia, tristezza... e se decidete di farlo entrare in casa ricordatevi che esistono i canili stracolmi di piccoli e grandi esseri viventi che attendono il vostro aiuto. Fate una gita al canile della vostra città e appena tra un cane e voi scoccherà la scintilla e una vocina interiore vi suggerirà “portalo a casa” avrete incontrato il regalo di Natale che stavate cercando per la figlia, la fidanzata, l'amica o per voi stessi. Un grande filosofo come Renato Cartesio (1596-1600), riteneva erroneamente che gli animali non provano dolore perché sono delle simil macchine, ma oggi che sappiamo quanto questa idea sia totalmente errata, come possiamo ancora lasciarli per strada dopo averli illusi che per loro era finita la solitudine di una gabbia?
Se regalerete un animaletto ai vostri cari, meglio evitare il fiocco in testa per impedire all'idea dell'animale-oggetto di diffondersi pericolosamente. Milly, nell'immagine di questo articolo, era al canile ed ora vive felice in casa mia. È un regalo della vita, un dono vivo che non deve essere incartato.
Maria Giovanna Farina

In bocca al lupo


I proverbi e i modi di dire popolari sembrano nascondere la saggezza dell'esperienza, ma non sempre vengono pronunciati con cognizione di causa. Siamo abituati a dire una frase scaramantica per non dire Buona fortuna, un augurio questo che a detta degli “esperti” porterebbe male. Scaramanzia e luoghi comuni sono amici per la pelle e ciò non giova alla nostra evoluzione, ma se proprio non possiamo farne a meno prima di pronunciare certe frasi pensiamo un po' di più al loro significato. Se per augurare il buon esito di un esame, di un colloquio di lavoro, della nascita di un progetto diciamo “In bocca al lupo” e l'altro risponde “Crepi!”, non ci rendiamo conto che l'altro si augura il fallimento del proprio progetto? Tutto questo accade perché ci fermiamo ad una prima interpretazione. Prima di tutto chiediamoci cosa significa andare in bocca al lupo: non è solo una cosa rischiosa ma anche un luogo di protezione se tra le sue temute fauci finiscono i cuccioli. Anche la mamma lupa ha un istinto materno e in caso di pericolo mette al sicuro la prole prendendola in bocca. Quindi augurandoci che crepi auguriamo un destino nefasto ai piccoli. E se trasportiamo su di noi tutta questa scena, possiamo immaginare che simbolicamente con quel “crepi” non facciamo che tirarci la zappa sui piedi. Certo, qualcuno potrà obiettare che quel in bocca al lupo significa andare in un luogo pericoloso e per salvarci non ci resta che augurare all'animale la morte, vero anche questo, ma poiché ogni detto ha il suo contrario quando usiamo certe frasi assicuriamoci in che modo le stiamo adoperando. Ogni proverbio ha il suo opposto: pensiamo a “La lontananza fortifica l'amore” e il suo opposto “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” e così tanti altri. Per questo è meglio usare certe frasi seguendo attentamente “le istruzioni”: se siamo dei cacciatori non possiamo che augurarci che il lupo “Crepi”, mentre se la nostra anima è animalista non ci resta che ribattere con un “Grazie”.

Non rispettare la coda è violenza


Immagine. tratta da Focus 

Quando si è in coda alla posta, in banca, alla cassa del supermercato, capita spesso che qualcuno voglia passare avanti in modo, più o meno, subdolo: a volte senza ritegno. Magari con una scusa banale! Fatto sta che la coda non piace a nessuno. Tutti si vuole arrivare per primi: la coda riporta all'atavico istinto di prevalere sull'altro. L'altro che ci sta davanti, secondo il punto di vista di chi pensa che prevaricare sia giusto, è un nemico da abbattere. L'altro diventa un oggetto, semplicemente da spostare, anzi da buttare. E allora si spinge, si trova il modo per non stare dietro. Idealmente, c'è, anche, chi pensa che chi non rispetta la coda non sia una prevaricatore e che egli non sia fautore del mio malessere. Pertanto, in questo caso, si accolgono i sorpassi altrui come inevitabili. Ma siccome abitiamo un mondo reale, la questione del rispetto per la coda, è, perciò, un valore. Quanto vale quella di un pianoforte? Eccome se vale! Migliora incredibilmente l'effetto armonico dell'esecuzione. Anche i titoli di coda sono importanti perché contengono i nomi di chi ha realizzato e partecipato ad un film: anche quella degli animali favorisce la comunicazione.
In una società in cui il vincente è colui che si è fatto strada a suon di sgomitate, è normale viva la convinzione che non sia violenza subire lo "sgomitatore". In una comunità dove il peso della parola, la fiducia e il rispetto per l'altro sono in svendita, lasciar passare diventa, perciò, un modo per rinforzare un comportamento. Perciò, dimentichiamo In cauda venenum e pensiamo alla coda come un dulcis in fundo di chi, aspettando il proprio turno e rispettando chi è venuto prima, arriva alla meta senza trucchi né inganni.
Maria Giovanna Farina

Cerchiamo la felicità nel quotidiano

Disegno a matita di Flavio Lappo

Si parla del sacro fuoco dell’arte, ma esiste anche il sacro fuoco della filosofia. Quel desiderio di cercare, interrogarsi, scoprirsi o ri-scoprirsi. Ed è bello, anche se faticoso, perché i frutti si raccolgono. Sapete come? Scoprendo anche la felicità! Tutto ciò che desideriamo come esseri umani è stare bene e sappiamo che non bastano gli oggetti materiali, ci vuole qualcosa di diverso e di più impalpabile. Del resto, se i filosofi nei lunghi secoli che ci hanno preceduto hanno passato la vita a pensare e a trasmettere le loro considerazioni, a qualcosa sarà pur servito! Leggerli ci aiuta a trovare la nostra strada e le loro riflessioni mi hanno aiutata a giungere ad una considerazione: essere felici è molto facile, ognuno deve trovare la propria felicità. Sì, ma come? Mi par di udire in sottofondo questa domanda, ed ora provo a rispondere. Essere felici 24 ore su 24 è impossibile, si può esserlo in alcuni momenti, quando ci si rende conto magari di aver imboccato la strada giusta. Siamo felici quando l’uomo o la donna dei sogni ci ama, quando ci nasce un bambino, quando apprezzano il nostro operato? Sì ma non solo, noi cerchiamo anche appagamenti quotidiani e poi tutta la fatica per arrivare alle grandi mete è pesante e ci rende infelici specialmente se il risultato tarda. Fermiamoci un attimo a riflettere: se siamo felici per pochi attimi e il resto è sofferenza, che vita è? La chiave di accesso ad una vita serena e appagante non sta solo nella vittoria e nelle grandi conquiste, ma nel godere di cose apparentemente insignificanti come aiutare la vecchietta ad attraversare la strada, cogliere il sorriso di un bambino, respirare il cielo sereno, assaporare il benessere del corpo, ascoltare una bella musica…tutte cose che non hanno un costo monetario ma che nutrono il nostro bisogno di una serenità di fondo e sono in grado di condurci verso attimi di felicità.
Ecco, sono felice perché ora scrivendo questo articolo e spero di aiutare qualcuno di voi a vivere un attimo di felicità!
Maria Giovanna Farina 





