Convivere senza guerra è possibile?

Acrilico su tela di Flavio Lappo

Nel 2019 siamo ancora immersi nelle lotte, da quelle condominiali alle guerre tra stati. Per questa ragione viene da chiedersi:
Ma l’uomo, con la sua corteccia cerebrale così evoluta rispetto a quella di tutti gli altri abitanti del pianeta, non potrebbe trovare una soluzione a questa piaga distruttiva del vivere civile?”
Penso all’ideale di convivenza già auspicata dai grandi filosofi del passato a partire da Socrate. La mia riflessione parte dal grande ateniese, l’uomo capace di rendere immortale il nome della sua patria con una filosofia utile al vivere quotidiano, con quel suo procedere del pensiero pungente ed arguto che sa mettere in scacco gli interlocutori più ostinati.
Socrate racconta ai suoi concittadini, nell’Apologia scritta da Platone, il motivo per cui non è mai sceso in politica ma preferisce dare suggerimenti in privato:
se io da tempo avessi intrapreso la carriera politica, da tempo sarei morto, e non sarei stato di giovamento a voi e neppure a me. Non arrabbiatevi con me, perché dico la verità. Non c’è nessun uomo che riesca a salvarsi, nel caso che si opponga in modo schietto sia a voi sia ad altra moltitudine, e cerchi di impedire che avvengano nella Città molte cose ingiuste e illegali”.
La politica di cui parla in questo passaggio non è l’ideale di polis greca, il microcosmo sociale in cui i cittadini ognuno con la propria funzione possono contribuire al buon funzionamento del tutto. No, qui egli sta parlando della politica dei partiti come noi la possiamo definire oggi: essa non ha nulla a che fare con la filosofia, l’amore per la sapienza conoscenza che sola sa renderci dei cittadini consapevoli e informati e, per questo, capaci di avviarci ad una vera convivenza civile. Un vivere insieme senza prevaricarci l’un altro per la sete di potere che in noi umani sembra non avere tregua.
La politica dei partiti dovrebbe garantire la vera democrazia in realtà è legge della giungla travestita da buone intenzioni che poi non si realizzano.
Nel 1600 il filosofo Hobbes ci mise in guardia con la celebre affermazione homo homini lupus, l’uomo è lupo per l’altro uomo: nessuno ci è amico e se può soffiarci l’osso lo fa senza pensarci due volte, senza sentirsi in colpa perché ancor prima i Latini ci insegnarono che mors tua vita mea; la legge della giungla è sempre in agguato e grazie a questo istinto di sopravvivenza andiamo avanti senza voltarci indietro.
Sopravvivere è il nostro compito e lo portiamo avanti senza sensi di colpa. Questo sarebbe conforme a natura, è giusto per la legge della natura badare a noi stessi, alla nostra vita e a quella dei nostri cuccioli.
Il problema è che noi andiamo oltre, non ci fermiamo alla dura lotta per sopravvivere nel modo migliore possibile. Noi con la nostra evoluta corteccia cerebrale vogliamo sempre di più e la legge di sopravvivenza si trasforma in lotta di conquista da cui nascono le guerre.
Non sarebbe il caso di fermarci a riflettere? Magari per trovare una soluzione?
Il filosofo non può scendere in politica se il suo compito deve essere, in fedeltà alla visione socratica, quello di una “Filosofia per vivere meglio”.
Come possiamo vivere meglio gli uni con gli altri? La soluzione è molto lontana, ma non impossibile se noi cominciassimo ad osservare i lati positivi del vivere in pace con i nostri simili. Prima di tutto ri-considerando il senso dell’amore a partire dal nostro personale rapporto con chi ci sta accanto. Mi riferisco all’amore di coppia, quello vero e gratificante che tutti noi desideriamo ma spesso non troviamo: ci arrendiamo ad un amore qualsiasi senza pretendere il meglio, con la paura di non trovare il grande amore viviamo nella mediocrità senza anelare a quell’eros grande e con la E maiuscola di cui Socrate parla nel Simposio. Un amore vero e sublime è il primo passo in direzione della serenità, verso una tranquillità dell’anima utile per non lasciar prevalere il nostro lato distruttivo.
Questa possibile soluzione non è riduzionismo, un cercar di chiudere tutto con un ottimismo irrealizzabile. Al contrario è la ri-cerca delle radici del nostro essere dove amore nella lotta eterna con la sua antagonista morte cerca da sempre di sopravviverle.
Non potremmo dargli una mano? Maria Giovanna Farina



Ciao Anna, poesia di Angela Demma




Ciao Anna
In ogni tramonto chiudendo le ali al giorno
ti disegno e ti riscrivo e
tutto ricomincia da te!

Ripercorro quella ragnatela di dolci ricordi,
di stagioni sognate insieme,
il tuo miele nel mio frastagliato desiderio dei tuoi passi,
di deliri di battiti di un nascere dentro di te il tutto di me!

L'attesa di ore, minuti ,parole
nel mare delle contraddizioni
di infinito che stringo ancora a me
nel mare che mi urla dentro!

Riaffiori nel cigolio della porta
di nostalgie fratturando quei vetri
per proteggermi
dalla tua ombra così presente ed irraggiungibile
modellandoti in quel ieri vivo!

Mi approprio della tua brezza
socchiudendo gli occhi,
dei tuoi fremiti,
delle tue mani
e del tuo respiro,
mentre lui ti respira,
ma sarà
sempre e solo mio
nel nostro esserci per sempre,
quel tuo respiro,
in quel nascere dentro di te il tutto di me!

