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Evviva la routine

 

Ieri pomeriggio non trovavo più la mia carta d'identità, ho guardato ovunque, spostato mobili frugato nelle borse, perlustrando anche luoghi dove non la si metterebbe mai...l'angoscia era salita alle stelle mentre mille pensieri si erano impossessati di me tra cui “magari qualcuno l'ha trovata, magari è una persona di malaffare e la cosa mi può portare guai”. Ero ormai decisa ad uscire per recarmi a fare denuncia di smarrimento presso una sede della Polizia di Stato, avevo già in mano le chiavi di casa, quando una voce interiore mi dice di controllare nel cassetto della scrivania. Era lì, come avevo potuto non pensarci prima? Mai stata così felice di vederla! Ieri
ero felice e lo sono ancora: nulla come uno scampato pericolo può farci apprezzare la routine quotidiana. Viva la normalità! 

Maria Giovanna Farina


La pensione

 

Dopo oltre quarant’anni di duro lavoro anche per Giordano era arrivato il tanto agognato e temuto giorno di lasciare il vecchio posto di lavoro e di godersi la meritata pensione. Era il suo primo giorno di libertà e invogliato dalla bella giornata primaverile decise di fare una passeggiata per il corso proprio durante le ore di lavoro, quando la gente occupata non se lo può permettere. Si sentiva leggero e fortunato, molti suoi colleghi non erano riusciti ad andare in pensione, il Signore li aveva chiamati a Sé anzitempo. Osservava tutto e tutti come non aveva mai fatto, solitamente alle quattro del pomeriggio di ogni giorno feriale si trovava in ditta a controllare che i macchinari a lui affidati funzionassero a dovere invece ora poteva permettersi di andare a spasso. Passeggiare a quell’ora non era come farlo durante i giorni festivi o comunque non lavorativi, la gente che vedeva era diversa, non sapeva bene in cosa fosse diversa ma la vedeva diversa. Giunto davanti ad una gelateria decise di prendersi un cono a due gusti, limone e pistacchio. Intanto che camminava lentamente per il corso gustandosi il suo gelato la sua attenzione fu attratta da uno strano tipo appoggiato al muro. Era vestito in modo dimesso ma non da straccione, capelli lunghi un poco arruffati, un paio di occhiali scuri ma non scurissimi, una folta barba brizzolata ornava il viso e aveva appeso al collo, tramite una catenella metallica, un cartellino con una scritta in caratteri veramente minuscoli. Giordano pensò tra sé e sé quanto fosse diverso dagli altri accattoni, ma forse non era un accattone, ma se non era un accattone cosa ci faceva lì? Decise di avvicinarsi all’uomo per capire cosa ci fosse scritto, ma una volta a portata di lettura poté solo leggere parole incomprensibili, senza significato, parole che non volevano dire niente.

  • Mi scusi, ma cosa significa quel cartellino?

  • Perché lo vuole sapere?

  • Penso che se qualcuno espone un cartello è perché vuole che venga letto.

  • Giusto! Ha perfettamente ragione, ma se lei avesse subito letto il cartello probabilmente non si sarebbe fermato e se la scritta fosse chiara non mi avrebbe posto alcuna domanda.

  • È vero, non ci avevo pensato.

  • Sono tante le cose alle quali non ci si pensa.

  • Mi scusi se forse le sto sembrando uno che non si fa i fatti suoi, ma lei cosa ci fa qui?

  • Lei cosa pensa che ci faccia?

  • Ma, non saprei, forse chiede l’elemosina.

  • Le sembro uno che chiede la carità.

  • Ad essere sincero non saprei, ma quelli che si pongono così, come fa lei, di solito la chiedono.

  • No, non chiedo la carità, almeno in senso stretto come viene inteso dall’accezione comune. Stavo aspettando lei.

  • Me?!

  • Sì, lei.

  • Ma me proprio me?

  • Beh, non lei proprio lei, ma qualcuno come lei, qualcuno che non avendo niente di meglio da fare si sofferma davanti un apparente barbone e si chiede cosa faccia appoggiato al muro con appeso al collo un cartellino incomprensibile.

  • Quindi io le do l’impressione di non avere niente da fare?

  • Chi si può permettere alle quattro e mezza del pomeriggio di passeggiare guardando di qua e di là per il corso leccando un cono gelato?

  • Lei mi ha quindi osservato?

  • Osservo tutto quello che mi passa davanti.

  • Le andrebbe di sedersi da qualche parte.

  • Cosa intende da qualche parte?

  • Non so, in un bar, su di una panchina, da qualche parte, dove vuole lei.

  • Perché mi fa questa proposta?