La timidezza si può vincere

disegno a matita di Flavio Lappo

La parola timidezza deriva dal verbo latino timère, ha a che fare perciò con la paura e il timore. Chi è timido si sente bloccato nei rapporti con gli altri e lo dimostra anche con reazioni fisiche: può diventare rosso in volto, e poi sempre più rosso per la vergogna di essere notato, può balbettare o avere una eccessiva sudorazione delle mani... Il timido è sostanzialmente un insicuro che ha poca fiducia nelle proprie risorse, perciò si crea tante difficoltà quando deve affrontare qualcuno, soprattutto se è coetaneo e dell’altro sesso dove la possibilità di essere fraintesi gioca un ruolo decisivo: ciò lo conduce spesso a comportamenti asociali che rendono un’immagine di sé falsata. Un timido può essere esitante nello stringerti la mano, non ti guarda negli occhi quando ti parla, giunge persino a non salutarti se ti incontra per strada. A volte, per reazione, usa un linguaggio scurrile per mascherare la propria timidezza, l’altro però lo interpreta come arrogante e maleducato. Ciò spinge maggiormente il timido in quel atteggiamento di difesa che ho descritto e l’altro a convincersi di aver a che fare con una persona indisponente. Quando la timidezza è eccessiva si crea una vera e propria barriera tra noi e l’altro. Il punto centrale della timidezza è scoprire e valorizzare le proprie capacità e competenze per acquisire quella fiducia in noi stessi che ci permetterà di superare lo scoglio. Con quali strategie iniziare? Se siamo timidi con l'altro sesso, cerchiamo di socializzare con qualcuno o qualcuna che non ci attrae, ciò aiuta ad entrare nella situazione. Se il nostro timore è parlare davanti ad una platea, iniziamo con l’assemblea condominiale o ad una festa di compleanno. Il timore si vice sostanzialmente in tre modi:
1) Affrontiamo prove alla nostra portata: prima di scalare il monte Bianco, ci sono montagne meno impegnative
2) Convinciamoci che chi incute timore spesso ci fa paura perché lo sopravvalutiamo
3) Cerchiamo di colmare la nostre lacune conoscitive, questa è la strategia fondamentale che dà risultati certi



il collezionismo



Quando il collezionismo occupa eccessivamente lo spazio degli altri diventa un ostacolo per la vita in comune. È interessante considerare l’oggetto che si sceglie: spesso è casuale, ma in tanti casi dice molto dei bisogni della persona, comunica qualcosa di importante da non sottovalutare e se continua non è più casuale.
Ma cosa è il collezionismo? Ognuno di noi ha iniziato almeno un volta nella vita una raccolta, a partire da quella di figurine nell’infanzia per giungere ad oggetti di vario tipo da adulti. I pezzi di una collezione possono essere di materiale prezioso ma anche di plastica, per il collezionista non ha alcuna importanza il componente, ciò che conta è l’oggetto e le sue svariate rappresentazioni. Riflettendo possiamo subito dedurre che chi colleziona si appropria di copie diversificate, anche minimamente, della stessa cosa. Il suo desiderio è possedere sempre più oggetti, i più rari, i più strani, quelli che non possiede nessuno, è un po’ come dire “Io sono arrivato a possederli tutti”. Se da un lato questo può apparire un atteggiamento infantile, dall’altro possiamo considerarlo un bisogno di rassicurazione. Chi possiede tutte le versioni (cosa impossibile) di una bottiglia possiede la bottiglia e quindi ciò che essa rappresenta per lei o per lui. Collezionare è, dal mio punto di vista filosofico, possedere la storia: gli oggetti collezionati ricordano i vari momenti in cui sono entrati nella nostra vita, dicono l'epoca in cui sono stati costruiti... Se osserviamo però il collezionista ci accorgiamo che non raggiunge mai l’appagamento, è felice quando aggiunge un nuovo pezzo alla sua raccolta, ma torna smanioso subito dopo. L’oggetto dei desideri consente di mettere in luce qualcosa di cui siamo privi, quindi la collezione può darci anche l’illusione di colmare una vuoto.
Il collezionismo si può considerare come il gatto che si morde la coda, un'azione che non raggiunge mai l’obbiettivo, a meno che si decida di terminare la raccolta. Possiamo concludere dicendo che il collezionista va lasciato fare, solo in casi estremi se dilapida ad esempio il patrimonio di famiglia, o pericolosi come nel caso dei serial-killer, è necessario intervenire. (Segnalo un caso particolare da me trattato, “Il collezionista di Barbie”) http://www.mariagiovannafarina.it/barbie.html

Alzi la mano chi non ha mai detto una bugia?

Disegno a matita di Flavio Lappo

Le bugie fanno parte della nostra vita quotidiana, non hanno sesso né età: alzi la mano chi non ne ha mai detta una? Ci sono bugie involontarie e bugie volontarie. Qualche anno fa la Cassazione ha stabilito che non è reato dire bugie per difendere l’amante, difendere cioè il suo onore dal pubblico dileggio. Questa può considerarsi una legalizzazione del mentire? Direi di no, è solo un richiamo all’onore e alla privatezza della persona quando per la legge non ci sono di mezzo fatti gravi. La cosa che a noi interessa è il mentire per il gusto di farlo al di là del bisogno di scagionare. Per questo motivo osserviamo i nostri bambini e il loro rapporto col mentire. Chi ama raccontare tante panzane lo fa spesso per realizzare un desiderio che può essere quello di, almeno nella fantasia, vivere una vita gratificante e allora racconta di essere un pilota, una modella o amico/a di un vip. Raccontare le bugie è un’arte, sono necessari alcuni requisiti: 1) avere ottima memoria per non cadere in contraddizione 2) possedere spiccate capacità per giustificare in modo credibile eventuali gaffe 3) spirito istrionico per essere creduti. Il mentire è anche un utile strumento per crearsi uno spazio privato (fantastico o reale) inaccessibile a chicchessia. E allora vediamo che chi ama mentire è una persona che ha avuto poca libertà d'azione fin dalla più tenera età, non è riuscita ad attirare a sé le persone, per cui ha dovuto per raggiungere l’intento costruirsi una realtà parallela più interessante della propria. Ricordo un bambino che, vivendo lontano dal padre per molti mesi all'anno, dovette crearsi una vera e propria realtà immaginaria per tollerare il dolore della mancanza. Quindi raccontava di aver trascorso il fine settimana in una località di mare dove sapeva che il padre si recava per lavoro, impreziosendo il racconto con particolari del tutto inventati ma pertinenti. Questo eccessivo uso della bugia fantastica gli procurò uno squilibrio del comportamento che intaccò i suoi rapporti con gli altri. Ciò ci insegna che la bugia fantastica aiuta entro certi limiti, ma non può e non deve sostituire la gratificazione concreta, questo vale per tutti i nostri rapporti con le cose e con le persone. Fondamentale è non mentire a se stessi, la filosofia a partire da Socrate ci ha insegnato ad eliminare le false idee della mente attraverso un interrogarsi critico alla ricerca di risposte vere.
Maria Giovanna Farina