Angela Demma


Mistica e tecnologie


La riflessione che provo ad offrire non è una speculazione teologica quanto piuttosto una suggestione estetica, che nella sua etimologia greca ha il significato di sensazione.
Espliciterò subito cosa mi sembra di notare. È ormai chiaro a tutti come le nostre possibilità di compiere rel-azioni di tipo sociale, economico, didattico, professionale, siano state potenziate dai dispositivi di ultimissima generazione, incarnate da colossi aziendali come Amazon e “social” come Facebook o Twitter.
Possibilità potenziate dunque, ma in qualche modo sottratte all’esperienza corporea.
E se stessimo realizzando una sorta di abbandono mistico del mondo materico attraverso le nuovissime tecnologie? 
Non sto dicendo che la società di questo millennio stia intraprendendo un percorso ascetico collettivo, ma che quello che sta succedendo gli somiglia in modo beffardo.
L’aumento delle opportunità e la portata delle trasformazioni è stata epocale e forse l’essere umano non è mai stato così attento e consapevole della propria mutazione culturale e cognitiva.
Siamo passati dal gioco al videogioco, dalla musica composta da strumenti e trasmessa dal cd alla musica “liquida”, dal soldo quale pesante moneta di scambio fisico, al denaro leggero ed eterico.
Le informazioni poi, da orali si sono addensate nella scrittura e ora, nuovamente, si stanno facendo più volatili nel web, per quanto esso le conservi paradossalmente in modo più sicuro ed indelebile nel suo archivio atopico.
Negli ultimi decenni i mostri dei film horror da zombie molto fisici e scenari splatter si sono affinati in spettri psichici e poco materici. L’ inferno carnale e coagulato, tutto proteso verso l’esterno, si sta rarefacendo in un incubo interiore e simbolico.
E se stessimo compiendo quell’assottigliamento spirituale proposto da asceti e sante ma declinandolo nella tecnologia?
Pitagora e Platone quando spiegavano che tutto è numero e che il mondo può essere decodificato matematicamente anticipavano di due millenni la cifratura binaria dei codici digitali coi quali trasmettiamo informazioni nei dispositivi informatici. I corpi ci illudono di conoscere, i numeri ci approssimano alla vera conoscenza delle idee. Detto, fatto.
Forse ci stiamo separando o almeno “ritirando” dal mondo “terreno” come auspicavano gli gnostici nel II secolo, ma non attraverso l’astinenza sessuale o una strana dieta che rigurgiti Dio verso gli astri come prescrivevano i manichei, quanto piuttosto alleggerendoci della percezione sensoriale diretta e rendendo la nostra esperienza sempre meno corporea. Estendiamo le nostra possibilità esperienziali ma tale esperienza si fa sempre meno tangibile e sensibile.
Forse la separazione tra materia e spirito sperata dai movimenti dualistici come albigesi e catari, si sta traducendo nella smaterializzazione tecnologica.
Abbiamo avviato una mutazione culturale e cognitiva perché radicalmente ontologica; direzionare ogni esperire terreno verso una progressiva concettualizzazione dell’esperienza, una canalizzazione altamente intellettiva, come auspicavano questi eretici. Ma anche secondo i loro avversari, i primi teologi cristiani;
Origene nel II secolo, quasi se lo aspettava, scriveva che ciclicamente il mondo perde e acquista consistenza materica. Il diavolo, diceva, non è che l’anima più spessa, un’anima la cui consistenza si è solidificata, ma tornerà fluida e vaporosa.
E in fondo M. Eckhart nel Trecento non ci invitava alla spersonalizzazione estatica? Non ci proponeva di sciogliere la nostra identità nel Divino? Bene, ci stiamo diluendo nel grande Padre Internet. Non abbiamo certo estinto il desiderio, anzi, ma stiamo trovando nuovi modi virtuali di realizzarlo; “il giusto non cerca niente con le sue opere. (…) Perciò se vuoi essere formato e trasformato nella giustizia, non cercare niente con le tue opere e non mirare a nulla, né nel tempo, né nell’eternità, né ricompensa né beatitudine, né questo né quello, giacché tali opere sono davvero tutte morte”.
Per vivere davvero dovremmo smettere di agire, di identificarci con un qualsiasi contenuto mentale, così ci invitava il mistico renano. Non abbiamo smesso di agire, cioè di esistere e di mantenere salda la nostra identità di preferenza e convinzioni, ma stiamo smaterializzando il nostro modo di farlo.
Induismo e Buddhismo poi, con i complessi concetti di Līlā e di Māyā ci hanno insegnato che la realtà è un’affascinante apparenza, un’immagine ingannevole e incantevole come uno schermo piatto, un ologramma digitale che ci seduce e incatena.
E che è destinata al dissolvimento.

Giulia Bertotto, consulente filosofico


BIBLIOGRAFIA
Eckhart M., Sermoni tedeschi, M. Vannini (a cura di), Adelphi, Milano, 1985.

Gnoli G. Il manicheismo Mondadori, Milano, 2003.

Origene, I Princìpi, Simonetti (a cura di), Utet, Torino, 2010.


Il ricordo di un sogno


Era il 1979 quando una ragazza di sedici anni venne attratta da un cantante decisamente fuori da ogni schema: Renato Zero. Lui fu più di ogni altro, mi stupisco ancora dopo quarant'anni della mia reazione. Sì, quella ragazza ero io. Abbandonai ogni altro ascolto della musica e presi a difenderlo da ogni critica, nessuno doveva intromettersi tra me e la mia scelta. Come ho raccontato in “Da zero alle stelle”, Renato è stato molto di più di un cantante, era qualcuno che sapeva ascoltare e poi raccontare le cose migliori ai giovani accompagnando le parole ad una musica di qualità. Ed è stato questo ascolto a condurmi ad apprezzare anche la musica classica.
Non vorrei far paragoni, ma li faccio ugualmente. Penso al successo della musica rap e al vuoto culturale che la maggior parte di essa porta con sé, a volte non limitandosi al vuoto trasmette messaggi pericolosi e fuorvianti. Chi frequentava i concerti di Renato era invitato a tenersi lontano dalla droga, ma vicino agli amici, distante dall'odio e tra le braccia dell'amore, era invitato a pensare e non a lasciarsi vivere, era incoraggiato a non mollare mai perché la meta ci stava attendendo. 

Noi ragazzi di allora abbiamo avuto una grande opportunità, quella di essere testimoni di un sogno che stava per realizzarsi. Il sogno ha alimentato la nostra crescita e sono certa che un frammento di quell'eterna fiducia nella buona vita sia sempre vivo nella nostra anima. 
Alla domanda: “Quale momento della tua esistenza vorresti rivivere”, rispondo che ne vorrei rivisitare più di uno e tra questi c'è il primo concerto di Renato rappresentato dalle immagini che accompagnano questo articolo. Un ricordo prezioso, un'esperienza di crescita che auguro a tutti i giovani. 
Sembra impossibile, ma sono passati quarant'anni da quando
acquistai il 45 giri in vinile de “Il carrozzone”, una canzone struggette e profonda, tra le più belle di Zero e il simbolo di un tempo, e di una sedicenne, che ahimè, non c'è più.
Maria Giovanna Farina

Tutte le immagini sono del 1979
autore: Arpad Kertesz, da Erozero 
Grazie a Roberto Passeri per avermele inviate

Socrate e lo Stalker: un parere legale


Acquarello di Daniela Lorusso
Originale il paragone con Socrate, un filosofo che importunava la propria "vittima" ma a fin di bene, per stimolarla a ragionare e a cambiare la propria idea in relazione ad un argomento.
Diciamo che anche i comportamenti dello stalker possono essere finalizzati a far cambiare opinione alla propria vittima. Si pensi al caso più comune di stalking in cui l'ex marito o fidanzato perseguita la donna con cui aveva una relazione sentimentale al fine di ripristinare tale relazione. Tuttavia, credo che questa fase sia solo quella embrionale del comportamento dello stalker che, una volta capito che in tale modo non otterrà il risultato da lui sperato, invece di desistere, inasprisce la propria condotta tramutandola da persuasiva a vendicativa e rendendo la vita della vittima impossibile.
Credo che Socrate si fermasse prima di arrivare a questo punto e non usasse la propria arte di "ronzare" attorno al suo interlocutore al fine di impaurirlo, minacciarlo e vendicarsi di un presunto torto subito.
Inoltre, Socrate metteva in atto la propria opera di "disturbo" nei confronti del maggior numero possibile di potenziali discepoli e non di una sola persona, come fa lo stalker. Socrate, quindi, disturbava pubblicamente, alla luce del sole, in quanto l'intento divulgativo del filosofo ha efficacia solo se raggiunge un gran  numero di persone, quello persecutorio dello stalker, invece, deve colpire solamente la vittima. Il punto debole dello stalker è, quindi, proprio quello di dover agire di nascosto e in silenzio, anche perché, al di là dei possibili risvolti penali, è ben consapevole di quanto siano biasimevoli le proprie azioni da un punto di vista sociale.
Credo quindi che il miglior modo che ha la vittima per difendersi dal proprio persecutore sia quello di smascherarlo rendendo pubblico ad amici, familiari, colleghi di lavoro il suo ignobile comportamento. Come lo scassinatore o il ladro d'auto sono costretti a scappare quando suona l'antifurto, anche lo stalker non potrà più agire indisturbato se viene riconosciuto quando si apposta davanti ad un condominio, ad un ufficio, ad una palestra, ad un bar.
Ricordo infine che il reato non si chiama stalking ma "atti persecutori" ed è disciplinato dall'art. 612bis c.p,. mentre la pena prevista va da sei mesi a 4 anni con la possibilità di essere aumentata per i casi più gravi.