  • Perché come ha detto lei non ho niente da fare e lei mi incuriosisce. Sa, oggi è il mio primo giorno di pensione.

  • A beh, se è così… volentieri, ma per favore non mi faccia scegliere, decida lei.

  • Le andrebbe una coppa di gelato seduti? Lì dove ho preso il cono lo fanno molto buono e ho visto che ci sono dei tavolini dove si può parlare senza essere disturbati.

  • D’accordo, grazie, accetto volentieri.

Si tolse gli occhiali, il cartellino e si incamminarono verso la gelateria. Appena giunsero si sedettero in un angolo appartato dove poter conversare tranquillamente.

  • Allora cosa desidera?

  • Visto che è da stamattina che non mangio gradirei un mangia e bevi.

  • Bene, allora per farle compagnia un mangia e bevi anche per me.

Poco dopo gli portarono due grosse coppe di mangia e bevi

  • Caspita, che coppa, non so se ce la farò a finirla.

  • Io credo proprio che non avrò problemi, ma mi dica, non penso che mi abbia invitato solo perché non aveva niente da fare?

  • No, il vero motivo è che lei è così diverso dalle persone che sono solito frequentare che l’ho trovata molto interessante e che offrirle da bere fosse il minimo che potessi fare.

  • Lei è veramente una brava persona. Che lavoro faceva prima di andare in pensione?

  • Niente di particolare, mi occupavo delle macchine in una fabbrica di filati

  • Beh, un lavoro di responsabilità. Se si fermano i macchinari sono soldi che si perdono.

  • È vero, è quello che mi diceva sempre il mio capo. Pensi sono entrato in quella fabbrica più di quarant’anni fa e non ho mai avuto il piacere di conoscere il padrone.

  • Padrone, che brutto termine, il proprietario si dice. Comunque sono certo che anche se lei non l’ha mai conosciuto lui conosceva tutti i suoi dipendenti.

  • Figuriamoci se con tutto quello che aveva da fare aveva anche il tempo di conoscere i suoi operai, comunque padrone o proprietario per me era sempre quello che aveva i soldi, ma lei piuttosto, mi parli un po’ di lei.

  • Cosa vuole che le dica, anch’io lavoravo in una fabbrica e ad un certo punto mi sono stancato, ho avuto una crisi esistenziale, ho rinunciato ad ogni mio avere, ho lasciato tutto in mano ai miei figli e me ne sono andato, all’inizio con un po’ di soldi in tasca, ma poi, una volta terminati ho preferito vivere alla giornata, girando di qua e di là, dormendo dove capita e mangiando quando qualcuno come lei mi offriva qualcosa, ormai sono già due anni che vivo così, sono felice della scelta fatta, ho imparato cosa voglia dire tirare a campare e quel che è più bello non ho obblighi e nessuno sa dove sia.

  • Però che coraggio! Ha detto di aver lasciato tutto in mano ai suoi figli? Vuole dire che la fabbrica era sua?

  • Beh sì, mi vergogno a dirlo ma è così.

  • Vuole dire che io, un povero operaio in pensione, ho offerto da bere ad un industriale?

  • A un ex industriale, ora sono più povero di lei, non ho neppure la pensione, caro Franceschini.


Max Bonfanti, filosofo analista

Socrate è morto invano?


Socrate è morto invano? Una domanda che mi sono posta molte volte e negli ultimi tempi è una dubbio, non socratico ma amletico, che mi picchia in testa come un martello pneumatico. Sì perché il dubbio socratico conduce ad una soluzione, è un dubbio produttivo, mentre quello amletico mi sembra capace solo di giungere in uno stallo perenne. Socrate, il filosofo che ha cercato per tutta la vita di far partorire le menti, di smantellare le idee preconcette, di aiutare i suoi interlocutori a ragionare con la propria testa per trovare il vero se stessi, lui il grande filosofo è stato condannato al suicidio con un veleno quale la cicuta. Avrebbe potuto salvarsi per mano di amici e discepoli in grado di farlo espatriare, ma lui no, è rimasto fedele a ciò che ha sempre perseguito: Il rispetto delle leggi anche se applicate ingiustamente.

Spesso ascolto o leggo sui social discorsi poco o per niente liberi da stereotipi, leggo pensieri di parte ossia di quella o quell'altra parte politica ripresi dalle persone senza la volontà o forse la capacità di analizzare un fatto, un evento o una persona con la mente libera da luoghi. Ciò mi dispiace per il fatto che si perde la capacità umana di decodificare i messaggi non verbali, la vera natura di un contenuto, la possibilità di arricchire la propria mente. La confusione regna sovrana, si dice il tutto ed il suo contrario, ma questo esisteva già ai tempi di Socrate.