Non generalizziamo


Disegno a matita di Flavio Lappo

La generalizzazione è un atteggiamento anti-filosofico, portando il discorso nel quotidiano possiamo affermare ad esempio: se un uomo ci ha tradite non significa che tutti gli uomini sono traditori o se un'insegnante tratta male i bambini non vuol dire che le insegnanti sono tutte streghe di Biancaneve. Generalizzare è sbagliato, lo affermava anche con il suo libro La formazione dello spirito scientifico il filosofo del '900 Gaston Bachelard, perché ogni individuo, pur avendo tante caratteristiche in comune con i suoi simili, è un mondo a sé e ciò che va benissimo per un soggetto non è detto sia adatto per un altro. Pensando alle feste natalizie appena trascorse e alla malinconia che ad alcuni di noi hanno lasciato o addirittura hanno provocato durante il loro svolgimento, cerchiamo di dare una risposta partendo da un discorso generale, ma non generico né generalizzante, sulla possibile causa delle nostre tristezze. Proviamo a chiederci: non sarà che la realtà è troppo diversa dell’immaginazione? Un suggerimento questo ispirato al pensiero di Platone, quando sostenne come ci sia un abisso tra le idee che abbiamo nella mente e la realtà, che può condurci ad una riflessione interessante. Tutti abbiamo nella mente un’idea del Natale legata allo stereotipo del Natale festa meravigliosa dove tutto è perfetto, ma la realtà, anche se di poco, è sempre diversa e ciò disillude. Suggerimento: per godere delle feste è preferibile apprezzare ciò che abbiamo smettendo di sognare ciò che non abbiamo o non abbiamo più. Questo suggerimento credo sia valido un po' per tutti e lo possiamo applicare non solo al Natale ma al resto degli avvenimenti quotidiani della nostra vita: non sto dicendo di accontentarci, ma di apprezzare ciò che già abbiamo di prezioso. Magari viviamo con un uomo che ci ama, ma ciò non ci gratifica fino in fondo perché siamo ancorate ad un modello di relazione che sognavamo durante l'adolescenza: la fregatura è che quel tizio, di un tempo che non c'è più e magari abbiamo idealizzato, ora chissà dov'è e come è diventato....e noi nel frattempo ci perdiamo l'oggi: questo, alla fine, è il vero dramma.
 Maria Giovanna Farina

Come realizzare i nostri progetti


I piccoli e i grandi progetti dell’esistenza hanno bisogno di una buona elaborazione per essere realizzati. Teniamo conto che progettare è l’attività peculiare dell’essere umano, è un’attività che sviluppa l’intelligenza e testimonia il nostro desiderio di vivere. A volte le idee ci frullano disordinatamente nella mente creandoci uno stato d’ansia e di insoddisfazione difficilmente gestibile perché non sappiamo se riusciremo mai a realizzarle. Quale strada percorrere per raggiungere l’obbiettivo, eliminare il disagio e avvicinarci alla felicità?
È necessario partire da progetti piccoli e di facile realizzazione come ad esempio assecondare il nostro desidero di dare un nuovo ordine al contenuto degli armadietti della cucina. 
- Se voglio un nuovo ordine vuol dire che quello attuale non mi soddisfa, perciò le idee nuove le scriverò su un quaderno
- Successivamente tra le idee che andrò ad appuntarmi farò delle scelte: quali tenere e quale cestinare
- Quando avrò deciso il nuovo ordine sarà il momento per iniziare i lavori
- Prima di svuotare gli armadietti devo trovare un piano d’appoggio provvisorio che non ostacoli i movimenti in casa   
- Ora potrò realizzare il mio progetto sicura della buona riuscita
Questo procedimento applicato ad una situazione molto semplice e non di difficile realizzazione ci dà il metodo, poi possiamo applicarlo a tutti i progetti della nostra vita anche i più ambiziosi. Se ad un certo punto dovesse intervenire nel nostro lavoro un atto creativo, quello non è soggetto a regole e lasciamo pure che si esprima. Lasciamolo venire alla luce così la felicità sarà completa! 
Maria Giovanna Farina



















Quando lo scherzo fa bene


Disegno a matita di Flavio Lappo

Il primo aprile come tutti sappiamo è il giorno per convenzione dedicato allo scherzo, il famoso pesce d’aprile. Ad uno scherzo più o meno intelligente, più o meno divertente, più o meno accettabile. Quando lo scherzo possiede le sue doti migliori e risulta divertire chi lo fa e chi lo riceve, allora è un utile promotore di movimento e buona interazione sociale. Divertirsi vuol dire spostare l’attenzione altrove, in un luogo di evasione per alleggerire la pesantezza quotidiana, ecco che allora lo scherzo non può essere un divertimento a senso unico, provocare cioè la gioia di una persona ed il dolore ad un’altra come ad esempio fare uno sgambetto o raccontare che tuo marito ti tradisce. Prendiamo in considerazione lo scherzo che si avvicina al campo d’azione dell’ironia, quella capacità tutta di Socrate, di affrontare un argomento importante creando il giusto distacco un po’ scherzoso che sa mettere a proprio agio l’interlocutore, così da condurlo ad affrontare il problema senza alcun timore e con la giusta leggerezza. È un po’ lo stile dei miei scritti: affrontiamo la filosofia pur senza banalizzarla con quella semplicità che la allontana dal difficile linguaggio in cui la trattiene l’ufficialità per renderla pratica e utile a tutti. Lo stesso stile ritengo sia utile per affrontare le persone, quando serve l’ironia per creare quel giusto movimento nei pensieri. Potrei raccontarne uno scherzetto, ma lo farò all’occasione propizia... Il suggerimento di oggi è quello di inserire lo scherzo, quello buono che non fa male, nella vita quotidiana perché è un esercizio per l’intelligenza ed uno strumento per riuscire a dire cose difficili da dirsi: è più semplice, ad esempio, canzonare qualcuno che ci è antipatico che dichiararglielo apertamente. 
Maria Giovanna farina

Promesse, promesse...