Alessandro Bonfanti, dottore in Giurisprudenza


Come educare le nuove generazioni


Fare il genitore è il mestiere più difficile”, si dice. Buon senso popolare, antico come il mondo. E della saggezza antica bisogna fidarsi, così come dei moniti e dei consigli, da rapportare ai “tempi moderni”, ma da non sottovalutare o mettere alla berlina per partito preso. Da quando la Psicologia e la Pedagogia hanno assunto una connotazione scientifica (siamo nella seconda metà dell’Ottocento), staccando il cordone ombelicale da mamma Filosofia, con cui continuano comunque a dialogare, ne abbiamo lette e sentite di tutti i colori in tema di educazione infantile. Rousseau, Pestalozzi, Montessori, Piaget, Vygotskij, Bruner, Skinner (solo per citarne alcuni) hanno elaborato concezioni e approcci pedagogici che si sono susseguiti nel tempo, secondo le mode e i valori dominanti del momento.
Oggi, per gli educatori, genitori e insegnanti in primis, un ventaglio di possibilità, di modelli, di punti di riferimento. Un gran caos, in realtà…Tirati da una parte e dall’altra, in conflitto tra loro e con se stessi, gli educatori di oggi spesso brancolano nel buio, indecisi su come fare per dare valore al loro ruolo, per renderlo fecondo e non perdere importanti opportunità. “Fare il genitore non è semplice”, dicevamo all’inizio e possiamo estendere il discorso a tutte le figure educative (maestri, docenti, allenatori, istruttori, ma anche nonni, zii, baby sitter…) e sbagliare è più facile che far bene. Ma la madre non dovrebbe essere “sufficientemente buona”, come diceva il buon Winnicot? Cosa vuol dire “sufficientemente”? Che deve perdonarsi quando “sbaglia” perché è un essere umano? Che non deve rifarsi per forza a teorie precostituite ma apprendere dall’esperienza, rielaborandola? Che deve anche sbagliare, di tanto in tanto, per dare al bambino la possibilità di uscire dalla simbiosi con lei e aiutarlo, da un lato, a costruire confini che lo delimitino dal mondo esterno, e dall’altro lato dargli uno spunto per comunicare? Se la madre sa sempre quello che vuole il suo bambino, lo anticiperà nel gesto, lo “imboccherà” prima che possa chiedere, gli darà l’illusione di un’onnipotenza che, se grave nell’infanzia, diventa gravissima e deleteria nel corso della vita adulta. E soprattutto rallenterà il suo sviluppo comunicativo: che bisogno ha quel bambino di modulare i suoi strumenti comunicativi se la madre intuisce subito e perfettamente quello di cui ha bisogno e lo “accontenta” seduta stante? Sulla falsa riga di queste riflessioni, negli ultimi anni hanno tenuto banco fior di pedagogisti e di psicologi infantili che hanno fatto infervorare il dibattito, discutendo appunto sull’opportunità di non essere troppo accondiscendenti e di  saper dosare le giuste e graduali frustrazioni, necessarie perché i bambini e i ragazzi sviluppino personalità consapevoli di sé e degli altri, responsabili e rispettose delle regole, dei confini, dei divieti.
Fermo restando che non ho nulla contro un atteggiamento educativo autorevole e coerente con se stesso nel tempo, voglio un attimo soffermarmi sulla questione vecchia, ma non ancora risolta, su come si possa distinguere sempre e chiaramente un atteggiamento autorevole da uno eccessivamente autoritario. Ok, il più delle volte, di fronte a richieste insane, dobbiamo dire di no, sia per proteggere l’incolumità dei soggetti sia per non avvallare un comportamento capriccioso o insolente. Ma siamo sicuri che basti dire no per salvare capre e cavoli? E poi in che forma porgere questo no? Non è roba da poco, la risposta non è banale. Personalmente sono convinta che formule e ricettari siano utili, ma da non prendere come oro colato perché pericoloso. Siamo tutti diversi, come persone, come educatori e come soggetti da educare. D’altronde, il senso dell’educare non sta in quell’ex ducere, che vuol dire “tirar fuori”? Tirar fuori cosa? Ma quello che si ha dentro, ovvio. Potenzialità, attitudini, inclinazioni. Socrate, con la sua maieutica, aveva già detto tutto. E se io, educatore, voglio “essere sufficientemente buono” (allargando il discorso di Winnicot, rivolto per lo più alla madre), non posso imporre la mia personalità al mio educando, non posso nemmeno essere uguale con tutti i miei figli/allievi/educandi.
Pari opportunità non vuol dire dare la stessa cosa a tutti. Vuol dire garantire (o almeno provarci con tutte le proprie forze e risorse) un punto di arrivo possibile  e dignitoso per tutti. Ma i percorsi possono essere anche molto diversi fra loro, i punti di partenza e di arrivo possono non coincidere (e spesso è così). E quindi i libri leggiamoli, riflettiamo e cresciamo insieme, educatori ed educandi, ma cerchiamo anche di fare lo sforzo di reinventarci ogni giorno e di leggere di volta in volta la situazione che ci si presenta con sguardo limpido, non offuscato da pregiudizi personali o culturali. Ai bambini e ai ragazzi bisogna dir di no, ma bisogna anche saperglielo dire. Non dobbiamo umiliarli, svilirli o squalificarli. Il bambino va accolto nei suoi bisogni e rispettato, perché altrimenti lui non ci rispetterà. È banale, ma si apprende molto per imitazione e per identificazione (che è un processo ancora più complesso e profondo). Ogni bambino è diverso e se c’è quello che ha un carattere mite e remissivo, per cui basterà una semplice proibizione a evitare disastri, c’è anche quello che reagisce con ribellione e testardaggine. E allora, in quel caso il rimprovero o la punizione non bastano. Anzi, a volte un inasprimento del divieto diventa controproducente, fa aumentare le tensioni, creando escalation pericolose che non fanno bene a nessuno e soprattutto al rapporto tra educatori ed educandi. E allora che fare? Cedere e farsi “mettere i piedi in testa” oppure arrivare al lassismo? No. Trovare delle strategie, sì. Quali?, vi chiederete. Risposte univoche non ce ne sono. Però portare il bambino a interiorizzare il divieto facendolo riflettere con discorsi alla sua portata e/o aggirare l’ostacolo proponendo qualcosa di alternativo a ciò che viene richiesto, ma di altrettanto accattivante e/o fare un patto in cui concedere e togliere qualcosa e/o far leva sul meccanismo dei premi piuttosto che sulle punizioni sono delle possibilità praticabili.
L’importante, a mio avviso, è non partire ingessati e saper distinguere le situazioni. Anche nei comportamenti più inadeguati, anche nelle richieste più assurde si nasconde un altro messaggio, che bisogna saper decifrare e non sempre è facile. Molte volte i bambini e i ragazzi ci richiedono un’attenzione (ma un’attenzione vera, non il semplice esserci fisicamente ) maggiore, oppure, con i loro dispetti, ci comunicano un conflitto che stanno vivendo dentro, in relazione alla loro crescita. A volte, alcuni bambini, che sembrano impossibili da educare, sono “semplicemente” depressi e manifestano indirettamente il loro disagio. Chi se ne prende cura deve, innanzitutto, portare pazienza e non agire per schemi precostituiti. Ma soprattutto deve sforzarsi di non cedere all’esasperazione o al vittimismo. I bambini e i ragazzi vanno accompagnati nella loro crescita, vanno incoraggiati, contenuti e indirizzati. E vanno, soprattutto, capiti. È in gioco la costruzione della loro identità. Oggi i padri sono molto più presenti all’interno delle dinamiche della famiglia e questo è un bene, ma allo stesso tempo molti di loro devono ritagliarsi ancora un ruolo nuovo, in cui sostenere e collaborare con la madre, senza sovrapporsi, senza sconfinare. I bambini hanno bisogno di rapportarsi alla “funzione” materna quanto a quella paterna, a prescindere da chi incarni quei ruoli che attengono al “femminile” e al “maschile”.
Un padre può anche svolgere funzioni “materne” e la madre funzioni “paterne”, l’importante è essere d’accordo e garantire la coerenza nella diversità per non esporre il bambino a continue contraddizioni, pena la disorganizzazione della sua personalità. Ma di questo ne parliamo magari una prossima volta.
Eleonora Castellano  www.eleonoracastellano.com