Allora concludo la mia breve riflessione con una considerazione: Socrate non è morto invano finché ci sarà una sola persona a ricordare il suo messaggio filosofico.

Non voglio dipendere


Se non vogliamo dipendere, impariamo a farlo partendo dalle piccole cose con l'aiuto della filosofia pratica.

Uno degli scopi principali della filosofia è trovare la strada per rendere sempre più vivibile la vita e poter quindi avvicinarci alla felicità. Per vivere bene bisogna eliminare le dipendenze. La dipendenza è un’imperfezione, mentre per essere felici dobbiamo sempre più avvicinarci alla perfezione per quanto sia umanamente possibile. Ci aiuta Cartesio quando afferma nel “Discorso sul metodo” che “perfetto è ciò che non dipende da nulla”. Non ci resta che cercare di eliminare le dipendenze là dove sia possibile: non solo fumo e alcol, ma anche quelle apparentemente non dannose alla salute anche se deleterie per la realizzazione del sé. Da qui ci riallacciamo alle illusioni della mente che impediscono alla scienza di progredire e all’uomo di evolversi. Il retaggio culturale e gli stereotipi, quelli che Francesco Bacone definiva idola, di cui la mente è a volte prigioniera, ci impediscono di essere liberi di pensare e agire. Possiamo affermare che esiste una vera e propria dipendenza, una forte sudditanza, a modi di essere che spesso non ci rappresentano, ma agiscono come vere e proprie catene. Veniamo al solito esempio concreto. Ancor prima della fondazione dell’astronomia, era concezione dominante che il sole e gli astri ruotassero attorno alla terra. Qualunque idea diversa era considerata sacrilega. Ipparco (II sec. a.C.) prima, e Tolomeo (II se. d.C.) sostennero questa tesi. Dovettero passare ancora molti anni prima che Copernico (XVI sec.) potesse dimostrare che era la Terra a girare attorno al sole e la sua tesi fosse accettata come valida. Possiamo chiederci: “Cosa ha ostacolato la mia rivoluzione copernicana, quindi la mia evoluzione? È abbastanza probabile sia stata la dipendenza da qualche idea ingannevole: con la riflessione potrà emergere la risposta. 

Maria Giovanna Farina

Volontario casuale

Sempre più persone si dedicano al volontariato, in particolare giovani in attesa di occupazione e persone che hanno terminato il loro ciclo lavorativo e possono godersi una meritata pensione. Qual è il motivo che spinge tanti a dedicarsi agli altri senza aver nulla in cambio? Il busillis sta proprio in quel “nulla”: non è esatto dire senza aver nulla in cambio poiché qualcosa la ricevono anche se non in beni materiali: la soddisfazione di rendersi utili è un “pagamento” dal punto di vista spirituale superiore a quello economico. Secondo certi volontari che ho intervistato il vantaggio che traggono dal prestare la loro opera è superiore a quello del ricevente, si può quindi essere portati a credere che in certi casi il maggior beneficiario sia soprattutto il volontario.

Chi offre le proprie prestazioni a titolo gratuito in genere assume incarichi fissi, in certi giorni e in certi orari, ma ciò di cui vorrei parlare è quel tipo di volontariato non regolato da orari o dal calendario. Ci sono svariati modi per rendersi utili al prossimo, casi che si presentano quando meno ce lo aspettiamo come aiutare qualcuno in difficoltà nel fare cose comuni. Sono piccoli gesti che però danno grande piacere. Citerò alcuni esempi in cui si può compiere gesti altruistici che forse danno anche più soddisfazione del volontariato classico, proprio perché inaspettati. Aiutare una signora a portare sulle scale della metropolitana la carrozzina col bimbo, fare attraversare la strada a chi autonomamente avrebbe difficoltà, cedere il posto sui mezzi pubblici o nelle sale d’attesa a chi ne ha più bisogno di noi, e in genere aiutare chi si trova in difficoltà nello svolgimento delle normali attività. Ci si può rendere utili anche nei confronti degli animali, per esempio una volta mi è capitato di liberare un piccione che si era impigliato con una zampina in un filo che gli impediva di prendere il volo. La soddisfazione provata non era inferiore a quella di aver prestato altri aiuti. Ciò che si prova nel dare una mano al prossimo, chiunque esso sia, oltre a rappresentare una sensibile senso civico, è un piacere profondo che per poterlo ben descrivere bisogna solo trovarsi in quella particolare situazione e, come dice il Vangelo Mt. 6,3 “…Fa’ che la tua mano sinistra non sappia quello che fa la tua destra in modo che la tua elemosina (aiuto) rimanga nel segreto…”

Un altro modo per rendersi utili al prossimo, certamente molto più impegnativo, potrebbe essere donare il sangue o il midollo osseo ma in questo caso il piacere di aver salvato una vita sarebbe incomparabile e, chissà che un giorno quel prossimo potremmo essere noi. Il piacere di fare del bene ci ripaga sempre anche quando non ci viene riconosciuto! Un vecchio adagio diceva: ”Fai il bene e scordalo”. 