Acrilico su tela di Flavio Lappo
Promesse mantenute, promesse disattese. Quante promesse facciamo e ci vengono fatte durante la nostra esistenza? Innumerevoli. Ci sono però promesse e promesse: quelle fatte pur sapendo che non saranno mai mantenute e quelle che nel momento in cui vengono espresse si è certi di mantenere. Queste ultime sono quelle fatte ad esempio quando ci si sposa: “Ti amerò per sempre” e in quel momento è difficile che non si sia convinti. Se poi il matrimonio non durerà per tutta la vita, e con esso l’amore, non si può parlare di promessa non mantenuta, nel senso che non c'era l'intenzione di ingannare. Le promesse non mantenute più dolorose sono quelle disattese da parte delle persone in cui si ripone, o si è riposta, la massima fiducia, mentre poi si rivelano inattendibili. Pensiamo alle figure di riferimento dell’infanzia quali i genitori, i nonni, gli insegnanti: sono le loro promesse non mantenute ad infliggere una ferita profonda nella nostra anima che torna a sanguinare quando qualcuno da adulti ci riserva un simile trattamento. Ecco perché a volte ce la prendiamo molto quando un leader politico, o una figura carismatica, si rivela diverso da come si era presentato: la nostra fiducia è stata un'altra volta ingannata. Anche nei casi più quotidiani, quando ci fidiamo della parola data e facciamo un contratto verbale perché per noi la parola è parola, e poi ci troviamo a doverci ricredere quando l'altro tradisce il patto. Non dobbiamo però dimenticare che anche noi, e non solo gli altri, siamo soggetti al rischio di fare a nostra volta promesse al vento, quindi pensiamo bene prima di promettere!
Vediamo ora qualche strategia per preservarci da pesanti disillusioni:
-Per prima cosa diffidiamo di tutte quelle persone che ci lusingano con la possibilità di ottenere buoni risultati con poca fatica, spesso c’è sotto una fregatura
-Impariamo a credere che un po’ di diffidenza non ci farà perdere il gusto della vita
-L’occhio disincantato viene percepito da chi vende false promesse, il credulone invece viene facilmente captato dai millantatori, quindi impariamo a mascherare almeno un po’ il nostro candore
-Infine non cediamo alla lusinga delle promesse ricattatorie del tipo: “Se farai il bravo, ti premierò…”, queste instaurano un rapporto “viziato” tra le persone ancor più se si insinuano tra genitori e figli durante l'infanzia.
Maria Giovanna Farina

Educare allo sport come cura dell'anima


Lo sport contribuisce alla perfezione fisica, ma non è solo questo. È disciplina, senza disciplina non si ottengono risultati, è coraggio, pensiamo agli scalatori o ai canoisti sulle rapide, è armonia estetica e coordinazione dei movimenti come ad esempio nella danza classica. Per queste ragioni gli antichi Greci, che contavano gli anni dalla prima Olimpiade (776 a. C.), esaltavano il valore della ginnastica come utile disciplina per ottenere insieme alla conoscenza/sapienza quella perfetta eutimia tra anima e corpo, e immortalavano nelle loro opere d’arte scene di giochi sportivi con i loro campioni. In modo particolare lo sport a squadre prevede il coordinamento degli sforzi e l’obbedienza ad un progetto comune. Nel gioco di squadra emergono le caratteristiche individuali che armonizzate con quelle degli altri giocatori danno l’opportunità di lavorare insieme ed in questo modo lo sport diventa una palestra per la vita quotidiana. Da anni gli episodi di cronaca danno dello sport ed in particolare del calcio una visione molto diversa. Si è perduto l’aspetto ludico della partita, vale a dire il suo carattere disinteressato, essa infatti dovrebbe sancire la vittoria del migliore in completa sintonia con lo spirito sportivo. La partita è un insieme di regole finalizzate al raggiungimento dell’obbiettivo, l’agonismo non deve essere guerra, ma sana competizione e non dovrebbe dar luogo ad un conflitto per la vittoria finale. Quando si arriva allo scontro non si tratta più di agonismo ma di tifo esasperato, il fanatismo sportivo che provoca disordini. Il fanatismo, in tutte le sue diverse espressioni, ha funestato la storia dell’umanità provocando guerre, persecuzioni e conflitti violenti: insinuandosi nello sport lo trasforma da momento di divertimento e gioia, in occasione di conflitto preparando il terreno ad un'illegalità dettata da esclusivo interesse economico. In conclusione, nello sport sembrano insinuarsi i lati peggiori della vita contemporanea: l’insofferenza verso le regole, il rifiuto di un giudizio obiettivo contrario ai nostri desideri, la volontà di averla vinta ad ogni costo. Ci siamo allontanati troppo dalla visione olimpica dell’antica Grecia e questo deve farci riflettere per poter ri-donare allo sport il suo valore fondamentale: quello di cura del corpo per ben convivere con l’anima, fin dall'infanzia.
Maria Giovanna Farina

La ri-cerca del tesoro


La ricerca del tesoro è una tematica ricorrente in tanti romanzi d’avventura, basta ricordare il celebre romanzo di A. Dumas (padre) Il conte di Montecristo. Per vedere l’isola Montecristo, che è una riserva naturale dal 1971 abitata da due guardiani e due guardie forestali, dobbiamo avventurarci in barca al largo dell’arcipelago toscano (l’isola si trova a circa 45 Km sud dell’isola d’Elba) perché non si può approdarvi senza autorizzazione. Questo ammasso roccioso ha ispirato una storia a lieto fine utile per le nostre riflessioni. La trama è nota, Edmond Dantes viene incarcerato ingiustamente, ma trova il suo riscatto sociale e umano grazie ad un abate che lo erudisce in carcere e gli rivela la presenza di un tesoro nell’isola di Montecristo. Dopo l’evasione Edmond va alla ricerca, trova il tesoro…. Ritorna in mezzo agli altri completamente rinnovato. Una storia che dà la speranza e la spinta a non arrendersi agli abusi perché l’onestà trionfi. Nella vita reale non sempre le ingiustizie trovano riscatto, ma se spostiamo sul piano simbolico l’intera vicenda, (ricordiamo che la filosofia si occupa anche della lettura simbolica del reale) ci rendiamo conto che l’isola non è che l’individuo privo di relazioni, la mancanza di scambi con gli altri è una prigione dalla quale si può uscire se si intraprende la ricerca di sé. La ri-cerca di quel tesoro che c’è in ognuno di noi ci allontana dall’isola dell’isolamento. Magari è nascosto in fondo al mare della dimenticanza e la ricerca diventa più intensa e difficile, ma ne vale sempre la pena. Nei romanzi i tesori sono quasi sempre in fondo al mare, il mare per Jung è l’inconscio collettivo dove risiede il patrimonio simbolico dell’umanità. Quindi, solo ri-trovando noi stessi nel mare in cui siamo immersi, anche attraverso il ri-appropriarci della lettura del simbolico, possiamo crescere come individui non più isolati. Dopo queste riflessioni, se visiterete le isolette al largo della Toscana, potrete cogliere qualcosa in più del paesaggio, qualcosa di più profondo che sfiora la vostra anima. Riflettendo sul romanzo di Dumas con questa nuova visione possiamo meglio comprendere perché da giovani si è attratti dai tesori nascosti, non si tratta solo di una questione venale.
Maria Giovanna Farina