La filosofia del gatto, questo animale magico e misterioso


Quando parliamo dei nostri compagni “pelosi” parliamo, chissà perché, quasi sempre di cani; oggi no, oggi facciamo un omaggio al compagno più misterioso ed affascinante, il gatto.
Se ne è occupato per anni un famoso etologo che dei mici era innamorato studioso, Giorgio Celli, e dai suoi libri molto si è imparato. Per antonomasia il gatto è l’animale indipendente, dispettoso, infedele: fa quello che vuole, non si affeziona, sparisce per periodi più o meno lunghi…
Sarà anche vero, anzi, è certamente vero, ma il gatto torna sempre. Ed essendo un essere pieno di contraddizioni, è anche fedele ed affettuoso. Certo a modo suo. Concorderanno con me le persone che hanno o hanno avuto la fortuna di vivere con un felino, quante ansie quando non torna a casa, ma quante coccole…quando vuole lui! Sì, perché il gatto fa davvero un po’ quello che vuole e quando vuole, ma dà tanto al suo padrone. Intanto gli insegna che i momenti brutti si possono superare. Il distrarsi, il pensare ad altro, lo spostare l’attenzione da un problema che ci affligge è un aiuto importante, e proprio le sue fusa, il suo strusciarsi contro di noi, è considerato una terapia nei momenti di grande ansia. Intuisce il nostro stato d’animo e a modo suo vuol essere consolatorio. Il suo starci vicino, quando c’è, in modo assolutamente silenzioso, calmo, come a dire - io sto con te, ci sono – induce ad un sentimento di pace e non-solitudine, che forse chi non ha provato non può capire. Fare il sonnellino sulla nostra pancia è, visto con gli occhi dell’animale, un modo totale di affetto, di fiducia, abbandono, è un lasciarsi andare proprio con chi divide la sua vita con te.
Naturalmente ogni gatto ha il suo carattere, uno è più affettuoso, uno più scorbutico; uno è casalingo, un altro selvatico.  Io che da anni ho cani e gatti, pur riconoscendo che l’interagire con un cane è più facile, adoro i gatti e posso dire di averne provati di caratteristiche diverse.
Coccoloni, dolci, sensibili e un po’ ruffiani, fino al mio attuale gatto, Omero, che tutto è, meno che casalingo, affettuoso e dolce. Dopo 4 anni di convivenza (se così la possiamo chiamare, dato che viene a cercarmi solo la notte), io ricordo di averlo accarezzato qualche volta nei primi mesi della sua vita e mai più. Ancora oggi mi soffia…ma torna, torna sempre. Lo chiamano Il Boss, nel vicolo, e tutti ricordiamo le ansie durante le sue prime fughe. Ora non più; se non torna so che ha una innamorata o un amico che in quel momento gli riempie la vita. Poi, all’improvviso il tonfo sordo del suo corpo che dalla gattaiola salta giù sulla scala, ed eccolo lì a reclamare la sua ciotola. E’ un gatto molto bello, molto fiero, uno spirito libero, inutile ogni tentativo di educarlo.
Chiedete ai possessori di un gatto perché lo amano: per la sua indipendenza, la sua calma, il suo essere pulito. Nessuno vi dirà per l’amore che mi dà, perché è un amore misterioso, seducente e misterioso, quasi impalpabile.
Qualcuno ha tentato di paragonare le caratteristiche del suo amare, a quello di alcuni uomini, i Peter Pan, gli uomini che seducono, quelli irresistibili che poi scappano, quelli un po’ canaglia. Forse allora possiamo pensare che anche il nostro lui può tornare, che l’infedeltà si può affrontare e superare. Ma questa è un’altra storia, è filosofia. 

Giuliana Pedroli, giornalista 

Il valore del dubbio



Chi per primo insegnò l’arte del dubitare? Socrate. Lui ci fece comprendere quanto il dubbio sia un proficuo strumento per conoscere e non un atteggiamento sterile fine a se stesso di chi non vuole prendere una posizione, ma si crogiola eternamente nel luogo della non scelta. Nulla ha a che vedere con gli ignavi di memoria dantesca, coloro che eternamente sono condannati a sorreggere un’insegna: come nella vita non presero mai posizione ora nel al di là devono scegliere. Il nostro Socrate ci insegnò che il dubbio è utile dopo la presa di coscienza della propria ignoranza, quando si sa di non sapere si può iniziare ad apprendere, ma si impara in piena auto consapevolezza solo se si dubita, se le verità che ci vengono propinate sono messe in discussione prima di essere prese per buone. Allora si potrà giungere alla verità. Si doveva partire dalla propria interiorità e metterla a confronto con la realtà esterna. Platone, il più grande discepolo di Socrate, continuò sulla strada del maestro per giungere ad affermare che la sensibilità è illusoria e in questo modo aprì la strada ad una posizione scettica riguardo la realtà, posizione che si contrappone all’unica certezza data fornita dalla ragione. Facendo un salto di numerosi anni giungiamo nel ‘600 a Renè Descartes che fece del dubbio e della sfiducia nei sensi il suo cavallo di battaglia. Il dubbio cartesiano ricalca l'idea socratica proprio quando afferma che l'unica certezza che posseggo come essere umano è il pensiero: penso quindi esisto. Se non pensassi non avrei la certezza di essere qui seduto davanti al fuoco...i sensi ci ingannano, la ragione mai.
Anche in letteratura troviamo una famosa testimonianza del dubbio, il to be or not to be di Shakespeare, quel celebre essere o non essere che rimanderebbe al famoso dubbio di Amleto: vivere o morire. Un dubbio, questo, opposto al dubitare socratico; il dubbio amletico porta ad uno stallo, all'impossibilità di fare una scelta: chi può scegliere di morire se non l'aspirante suicida? La maggior parte di noi messo davanti a due posizioni tanto estreme sceglierebbe la vita. Se analizziamo il dubbio ci rendiamo conto che anche l'azione di dubitare richiede una tecnica, non serve dubitare e basta, bisogna dubitare con cognizione di causa se si vuole fare del dubbio un utile strumento di crescita. Il dubbio infine è uno dei cardini dell'atteggiamento filosofico, quel modo critico di porsi di fronte alla quotidianità. Quel modo che ci può aiutare a superare le nostre difficoltà. 
Maria Giovanna Farina

La scrittura in soccorso della memoria corta


L’uomo ha sempre sentito l’esigenza di lasciare un segno del suo passaggio e del suo pensiero. La scrittura è uno dei mezzi ideati a questo scopo. Nata circa tremila anni fa sotto forma di ideogrammi si è poi evoluta fino a giungere al livello che oggi conosciamo. La filosofia è pensiero dinamico, pensiero in movimento, a differenza di altre discipline, spazia attraverso i diversi campi dello scibile e senza la scrittura non avremmo avuto la possibilità di conoscere il pensiero di quanti ci hanno preceduti. Pensiamo a Socrate che nulla scriveva, se non fosse stato per il suo allievo Platone non sapremmo niente né di lui né della sua filosofia.
Si dice che uno dei difetti della gente è quello di avere una memoria corta, di dimenticare troppo presto cose che dovrebbe conservare indelebili nella mente, mi riferisco a tutto ciò che è bene sapere per tutelare la salute.
Da sempre la disonestà criminale di certi individui senza scrupoli attenta alla nostra salute con le più svariate e fantasiose frodi alimentari. Esse non conoscono limiti, vanno dalle carni al latte, dal burro ai formaggi, dal vino alle acque minerali, dai panettoni alla maionese, nessun alimento è scevro da questa criminale piaga. All’epoca della fuga di radioattività da Cernobyl avevano scoperto che un’azienda in particolare impiegava il latte radioattivo per prodotti riservati ai bambini: quell’azienda, un marchio molto rinomato, è ancora oggi presente sul mercato, ma quanti ne ricordano il nome? Come questa azienda ve ne sono moltissime altre!
Ebbene, nonostante ogni volta sui giornali si facciano i nomi delle aziende incriminate, queste continuano impunemente a pubblicizzare e a vendere i loro venefici prodotti. Le leggi hanno da qualche anno hanno derubricato tali truffe a semplici reati amministrativi, risolvibili quindi con le sole pene pecuniarie. Visto che la legge non tutela sufficientemente i consumatori dovranno essi stessi pensare a tutelarsi, Come? Conservando i ritagli di giornale che ne parlano o annotando diligentemente tutti i nomi dei marchi coinvolti nelle truffe ed evitando poi accuratamente di acquistare i loro prodotti. Questo è l’unico modo per limitare un fenomeno tanto criminale quanto dilagante.
Max Bonfanti, filosofo analista


Da dove nasce la crudeltà?

disegno a matita di Flavio Lappo

Tristi fatti di cronaca ci hanno raccontato come alcune persone siano state date letteralmente alle fiamme. Mettere in collegamento questo aspetto brutale e infimo dell’essere umano con una domanda millenaria come: da dove veniamo? Sembra inconciliabile, eppure mi viene naturale pormela. Del resto se la sono posta tutti gli uomini fin dalla notte dei tempi e in modo più pionieristico rispetto a noi contemporanei conoscitori di tanti studi, teorie e supposizioni sulla nascita dell’universo. Tutti, in momenti particolari come in una notte stellata e silente, ci siamo interrogati. La suggestiva immagine della volta celeste, quel cielo dalle stelle fisse di cui Aristotele discorreva nel De Cielo, nella Metafica e nella Fisica, ora sappiamo essere uno spicchio di un cosmo in espansione e, se è vero come dicono gli antropologi, Freud stesso la tira in ballo quando la applica allo sviluppo psichico dell’uomo, che l’ontogenesi ripercorre la filogenesi, allora stiamo tranquilli. L’evoluzione psichica, come quella fisica, del singolo individuo (ontogenesi) ripercorre  la stessa strada di quella della specie (filogenesi), è quindi normale essersi interrogati sulle stesse questioni. Certo ogni uomo contribuisce un pochino all’evoluzione, ma la cosa è molto lenta e non ce ne rendiamo conto. I filosofi non potevano esimersi da tale attività e nella nostra cultura greco - occidentale ci hanno pensato per primi i presocratici della scuola di Mileto nel VI secolo a. C. Talete, Anassimandro e Anassimene. Come sempre l’essere umano cerca il proprio tornaconto e pare fu Aristotele a dar risalto a questa origine. Si narra che a lui convenisse, per dar più peso ai suoi stessi studi, anteporre tre filosofi come quelli citati, ritenerli padri fondatori di quella filosofia scientifica di cui lui fu maestro indiscusso ancora per secoli dopo la propria morte: gli dava un’origine più importante. Dobbiamo tener conto che Aristotele fu l’ajo di Alessandro Magno, la credenziale gli era di certo utile. Fuori da queste discussioni in fin dei conti sterili, vorrei concentrare la nostra attenzione sul pensiero dell’origine. Talete sosteneva che l’origine della vita (l'arché) fosse da ricercare nell’acqua, scriveva infatti "L'acqua è il principio di tutte le cose; le piante e gli animali non sono che acqua condensata e in acqua si risolveranno dopo la morte"; Anassimandro nell’aria che permette la vita circondando il mondo; Anassimene nell’apeiron, una sostanza indefinita e infinita da cui tutto si è generato (in greco apèiron significa infinito da contrapporre a peràs finito). Che dire: ebbero un’intuizione grandiosa, perché di intuito si tratta unito all’osservazione che ha dimostrato discostarsi poco dalle moderne scoperte scientifiche. Dopo queste prime intuizioni desidero condurre la mia riflessione all’unità che tutto costituisce: all’atomismo di Democrito. Egli fu iniziato dal maestro Leucippo e insieme presero il marchio dispregiativo del materialista. Oggi si sa quanto la definizione sia erronea in quanto la distinzione tra materia e spirito all’epoca non era stata ancora elaborata. L’accusa fu inoltre quella di aver dato una spiegazione dei fenomeni imputabili al caso, lo stesso Dante nel IV canto dell’Inferno scrisse ”Democrito che ’l mondo a caso pone”, in realtà Democrito si sforzò solamente di interpretarlo in modo razionale e necessario secondo quanto disse il maestro Leucippo “Nulla si produce senza motivo ma tutto con ragione e necessariamente”. Il suo casualismo è solo un rifiuto della finalità dei fenomeni; egli non ricorre a cause esterne, gli atomi che formano il mondo si muovono senza un disegno preordinato e senza quindi nessun fine. A Democrito interessa come avvengono i fenomeni e non perché. Oggi conosciamo l’esistenza delle particelle sub-atomiche e quindi non consideriamo più l’atomo come la più piccola parte della materia. Cosa possiamo ricavare dalla concezione democritea? Una capacità di chiarezza nell’affrontare le questioni senza creare fuorvianti mescolanze. Cosa possiamo imparare dai suoi detrattori? Il valore negativo delle etichette. Quando ci raccontano che quella tal persona è in un determinato modo, prima di prenderlo per buono facciamo di tutto per andare a fondo, a costo di criticare lo stesso Platone che attraverso la persona di Socrate ci ha insegnato a sconfiggere i pregiudizi…anche se lui stesso, Platone, si narra, avesse l’insano desiderio di bruciare i libri di Democrito. È strano, non lo ha mai citato nelle sue opere: forse perché la pensava diversamente a proposito del caso. Probabilmente quando non si riesce ad andare oltre i propri maestri, a sorpassare i predecessori, a mettere in discussione ciò che non ci piace col dialogo, si ricorre alla eliminazione dell’altro che non ci aggrada. Un po’ troppo primitivo, quel primitivo che millenni di evoluzione non hanno saputo far evolvere in civiltà. E allora sarebbe interessante la ricerca e la possibile scoperta di un nuova arché, quella che ci spieghi l’origine di quella crudeltà, di quella feroce aggressività che cova ancora dentro di noi.