Curioso o pettegolo? Questo è il problema


La curiosità è un lato importante dell’essere umano, aiuta a conoscere il mondo. In alcune persone però prevale quel tipo di curiosità che è soprattutto “Farsi gli affari degli altri”. Questo atteggiamento, se portato all’eccesso, diventa fastidioso e indisponente per chi lo subisce, ciò accade quando ci si imbatte in un tipo di curiosità che sconfina nel pettegolezzo, nell’osservare la vita altrui per farne motivo di chiacchiere in alcuni casi anche diffamanti. E pensare che essere curiosi aiuta a conoscere meglio gli altri, a migliorare le nostre relazioni, a far progredire la conoscenza; al contrario il pettegolezzo allontana ponendosi come giudizio moralista, critica indignata che in modo del tutto sterile non fa che aumentare la distanza dalle persone. Ci sono casi limite in cui il pettegolezzo divenendo diffamazione rovina la carriera, la reputazione e quindi la vita di chi è divenuto oggetto di maldicenze. Cosa possiamo fare quotidianamente per recuperare, o far recuperare, una sana e più proficua curiosità? È fondamentale avere degli interessi personali in grado di assorbire i pensieri, interessi gratificanti capaci di allontanare dal pettegolezzo. Chi è affetto da curiosità pettegola non si rende conto e solitamente non è disponibile a migliorarsi: il compito è tutto di chi gli vive accanto. È utile spingere la persona, che desideriamo aiutare, a cercarsi un hobby di facile realizzazione che impegnandola le permetta di raggiungere buoni traguardi. Se il passatempo di chi vogliamo “guarire” dalla curiosità è ad esempio cucinare, devo spingerla a cercare sempre nuove ricette da realizzare per fornire alla sua curiosità un giusto stimolo ed un canale costruttivo da percorrere. Ricordiamo che la curiosità come pettegolezzo è un modo per fuggire da se stessi, si osserva e scruta ossessivamente la vita altrui per non guardare la propria; se la persona pettegola che ci infastidisce è invece qualcuno al di fuori della nostra famiglia o delle nostre amicizie, l'unico rimedio è mostrare disinteresse per ciò che dice. 
Maria Giovanna Farina

Il purgatorio nella nostra vita quotidiana



Il Purgatorio, luogo intermedio e di passaggio tra i due “regni del non ritorno”, come si inserisce nella nostra vita al di là del significato religioso? Quando siamo in una situazione di sofferenza interiore perché ci è accaduto qualcosa di molto spiacevole e questa situazione sembra durare troppo siamo portati a dire: “Perché è toccata a me, cosa ho fatto di male per meritarmela?” Se analizziamo questa domanda ci rendiamo conto che accanto al male che ci assale c’è spesso l’idea che potremmo aver fatto qualcosa per meritarlo, che è la punizione per qualcosa che abbiamo commesso. Questa idea affonda le radici nella notte dei tempi quando il genere umano cercava di ingraziarsi il favore degli dei per paura degli eventi pericolosi di cui non sapeva darsi una spiegazione. Si può definire purgatorio una sofferenza temporanea in attesa del ritorno ad una condizione di vita serena. Il guaio è che in certi casi la condizione di purgatorio diventa permanente e lo stato di prostrazione che ne deriva amareggia la nostra vita. E’ il caso di quando viviamo situazioni che non ci piacciono e non riusciamo a far nulla per uscirne. E’ questa una tipica situazione e ciò che ci hanno insegnato fa a pugni con i nostri desideri! Vi faccio l’esempio, estremo e purtroppo comune, di quando una donna subisce violenza tra le mura domestiche e non fa nulla per denunciare le percosse che la umiliano. In certi casi si giunge alla situazione in cui la vittima nel suo tormentato disagio esistenziale arriva alla convinzione di essere colpevole e di conseguenza di meritarsi le botte del marito violento fino a convincersi che: “Ecco se stavo zitta non si arrabbiava…”. Il primo passo per uscire da questa prigione è attaccarsi con forza all’idea che noi umani per sfidarci abbiamo le parole, mentre ogni violenza non è giustificabile. Mai. Il secondo passo è cercare in noi una parte anche piccola da amare, aggrapparsi a questa ci aiuta far ri-crescere la considerazione di sé andata perduta nelle sottomissioni in cui abbiamo vissuto per un brutto periodo. In casi meno gravi, lo stesso meccanismo scatta quando un membro della coppia colloca l’altro in perenne condizione di colpa: “A causa tua ho perso un affare d’oro…”. Far sentire in colpa l’altro conduce al bisogno interiore di espiare e quindi: purgatorio.



Quando finiscono le vacanze

Disegno a matita di Flavio Lappo

Quando finisce la festa, quando cala il sipario sul palcoscenico o quando salutiamo una persona a cui siamo affezionati perché sono terminate le vacanze ed ognuno torna alle proprie occupazioni, allora spesso proviamo una sensazione poco piacevole che comunemente si definisce tristezza. Si parla di forme depressive post-vacanze, spesso ancor prima che siano terminate si è spinti a preoccuparsi dei chili di troppo del dopo pranzi con gli amici delle vacanze: smettiamola di considerare la cosa da questo unico punto di vista. Vivere una situazione piacevole come stare in compagnia e concedersi gratificazioni alimentari non può e non deve diventare un ulteriore problema. L’essere umano è un contenitore da riempire di amore, condivisione, ma anche di cose molto più concrete come il cibo e il sesso. Al di là dei casi esagerati al limite del patologico, tutto ciò che colma i nostri vuoti è utile per renderci la vita migliore e non per farci troppi problemi subito dopo. Se una vacanza, una festa o uno spettacolo ci lasciano un perdurante senso di malinconia, significa che c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo iniziare a preoccuparci: forse non ci siamo divertiti e abbiamo partecipato per abitudine o convenienza. Forse la situazione piacevole ha stimolato la nascita della consapevolezza di certe nostre mancanze e, avendole viste nella loro crudezza, ora stiamo male per l’impossibilità di trovare una via d’uscita immediata. Tutto scorre, diceva il filosofo Eraclito, tutto passa e, aggiungo io, le cose piacevoli torneranno ed è proprio questa caratteristica a farci apprezzare i momenti di festa: se fosse tutti giorni Natale o il momento per una crociera non potremmo apprezzare nulla con intensità.

Maria Giovanna Farina

Il tempo è adesso


Acrilico su tela di Flavio Lappo
Pian piano le vacanze volgono al termine un po' per tutti. Chi passa, o è passato, da Roma può incontrare un monumento filosofico: la colonna di Marco Aurelio innalzata per celebrare, dopo la sua morte, le vittorie dell'imperatore romano Marco Aurelio (121-180). La colonna alta circa trenta metri, fu posta in una piazza corrispondente all'odierna piazza Colonna dove ha sede Palazzo Chigi. Il monumento è coperto di bassorilievi che rappresentano scene delle battaglie di Marco Aurelio, l'imperatore filosofo costretto dal suo incarico a governare e a diventare guerriero: tutto a discapito della tanto amata filosofia di cui prediligeva lo Stoicismo fautore di una vita austera. Portò comunque avanti la sua missione cercando di migliorare la vita dei cittadini e degli schiavi. La Colonna ci ricorda lui e in particolare desidero soffermarmi su un suo scritto considerato un testamento spirituale: “Dialoghi con se stesso”, dove rende onore a tutti coloro che gli sono vissuti accanto, anche ad un amico quando gli insegnò che “parlando o scrivendo una lettera a qualcuno, non dire spesso e senza una ragione stringente -non ho tempo-”. Non ho tempo, è un'affermazione molto diffusa anche oggi, non è una novità della vita contemporanea, è un escamotage, un modo per sfuggire dagli obblighi e pensare solo a se stessi. Ai tempi dei Romani la vita aveva sicuramente dei ritmi più a misura d'uomo rispetto ai nostri, questo ci fa comprendere che la frase è una scusa che non va mai fuori moda. Dire non ho tempo non ha significato se non si completa con coraggio la frase dicendo: “Non ho tempo per te”. Esiste uno spazio che noi riempiamo di fatti ed avvenimenti seguendo un ordine di priorità (viene prima il tempo per il lavoro rispetto a quello per fare la spesa), se affermiamo di non avere tempo, implicitamente poniamo l'interlocutore in una posizione svalutativa, è come se gli dicessimo: “Tu vali meno di qualcun altro, per te non ho spazio”. Figuriamoci se questa affermazione è indirizzata ad un figlio o ad una persona cara. Perciò non scordiamo un filosofo che dette valore “all'avere tempo”, non scordiamo che il tempo è adesso, rimandare significa perdere il momento attuale senza offrire la nostra attenzione a chi amiamo in cambio di un incerto domani in cui, forse, non avremo ancora tempo!
Maria Giovanna Farina

Il valore di un grazie

Acrilico su tela di Flavio Lappo

Grazie è un breve racconto scritto da Daniel Pennac per il teatro, parla di un artista alle prese con un discorso di ringraziamento per l’imminente premiazione, sta per essere premiato per “l'intera sua opera”: il testo ci fornisce l'opportunità di riflettere sul significato del grazie anche dal punto di vista filosofico tenendoci lontani dal ringraziamento formale. Non mi soffermo troppo sulla trama, che si può riassumere in una disquisizione a tratti nevrotica su a chi deve essere rivolto il ringraziamento, ma invito a concentrarsi sul grazie e sul suo valore nella nostra vita. Nel libro viene affrontato il ringraziamento tenendo conto quali siano le persone che più lo meritano, noi cerchiamo di risalire al significato originario di questa breve parola. Ringraziare è prima di tutto un atto di umiltà, pronunciando un grazie riconosco il valore dell'altro nella mia vita, del suo esserne parte in causa. Il grazie ci mette in questo modo in una posizione di inferiorità, un tempo il ringraziare si accompagnava all'inchino di fronte al sovrano che per qualche motivo dava un'opportunità, una chance di salvezza o faceva l'onore di qualche privilegio. Chi sa ringraziare con il profondo del cuore è una persona riconoscente e che ha memoria delle cose. “Non scorderò mai il favore che mi hai fatto”, non è questa una frase per ringraziare ora e per sempre chi ci ha fatto un favore? Sulla scia del filosofo Martin Heidegger possiamo affermare che la capacità di ringraziare nasce dal ri-conoscimento di sé: chi sa dire grazie è in grado di andare incontro all'altro con semplicità perché non ha bisogno di imporsi, sa già di essere una persona di valore. Queste sono le premesse per leggere il breve racconto di Pennac, vale a dire con un atteggiamento critico verso il protagonista che, nonostante le sue profonde riflessioni, non ha risolto granché. Possiamo provarci noi. Ai lettori rimane lo spunto per riflettere ed elaborare l’importanza del ringraziamento e per chi volesse scivolare verso la musica leggera propongo l'ascolto e la lettura di una vecchia canzone di Renato Zero: “Grazie a te” dall'album Tregua, 1980. Troverete nel testo ciò che si può intendere, con parole semplici ma incisive, per vero ringraziamento. 
Maria Giovanna Farina


Non c'è più rispetto


Acrilico su tela di Flavio Lappo

Ponti che crollano, strade con buchi grandi come i crateri di un vulcano, strade che si sgretolano sotto la pioggia battente, torrenti che straripano improvvisamente: tutto ciò è anche l'Italia contemporanea. Un Paese dove l'incuria è sempre più presente e il degrado va di pari passo con quello culturale. Sì, perché l'involuzione culturale che è fatta di maleducazione, mancanza di senso civico, discriminazione verso il diverso, accanimento sui più deboli e non solo di incuria, è specchio di decadenza. Ma fino a che punto dovremo giungere con la decadenza? Le grandi civiltà sono nate cullando la cultura e le arti: cosa significa essere civili se non vivere rispettando tutto ciò che ci circonda, persone, oggetti, opere d'arte, idee altrui. Il rispetto credo sia la parola chiave, oggi non si insegna il rispetto, termine dimenticato e presente solo nel dizionario come lettera morta. Se il rispetto fosse materia viva non assisteremmo a continui agghiaccianti fatti di cronaca dai femminicidi, agli atti di bullismo, dai buchi nell'asfalto ai ponti che crollano; se i ponti che crollano sono metafora dei rapporti umani che si sgretolano, il ponte ha il compito di collegare due luoghi altrimenti difficilmente raggiungibili, non dimentichiamo che se crollano è perché chi doveva controllarli non lo ha fatto mancando di rispetto alle migliaia di persone che su quel ponte ci transitano.
Trovare una soluzione al degrado è possibile se ognuno di noi decidesse di lavorare per un riscatto collettivo fatto prima di tutto di rifiuto verso la mancanza di rispetto, a partire dalle piccole cose quotidiane. Non possiamo in un gesto cambiare il mondo ma abbiamo la capacità di dare il via ad un percorso opposto alla decadenza iniziando a rispettare con convinzione l'altro senza scordare noi stessi. Ci rispettiamo davvero? O ci lasciamo prevaricare perché abbiamo abbandonato la forza di lottare? Quando qualcuno butta una cartaccia a terra o mette le scarpe sporche sui sedili di un autobus manca di rispetto a tutta la collettività e noi siamo parte di quella collettività violata. 
Maria Giovanna Farina