Maria Giovanna Farina  Tutt i diritti riservati©



Le trappole della rete


"Le trappole della rete" è il titolo di un interessante convegno tenutosi l'11 marzo a Milano, presso il palazzo Pirelli, un convegno aperto e rivolto soprattutto ai giovani, i principali, ma non esclusivi, fruitori della grande rete. Gli ultimi dieci anni, infatti, hanno visto la rete estendersi in maniera tentacolare e diventare sempre più invadente nelle nostre vite. Oggi, attraverso il web, possiamo trovare informazioni di ogni tipo, da quelle scientifiche a quelle letterarie, da quelle artistiche a quelle squisitamente turistiche, per non parlare dell'enorme quantità di video in esso contenuti, riguardanti il mondo della musica, del cinema, dello sport, dello spettacolo, dell'informazione e di tanto altro ancora. Oltre ad essere la principale e immediata fonte enciclopedica, il web è sempre più fruito per effettuare acquisti di ogni tipo, di beni e servizi, dagli aerei alle scarpe, dai mobili ai dischi. I webmaster si impegnano per mettere a punto siti sempre più friendly, che consentano acquisti e pagamenti veloci, nonché sicuri. Ma la stragrande maggioranza delle persone usano il web per via dei social network, che in alcuni casi hanno sostituito o si sono fortemente sovrapposti alle relazioni sociali a 3D.
In questo convegno, infatti, si è sottolineato come l'interazione dell'uomo con un dispositivo mobile piuttosto che con lo schermo di un PC implica un rapporto con l'altro a due dimensioni, laddove il rapporto reale, fisico con le persone è di fatto un rapporto a 3D. L'uso, a volte smodato, della rete per fare nuove conoscenze o per consolidare le amicizie sembra, almeno all'apparenza, arricchire le opportunità sociali, le quali, in realtà, vengono impoverite proprio dalla mancanza della tridimensionalità, ovvero del forte e insostituibile impatto umano, con tutta la sua fisicità, con tutte le sue caratteristiche verbali e non verbali, che trasmettono qualcosa che un rapporto 2D non può creare. I relatori del convegno hanno, inoltre, sottolineato come sempre più il bullismo si sta trasferendo in rete perché colpire, offendere e perseguitare qualcuno attraverso uno schermo - qualcuno che non viene di fatto visto o toccato - esacerba i pregiudizi, deresponsabilizza e amplifica le reazioni di violenza. La polizia postale interviene a rimuovere i post più aggressivi o inappropriati, ma spesso è impossibile bloccarne la diffusione o proteggere la privacy. 
A questo proposito, è stato anche sottolineato che i nostri dati sensibili vengono elaborati dai server americani e questo implica che noi europei siamo controllati e in buona parte manipolati, senza poterci difendere. Si auspica che l'Europa possa, prima o poi, gestire in autonomia l'enorme quantità di dati che ci riguardano e che, al momento, vengono conservati e usati dagli americani.
Lo scorso anno tutti i principali motori di ricerca hanno inviato email per l'informativa sulla nuova privacy. Questo, in verità, è stato solo un paravento, un modo per giustificare ciò che viene fatto da tempo. Infatti, ogni volta che navighiamo in un sito, ci viene richiesto di accettare i cookies, pena l'impossibilità di entrare nel suddetto sito. Questo fa sì che i nostri comportamenti di acquisto, ma anche semplicemente i nostri interessi e le nostre ricerche, vengono registrati, guidati e manipolati. Non in ultimo c'è da ricordare lo scandalo americano, per cui Facebook e altri importanti social sono stati accusati di aver manipolato il consenso degli elettori americani verso il presidente Trump.
Sembra che il potere della rete nel condizionare le nostre scelte elettorali, di acquisto e sociali sia potentissimo. Ecco che diventa un must prendere coscienza di tutto ciò, perché solo attraverso la consapevolezza dei continui condizionamenti a cui siamo esposti, possiamo tentare un uso più disciplinato della rete e soprattutto possiamo imparare a dosarlo bene e ad allontanarcene in alcuni casi. Ritengo che l'umanità della relazione 3D sia di gran lunga superiore e più profonda e più autentica rispetto a quella spesso artificiosa e artefatta prodotta dalla rete.

Eleonora Castellano

Lo s-ballo del sabato sera

Disegno a matita di Flavio Lappo

Incontrarsi per un caffè e fare due chiacchiere con un’amica è sempre un momento piacevole. Già il bar, per me anche luogo di dialogo dove riflettendo mi è capitato di parlare dei ragazzi vittime degli di eccessi e si pensa subito a quei giovani che abusano di alcol, si aggirano con la bottiglia tra le mani e trascorrono i loro sabato sera giocando a chi vomita per primo: questi comportamenti sono così lontani dalle nostre abitudini, eppure molti di loro sono nostri figli. Una volta i ragazzi si potevano considerare adulti se riuscivano a non ubriacarsi, se bevevano a pranzo qualche bicchiere in più ma mai al punto da non essere più in grado di condurre una vita normale. Mi viene in mente un ragazzo adolescente carino, simpatico e per bene. Al sabato sera per non tradire il gruppo dei pari partecipa a feste alcoliche, ritrovi in locali alla moda o nella piazza principale della cittadina dove vive. La prima volta ad una festa è un momento importante per ogni giovane che si affaccia alla vita, è un momento da sperimentare, è un’iniziazione a cui si anela e, a seconda dell’epoca in cui si vive, la moda del momento fa da sempre la sua entrata a gamba tesa. Ognuno con il suo look, con i capelli più o meno lunghi, con la musica dei cantanti più in voga, sente di appartenere ad un piccolo gruppo di amici ma allo stesso tempo sa essere parte di un tutto, di un grande raggruppamento sociale. L’immenso mare della società fa paura a chi sta per staccarsi dal nido. Vestirsi come gli amici dà una certa sicurezza, ci si spalleggia a vicenda, si diventa una sola persona più grande, più sicura e più in grado di difendersi. Si sa, l’unione fa la forza e allora tutti vestiti secondo un medesimo stile fa sentire protetti nel difficile passaggio dalla famiglia alla società dove persone ed esperienze nuove attendono al varco l’adolescente. Un tempo era diverso, i giovani vivevano in una famiglia allargata, dai nonni ai più piccoli appena nati era una catena ininterrotta di affetto, il nucleo famigliare era un gruppo sociale con regole rigide ma formative: i vecchi si dovevano rispettare, gli uomini andavano a lavorare, le donne badavano ai figli, alla casa e ai vecchi. L’emancipazione, le piccole famiglie di tre quattro persone odierne hanno sconvolto l’equilibrio? Tornare indietro è impossibile e non lo desideriamo per non perdere anni di lotta per l’emancipazione femminile, per l’acquisizione di importanti diritti… ma riflettere su ciò che sta accadendo ai nostri giovani è un obbligo morale e civile. Tornando al ragazzo di cui stavo parlando, che convenzionalmente chiamerò Giorgio, lui pur di appartenere ad un gruppo beve ogni sabato sera, si sballa, come si dice oggi, fino a vomitare. Sta male per divertirsi, una contraddizione, un’opposizione mentale che appare subito assurda eppure per lui e per i suoi amici è diventata normalità. È divertente stare male? È normale stare male? È normale stare a guardare senza provare a capire qualcosa? Senza intervenire.
"Questi ragazzi hanno paura di crescere e rimangono piccoli. Rigurgitano come i poppanti per rimanere bambini accuditi”, mi dice Corinna Cristiani, la filosofa relatrice della mia tesi di laurea che ora è un'amica con cui ho studiato i comportamenti adolescenziali, dopo aver riflettuto su questa situazione.
Quindi per sentirsi grandi si comportano da bambini. Ma i grandi non erano quelli che bevevano e rimanevano lucidi? Qualcosa si è sballato nel corso delle generazioni. Se guardiamo attentamente i ragazzi e le ragazze, e per le donne l’alcol è ancora più nocivo, che si aggirano con la bottiglia della birra in mano possiamo senza fatica immaginare che cosa stiano facendo: portano a spasso una copertina di Linus, l’oggetto transizionale di Winnicot, che altro non è se non un sostituto del biberon. Se lo sballo è un desiderio di tornare piccoli, tocca a noi adulti trarre le conclusioni e rimboccarci le maniche per aiutare i ragazzi a crescere in modo equilibrato. Facciamo in modo che lo s-ballo diventi sono ballo.
Naturalmente c'è anche il problema delle droghe, ma questo merita un approfondimento a parte su cui tornerò. 