La maturità ti fa bella



Acrilico su tela di Flavio Lappo
Quanti anni hai? Alle donne non si chiede l'età! Perché? Mi sono sempre chiesta, poi crescendo ho capito che dà fastidio dichiarare le proprie primavere: se ne dimostri meno tutto va liscio, ma se te ne danno qualcuna in più allora non lo sopporti. L'inciampo affonda le radici nel rapporto con l'altro sesso: l'uomo. Per lui, si sa, i primi capelli bianchi sono sinonimo di fascino, per le donne sono solamente la vecchiaia incombente. Per lui un po' di pancia significa dare sicurezza alle giovani, per le donne si tratta solo di sovrappeso. Potremmo fare un lungo elenco. Ma ci siamo mai chieste chi ha inventato queste bazzecole? Non c'è bisogno di rispondere: lo sappiamo benissimo. Allo stesso tempo, chi ha consentito a questa “leggenda” di farsi verità? Le donne, con un atteggiamento tra il sornione e il civettuolo hanno per secoli sorriso e nascosto la loro età: basta, ora cerchiamo di smantellare lo stereotipo ricorrendo all'intelligenza. In un epoca in cui si diventa mamme anche oltre l'età limite e ci si trova il compagno più giovane, sarebbe anche il momento di dire al mondo la nostra età, è un passo significativo verso la parità. Come si può far ancora vivere questa manfrina! Inizio io: ho 56 anni e tu? Vogliamo fare una catena di solidarietà femminile? Anche ai maschi capita di dimostrare più anni di quelli anagrafici eppure loro se lo possono permettere, così si vuol far credere. Gli uomini che leggeranno questo articolo non si sentano attaccati da un neo femminismo filosofico, ma prendano coscienza che siamo alla pari anche in rapporto al tempo che passa. E poi il tempo non esiste, è una convenzione umana per darsi degli appuntamenti...non sono “impazzita”, credo sia solo giunto il tempo di dare un taglio netto a certe idee che si ripercuotono contro l'evoluzione umana di cui la donna è una parte importante. E allora è giunto il momento di un bel coming-out anagrafico per tutte, coraggio diamo il buon esempio alle giovanissime!

Maria Giovanna Farina

Sviluppa la tua bellezza


Specchio delle mie brame che è la più bella del reame?” “Sei tu mia regina!” Al di là della fiaba che tutti conosciamo questo breve dialogo di Grimilde con se stessa ci indica il potere della bellezza e la lotta per mantenere il primato. Una lotta culturale che ci viene somministrata con le fiabe insieme al latte, fin dall'infanzia: non c'è da stupirci se poi dall'adolescenza e, ahimè a volte ancor prima, entriamo nella spirale trituratrice di una bellezza agognata e bramata più di ogni altra cosa. Fermiamoci a riflettere un attimo: d'accordo la bellezza sfonda molte porte, ma non possiamo concentrarci solo su questo soprattutto se non siamo delle bellone. Devo per forza dirvi che essere belle non è tutto, che la bellezza è soggettiva ed effimera, che non esistono canoni prestabiliti a tavolino...ma questo apparentemente non sembra vero e le giovani donne che si affacciano alla vita devono fare i conti con tutto ciò. Allora vi racconto una storia, una storia vera e non quella di Biancaneve. C'era una volta una ragazza che nell'adolescenza si innamora di un bellissimo ragazzo, lui naturalmente più grande e bellissimo non la nota nemmeno e le sue accompagnatrici sono, tanto per fare il quadro completo, solo delle Barbie viventi. Lei soffre, poi si rassegna e pensa che mai potrà destare in lui il minimo interesse, ma tutto cambia quando pur non essendo diventata bella lo conquista. Come ha fatto? Ha valorizzato se stessa e, acquisendo fiducia nelle proprie risorse, ha imparato che ogni donna deve prima lavorare e valorizzare la propria personale bellezza attraverso trucco e abbigliamento, poi, soprattutto, non fermarsi solo sulle misure e sul nasino: può se-durre con l'intelligenza. Naturalmente se ha voglia di usarla.
Maria Giovanna Farina



E' interessato a te? Comprendilo dai suoi gesti



Per comunicare bisogna stabilire un codice tra noi e il nostro interlocutore: parole, scrittura, alfabeto Morse, segnali di fumo... Ci sono quattro principi fondamentali per comprendere un messaggio:
1° Non esiste una comunicazione verbale isolata, è quasi impossibile parlare senza fare alcun cenno
2° La comunicazione non-verbale invece può esistere isolata, mentre si tace ci si può toccare l’anello, i capelli, il naso...
3° Il silenzio e il rifiuto di parlare possono esprimere un messaggio, è un modo di attirare l’attenzione
4° Molto spesso non si è coscienti della propria comunicazione non-verbale
La comunicazione non-verbale (i movimenti del corpo) è involontaria e accompagna ciò che si dice, senza che sia possibile dominarla completamente. È possibile invece controllare certe espressioni facciali, ma è molto più difficile tenere fermi intenzionalmente piedi e mani. La comunicazione non-verbale porta la verità nella comunicazione, è rivelatrice di bugie.
E allora eccoci in vacanza. Non siamo sicuri delle intenzioni di una donna o di un uomo che a parole si mostra distaccato, allora facciamo appello alla distanza: più ci si allontana da qualcuno, più si sottolinea il distacco o il disinteresse o il disaccordo. Più ci si avvicina, in quella zona dove è possibile mettere le mani sulla vita o sulle spalle dell’interlocutore, più c’è il desiderio, a volte inconscio, di stabilire un contatto ravvicinato. Attenzione: se, lui o lei, mostra distacco, ma si avvicina mentre parla fino quasi a sfiorarci, possiamo capire che non è poi così indifferente a noi... Quando poi ci regala una rosa, ormai è tutto chiaro!

Maria Giovanna Farina







Coos'è la simpatia

Acrilico su tela di Flavio Lappo

Perché proviamo simpatia per qualcuno? Che cosa ci rende simpatici agli altri? Non c’è nulla di razionale nella simpatia infatti si prova per qualcuno al di là della sua bellezza, bravura, moralità… Essa è qualcosa di diverso dall’amore anche se difficilmente si può provare antipatia per qualcuno che si ama. I filosofi non si sono molto occupati di definire la simpatia, un’analisi esauriente fu condotta dal filosofo tedesco Max Scheler (1874-1928) che fece una netta distinzione tra simpatia e contagio emotivo proprio di un gruppo. Si tratta di quel particolare stato emotivo che vivono ad esempio i fan di un cantante per cui provano la stessa emozione quando lo ascoltano ad un concerto. Questa non è simpatia perché la simpatia è il partecipare ai sentimenti di un’altra persona senza per questo condividerli. La simpatia è comprensione, affettività e magari un certo grado di amicizia senza perdere la propria individualità separata, perciò essa non annulla la diversità tra le persone ma si rivolge all’altro senza rimanere coinvolta nei suoi interessi. La simpatia permette di capire l’altro, di mettersi idealmente nei suoi panni e di scorgere eventualmente i problemi che sono nella sua vita. Con la simpatia si può provare dispiacimento, quando ad esempio un nostro amico perde il lavoro, ci dispiace, lo capiamo e comprendiamo il suo tormento, ma non stiamo male come lui. Concludendo, quando proviamo simpatia per qualcuno è utile approfondire la conoscenza perché la simpatia favorisce un rapporto paritario e di scambio. Alla domanda perché proviamo simpatia per qualcuno possiamo rispondere che chi ci è simpatico, al di là delle sue caratteristiche positive o negative, mette in scena parti di noi a cui siamo affezionati, questa è la ragione per cui è così facile entrare in sintonia e provare simpatia per quella persona. La simpatia è una forza di attrazione che scatta nei confronti di qualcuno, per cui essere se stessi è il modo migliore per essere simpatici.