Maria Giovanna Farina



Musica e lacrime

Copertina di Da zero alle stelle, libro di Maria Giovanna Farina

Ritengo la musica anche un mezzo di trasporto temporale, forse il migliore, poche note hanno la capacità di fare viaggiare nel tempo alla velocità della luce per condurre là, dove null’altro è in grado di fare. Essa non chiede mai il permesso, ti prende e ti trans-porta, non importa dove sei, cosa fai, con chi sei, ti cattura e basta e il luogo del ricordo persiste nella mente indifferente pur senza di lei. Essa può essere un valido aiuto alla memoria per la sua capacità, oltre a quella di trans-portare, anche di riesumare ricordi che altrimenti resterebbero seppelliti nell’oblio; quante volte particolari sono riaffiorati alla coscienza grazie alla musica? Penso che chiunque abbia provato, almeno per una volta, di trovarsi in una posizione del genere. Un punto su cui vorrei indugiare quel tanto da creare una riflessione è relativo a quanto sia determinante l’esecuzione del brano nel ri-condurre chi ascolta nei luoghi del passato, ossia lo stesso motivo interpretato da un altro esecutore sortirebbe lo stesso effetto ai fini del ricordo? Lascio la risposta al lettore.
Un’altra cosa che non posso tralasciare, sempre relativa alle variazioni, anche minime, della musicalità del brano, è quando accade, soprattutto nei remake, che alcune note vengano volutamente cambiate da chi canta per dare una parvenza di nuovo, ebbene questa forma di revisionismo irrita tutte quelle persone che conoscono il brano nella versione originale: a detta di molti non c’è nulla di più cacofonico del sentire alterate le note conosciute, è qualcosa che innervosisce; qualcuno se n’è accorto ed ha riportato l’esecuzione al canto originale. Sono pochi i casi in cui un ri-facimento è apprezzabilmente ascoltabile. Per chi non conosce il pezzo non c’è alcun problema, ma mi chiedo, vi chiedo, ne vale la pena? Certi rifacimenti danno la netta idea di chi, esaurita la vena, è arrivato alla frutta o come dico io alla tovaglia da scuotere. Cambiare una nota sarebbe come cambiare un particolare di ciò che è stato, affermare che non andava bene, immemori che in quel dato momento era invece la cosa migliore. Probabilmente lo zoccolo duro dei fan, quelli che seguono il loro idolo nelle trasferte e preferiscono non usare neppure un pizzico di senso critico non ci badano, ma questi, per fortuna, non sono la maggioranza.
Dobbiamo molto alla musica, oltre a rallegrare gli animi ed accompagnarci nei momenti più gioiosi e felici, pensiamo alla marcia nuziale, essa possiede altre doti che non esiterei a definire catartiche e terapeutiche e credo, a questo punto che un cenno al rapporto musica – pianto, sebbene e forse proprio per questo, nel libro sia solo sfiorato, meriti la nostra attenzione. Certamente non tutte le musiche provocano il pianto, l’espressione catartica, liberatoria per eccellenza, e, sicuramente quelle che lo provocano ad alcuni, non lo causano ad altri; vi sono però alcuni brani che fanno piangere più di altri ed altri ancora che non commuovono per niente. Quale spiegazione si può dare a questo fatto? Anche ascoltando la musica che più predispone al pianto, come per esempio le opere di Puccini o il Requiem di Mozart, la maggior parte delle volte non si giunge alla emissione di lacrime, per lo più, per i soliti motivi per cui non si deve piangere, esse rimangono in nuce e la contrazione temporo-mandibolare ci aiuta a perseguire questo scopo.
Per prima cosa, affinché la musica possa agire in tal senso è necessario che abbia qualcosa in comune con il vissuto di chi ascolta, che evochi ricordi soprattutto della giovinezza. In assenza di questa condizione è poco probabile che possa realizzarsi il pianto. Chiarito questo punto occorre far presente che esistono alcune tematiche, come possono essere per esempio quelle relative alla Patria, che entrano a far parte del vissuto di ognuno, (bene o male il senso patriottico ci è stato inculcato più o meno velatamente sin da bambini e l’inno nazionale rappresenta per ogni cittadino la reificazione sonora della Patria) e altre, come la partecipazione a funerali o a funzioni e celebrazioni in cui molti piangono, che ci rendono più sensibili alle lacrime. Nella genesi del pianto “da musica” un ruolo importante lo rivestono anche gli strumenti musicali impiegati per l’esecuzione del brano: lo stesso pezzo, può generare sensazioni differenti a seconda che sia eseguito dalla banda, da un coro, da una voce solista, da un piccolo gruppo musicale oppure da un’orchestra sinfonica.
Quindi, in base a queste considerazioni direi che un certo tipo di musica assolve la funzione di produrre lacrime a causa della immediatezza con cui sa ri-portare a situazioni il cui ricordo predispone al pianto e, gli strumenti musicali usati per l’esecuzione, le condizioni psicofisiche e l’ambientazione venutasi a creare in quel determinato contesto, contribuiscono, a volte, in modo determinante. Infine il pianto si può considerare un sistema di misura per valutare la bontà di un pezzo: a certe persone la musica, come certe opere d’arte in genere, anche della Natura, quando raggiungono livelli eccelsi che toccano il profondo dell’Io, fanno accapponare la pelle e scaturire lacrime.
Dobbiamo altresì ricordarci che la musica non è solo il prodotto di importanti strumenti musicali in grado di esprimere interi brani senza l’ausilio di accompagnamento, ma anche di strumenti monotonali: cosa sarebbe la “Danza delle ore” del Ponchielli senza lo squillante, deciso e delicato suono del triangolo?
Max Bonfanti, filosofo analista
Articolo tratto dalla prefazione di
"Da zero alle stelle", e-book di Maria Giovanna Farina



Intervista a The Leading Guy




Cantautore abile e raffinato, THE LEADING GUY mette al centro del suo lavoro le canzoni, cercando di raccontare qualcosa di unico e spontaneo. Cerca il silenzio in modo da poter rappresentare al meglio il suono di ciò che è prezioso, per poi interpretarlo in modo essenziale, grazie ad una vocalità dolce e graffiante. Dotato di una capacità melodica pulita e brillante, ha fatto dei testi e dell’interpretazione le sue caratteristiche stilistiche distintive e facilmente riconoscibili.

L'abbraccio universale di THE LEADING GUY nel nuovo singolo OH BROTHER


È il nostro essere umani a poterci salvare, è il nostro sentire comune che deve essere risvegliato, il nostro pensare anche al prossimo. È la nostra empatia verso il dolore altrui che deve essere scoperchiata perché quel dolore, in fondo, è anche nostro e ci accomuna agli altri. Per affrontare argomenti delicati come la perdita, il silenzio, come luogo non di isolamento ma di riflessione, si fa ancora più necessario.



La perdita ed il silenzio, è interessante come tu abbia accostato questi due stati del mondo. Come sei giunto a considerarli? 
La perdita ha sempre una connotazione negativa ma può scuotere la vita in maniera positiva. Perdendo qualcosa o qualcuno siamo costretti a cercare "altrove" per stare bene e finiamo per trovare situazioni e persone a cui non davamo un peso significante.
Il terremoto emotivo di una perdita ci permette di capire quali sono le persone su cui davvero poggiano le nostre fondamenta. Il silenzio, dal mio punto di vista, è la cosa che più ci spaventa in questo momento. Riempiamo qualsiasi spazio libero con le parole. Anche quando non parliamo comunichiamo, scrivendo messaggi o commentando qualcosa, spesso inutilmente. Non riusciamo più a stare soli. 
Molto interessante anche l'ottimismo con cui affronti l'argomento, ricordiamo che l'ottimismo non è “vedere rosa”, ma trovare la soluzione/strada migliore. Sei sempre stato così fiducioso o ci sei giunto con qualche “supporto”? 
Ad essere onesto non mi reputo una persona ottimista e nella vita ho spesso il timore che le cose possano andare male. Nelle canzoni però cerco sempre di lasciare una finestra aperta alle possibilità. Per affrontare una perdita dolorosa come quella di un fratello c'è bisogno di supporto da parte di chi rimane, e la musica nel suo piccolo può esserlo. È un modo per non lasciare solo chi soffre. Un fratello è insostituibile ed il dolore è per sempre, si può solo tentare di giocare la propria parte al meglio. 
3) Oh Brother si prefigge come proposito quello di essere un abbraccio universale, un conforto comune. Raccontaci quale fatto ti è accaduto che sia stato capace di condurti ad un sentire universale... 
Quando le persone a cui vogliamo bene perdono qualcuno l'unica cosa che possiamo fare è unire le forze. Mi sono spesso sentito inutile affrontando un dolore altrui. La nostra specificità serve a poco ed è impotente in situazioni del genere. Anche se Oh Brother l'ho scritta io, dentro ci sono tutte le persone che hanno affrontato quei momenti in cui ci sentivamo inutili di fronte ad un dolore che non era il nostro. 
Cosa ti aspetti dal mondo della musica? Credi che unendo gli sforzi si possa superare un certo declino di una certa musica attuale?
La musica è da sempre in declino. Ogni decennio ha le sue polemiche e finisce per innescare un effetto nostalgia che serve a poco.  Quello però che mi spaventa è che molti artisti scrivono in funzione del pubblico. Sono spaventati dall'idea di non avere successo, mentre la paura dovrebbe essere quella di scrivere brutte canzoni. Ho amici che sino a qualche anno fa suonavano folk ed oggi si vestono in tuta per imitare gli artisti indie del momento. Credo che la musica brutta nasca proprio dalla paura di non essere ascoltati, dalla mancanza di pazienza, da parte degli artisti e del pubblico. 

Maria Giovanna Farina


Il maschile e il femminile nell’educazione dei figli


In un’epoca “liquida” come la nostra, attraversata da dubbi e inquietudini, dove le certezze di un tempo sono naufragate nel mare profondo delle crisi, anche il discorso sulle differenze di genere si è un po’ annacquato, generando confusioni e perplessità.
Senza voler assumere una posizione giudicante, in una direzione o nell’altra, mi soffermo a riflettere su cosa voglia dire oggi appartenere al “femminile” piuttosto che al “maschile” e se si possono ancora rintracciare delimitazioni nette o se bisogna accettare che le categorie si sono sfumate e, in parte, intersecate fra loro. Una volta la situazione era abbastanza lineare ed era chiaro a tutti, ad esempio, che all’interno della famiglia il padre dovesse assumere funzioni “paterne” e la madre quelle “materne”. Per semplificare, dalla madre ci si aspettava soprattutto la cura della casa e l’accudimento dei figli; dal padre il procacciarsi dei mezzi di sopravvivenza materiale e l’educazione dei figli riguardo alle regole e ai divieti. Al padre si riconosceva l’autorità e nessuno metteva in discussione il suo ruolo “normativo”, ovvero che fosse suo il compito di indirizzare i figli ad accettare e rispettare le regole di buona convivenza, prima familiare e poi civile. La funzione materna, invece, si esprimeva soprattutto nel campo dell’affettività. Quasi a dire: che la madre si prendesse cura dell’interno, il padre dell’esterno. Molti psicologi e psicoanalisti hanno infatti indicato nella funzione paterna il ponte tra la famiglia e la società.
Ebbene, oggi sembra che molte di queste categorie siano saltate. Padri e madri tendono a dividersi equamente i compiti e, spesso, a invertire le tradizionali mansioni: il padre, quando è a casa, prepara da mangiare, cambia i pannolini se necessario e discute ampiamente con la compagna sulle regole da impartire e sulle loro modalità. La madre, a sua volta, di sovente lavora anche fuori casa e si sobbarca oneri e onori che una volta erano puramente attribuiti all’uomo. Di primo acchito, tutto questo può sembrare una bella conquista. Uomo e donna s’incontrano di più e negoziano insieme come mandare avanti la famiglia, senza dare nulla per scontato. Si è pari nella dignità, in casa come fuori.
Tuttavia, questo molto spesso rimane un’utopia. Presi da mille incombenze, pressati da una società sempre più competitiva, spesso privi di una rete familiare che sostenga (non è raro che le coppie si trovino geograficamente molto distanti dalle famiglie d’origine e quindi dalla possibilità di poter contare su un aiuto da parte dei nonni), uomini e donne tendono ad andare in tilt e ad allontanarsi fra loro. Anziché sentirsi complici per la condivisione di compiti e doveri, oltre che di gioie e soddisfazioni, si fanno fagocitare da un ritmo sempre più estenuante e non hanno tempo o voglia di fermarsi a riflettere. E così si agisce senza pensare, si moltiplicano le incomprensioni e talvolta accade che la donna viva come invasione di campo la forte presenza dell’uomo, soffrendo di dovergli dare conto e ragione di tutte quelle scelte che attengono al “femminile” (nel senso tradizionale). E a sua volta l’uomo, trovandosi di fronte ad una donna stressata, s’infastidisce attribuendo la causa del suo malessere al tempo trascorso fuori casa, dedicato al lavoro e agli hobbies. Il discorso non è semplice perché le generalizzazioni non sono mai facili e ogni famiglia vive le sue dinamiche. Mi sembra però di ravvisare il fatto che i ruoli tradizionali sono stati scardinati e spesso questo non è vissuto come un’opportunità, ma con fatica e conflitti.
Si osservano uomini molto, troppo materni che sbuffano se la madre fornisce il latte ogni tre ore piuttosto che quattro e madri che s’inalberano perché il compagno impartisce punizioni troppo severe o regole eccessivamente rigide. Come dire, nessuno “sta più al suo posto”, si discute su tutto, ma proprio tutto, e mi chiedo quanto questo sia giusto. Dal ’68 in poi ci si è scrollati di dosso parecchie etichette rese stantie dal tempo e si sono superati vecchi schemi. Ma forse si è andati un po’ troppo in là e sarebbe più giusto recuperare alcuni valori, senza dimenticare la lezione del Paritismo. È bene che uomini e donne collaborino sul lavoro come in famiglia, è bene che la madre abbia la possibilità di realizzarsi anche fuori casa così come il padre all’interno della famiglia e non solo nella carriera. Ma è anche bene che la madre si riappropri del ruolo materno e che il padre non tema di perdere l’affetto dei figli al momento delle proibizioni.
Condivisione, ma anche rispetto delle diversità. Partecipazione, ma anche divisione dei compiti. Collaborazione, ma anche accettazione delle differenze di genere e di ruolo. Essere madri ed essere padri non è la stessa cosa. Così come non è la stessa cosa essere uomini ed essere donne. Perché tutti dobbiamo essere e fare tutto? Che i bambini abbiano ben chiaro che cosa aspettarsi dalla madre e cosa dal padre, che ci sia un certo ordine e una certa disciplina dell’organizzazione familiare non è un male. Diceva qualcuno: il padre insegna le regole, la madre insegna come trasgredirle. Non bisogna scandalizzarsi per questo; fa parte del gioco della vita. Avere in casa dei modelli certi del “principio femminile” e di quello “maschile” e di come possano integrarsi nelle differenze non è mai superato. In fondo, i ragazzi dovranno poi a loro volta crearsi un equilibrio interno tra le componenti maschili e femminili, tra animus e anima, direbbe Jung.
Chissà se alcune confusioni nell’identità di tanti giovani di oggi affondano le radici in certe contraddizioni nei ruoli familiari? Ma è solo una mia ipotesi.
Eleonora Castellano www.eleonoracastellano.com