Perché amiamo gli animali


Gli animali fanno parte integrante della nostra vita; sono molte le famiglie in cui c’è anche un animale che dà e riceve affetto. Sin dai tempi antichi, nella poesia e nel linguaggio comune, gli animali hanno spesso simboleggiato qualche aspetto dell’animo umano, buono o cattivo, portato all’eccesso. Da sempre infatti il cane simboleggia la fedeltà, il leone la forza e il coraggio, lo sciacallo la vigliaccheria. Pensiamo alla favola La cicala e la formica di La Fontaine dove la formica rappresenta la previdente laboriosità mentre la cicala l’imprevidenza e con il suo continuo cantare non pensa a far provviste per l’inverno. Questa, come tutte le altre favole, ha una morale che indica all’uomo la ragionevole via da seguire durante l’esistenza. L’uomo vede nell’animale se stesso sia nelle parti nobili che in quelle meno nobili ed è questo il motivo prioritario per cui cerca la compagnia di un animale. Ma è anche vero che l’uomo pur essendo più intelligente non possiede alcune doti che invece possiede ad esempio il suo cane: il fiuto, l’udito e la sensibilità. C’è chi nel cane trova veramente un amico, può far sorridere vedere un uomo fare lunghi discorsi col proprio cane perché si è soliti  pensare che esso non capisca nulla, in realtà se non afferra il significato di tutte le parole comprende il dolce suono di una voce ricca di affetto. E allora come mai ogni anno tanti animali da compagnia vengono crudelmente abbandonati? Perché l’uomo per natura non è un compagno fedele e troppo spesso dimentica la fedeltà ricevuta. Inoltre non considera il fatto, rinforzato da un millenario retaggio culturale, che se pur meno intelligenti gli animali non sono degli oggetti, ma esseri viventi che provano sensazioni ed emozioni. È una colpa essere meno intelligenti dell’uomo? Rispondo con una considerazione di Leonardo da Vinci il quale sosteneva che l’uomo sarà veramente civile quando tratterà gli animali come suoi pari. 

Maria Giovanna Farina

Tutti abbiamo una vita parallela

Disegno a pastelli di Flavio Lappo

Tutti abbiamo una vita “parallela”? Certo è che ci sarà capitato di immaginarci situazioni nuove: semplici, complesse, avventurose o addirittura al limite della realtà. Immaginarci di intraprendere il viaggio dei nostri sogni dall'altra parte del mondo o vincere la lotteria oppure ancora amare la donna o l'uomo dei sogni: ecco, proprio di sogni ad occhi aperti stiamo parlando. In generale si tende a credere che la fuga nel sogno lontano dalla quotidianità sia un modo per non affrontare la vita: questo è solo un aspetto del fenomeno, certamente chi si crea una vita immaginaria un po' fugge per trovare consolazione, ma non si tratta solo di questo. Il fisico-matematico e filosofo Ernst Mach parlava di Esperimento mentale, un procedimento utile per testare le nostre ipotesi nella risoluzione del problemi. Se ad esempio voglio andare a fare una gita posso immaginare mentalmente il percorso, le vivande da portare, a come vestirmi, ecc. Non è questo un modo per sperimentare e quindi immaginare prima di passare all'azione? Lo possiamo fare anche con un nuovo amore: immaginando come sarebbe amare quella determinata persona, come si comporterebbe in certe situazioni...possiamo già farci un'idea se è il nostro tipo. Se sarà così, saremo più pronti una volta passati all'azione. Tutto ciò può apparire molto diverso rispetto a quando facciamo fughe dalla realtà per immaginarci chissà cosa o per non affrontare una situazione, invece è la stessa cosa, cambia solo il contenuto del pensiero. Dobbiamo salvaguardare il sogno e il nostro mondo parallelo sfruttandolo da più e diversi punti di vista perché è una risorsa molto utile all'equilibrio della nostra anima. Senza però esagerare e trascorrerci l'intera vita! 

Maria Giovanna Farina

Di che vacanza sei?


A volte le vacanze si trasformano in veri e propri tour de force, per mettere alla prova le nostre risorse magari ci lasciamo trascinare anche in situazioni estreme. Ma quanto è la moda del momento ad influenzare le nostre scelte? E quanto un vero desiderio di avventura? Se preferiamo la comodità di un bel hotel sul mare con tutti i comfort anziché dormire in un sacco a pelo non dobbiamo sentirci dei rammolliti, ma semplicemente delle persone che amano le vacanze tranquille e comode visto che la vita è già abbastanza dura tutto l’anno. Forse ciò che lusinga maggiormente gli improvvisati avventurosi è l’amore per le novità unito al fascino che emanano quanti, muniti di zaino e scarponi, hanno trascorso le vacanze sulle Alpi alla ricerca di qualche animale in via di estinzione. È vero, fanno un po’ invidia certi fisici atletici e abbronzati di quel bel color biscotto che solo l’alta quota sa donare e ingenuamente crediamo di poterli emulare. Chi parte per simili vacanze deve essere un esperto delle insidie che la montagna nasconde e deve possedere una adeguata preparazione indispensabile per resistere ad uno sforzo continuativo. E che dire allo skipper improvvisato che sogna la sua bella avventura come i grandi delle gare olimpioniche? Non è poi così facile trascorrere giorni in mare aperto sbattuti da onde impetuose, corrosi dalla salsedine e magari con la sfortuna di incontrare un piccolo squalo con un certo appetito. Forse questa è una previsione un po’ eccessiva, sicuramente però non è esagerato riflettere a quali situazioni si va incontro avventurandosi in una simile impresa. Senza farci condizionare troppo, ricordiamo cosa rappresentano per noi le vacanze, se pura avventura o tranquillo relax e, solo in base a ciò, scegliamo la vacanza che più ci soddisfa. È difficile dare dei suggerimenti in generale, ognuno di noi se riesce a raccogliersi nel proprio intimo riuscirà a capire quali sono le vacanze più adatte a sé: cercando di scoprire come si è, sarà più difficile ritrovarsi nel posto sbagliato a rimpiangere di non aver fatto bene i propri conti. 
Maria Giovanna Farina