Max Bonfanti, filosofo analista


Conosci te stesso? Conosci le tue mancanze?


Filosofia, come aiuto ad applicarla alla vita quotidiana: il primo passo verso se stessi

“Sapere di non sapere è sapere”. Possiamo considerare questa famosa frase di Socrate come il punto di partenza della ricerca di sé. Per ri-trovare se stessi è auspicabile iniziare il viaggio con questo presupposto. “Sapere di non sapere” significa essere consapevoli delle proprie mancanze e incapacità, questa ri-cerca può apparire una banalità, al contrario è meno facile di quanto si possa credere. Per orgoglio a volte non si vogliono prendere in considerazione le proprie carenze: “Io non sono capace di …, Io non sono in grado di…” sono affermazioni difficili da ammettere a se stessi, figuriamoci agli altri. La consapevolezza della propria ignoranza, per parafrasare Socrate, diventa anche il primo obiettivo di chi vuole conoscere se stesso. È un’operazione semplice e complicata allo stesso tempo e richiede un po’ di umiltà. Dobbiamo lasciar uscire il nostro essere dall’arroccamento di una chiusura troppo difensiva che ci offre una sola visione del reale, per abbracciare, al contrario, delle possibilità alternative. La ricerca della consapevolezza della propria incapacità vuol dire scoprire ad esempio che non siamo in grado di comprendere le esigenze altrui e di conseguenza non riusciamo ad instaurare buone relazioni. Non capiamo ad esempio nostra moglie o nostro marito. Perché siamo incapaci? Forse non sappiamo ascoltare, forse ascoltiamo solo quello che vogliamo udire e non quello che realmente ci viene comunicato. Forse ascoltiamo solo quello che ci conviene. Se siamo disposti a compiere questo primo passo, possiamo partire alla ricerca e alla scoperta di strumenti utili: il mio interlocutore è di fronte a me, lo osservo, confronto il suo linguaggio verbale con quello non verbale……. E così mi incammino verso l’altro. 






Cos'è la simpatia?

immagine tratta da Spamarine


Perché proviamo simpatia per qualcuno? Che cosa ci rende simpatici agli altri? Non c’è nulla di razionale nella simpatia infatti si prova per qualcuno al di là della sua bellezza, bravura, moralità… Essa è qualcosa di diverso dall’amore anche se difficilmente si può provare antipatia per qualcuno che si ama. I filosofi non si sono molto occupati di definire la simpatia, un’analisi esauriente fu condotta dal filosofo tedesco Max Scheler (1874-1928) che fece una netta distinzione tra simpatia e contagio emotivo proprio di un gruppo. Si tratta di quel particolare stato emotivo che vivono ad esempio i fan di un cantante per cui provano la stessa emozione quando lo ascoltano ad un concerto. Questa non è simpatia perché la simpatia è il partecipare ai sentimenti di un’altra persona senza per questo condividerli. La simpatia è comprensione, affettività e magari un certo grado di amicizia senza perdere la propria individualità separata, perciò essa non annulla la diversità tra le persone ma si rivolge all’altro senza rimanere coinvolta nei suoi interessi. La simpatia permette di capire l’altro, di mettersi idealmente nei suoi panni e di scorgere eventualmente i problemi che sono nella sua vita. Con la simpatia si può provare dispiacimento, quando ad esempio un nostro amico perde il lavoro, ci dispiace, lo capiamo e comprendiamo il suo tormento, ma non stiamo male come lui. Concludendo, quando proviamo simpatia per qualcuno è utile approfondire la conoscenza perché la simpatia favorisce un rapporto paritario e di scambio. Alla domanda perché proviamo simpatia per qualcuno possiamo rispondere che chi ci è simpatico, al di là delle sue caratteristiche positive o negative, mette in scena parti di noi a cui siamo affezionati, questa è la ragione per cui è così facile entrare in sintonia e provare simpatia per quella persona. La simpatia è una forza di attrazione che scatta nei confronti di qualcuno, per cui essere se stessi è il modo migliore per essere simpatici. 
Maria Giovanna Farina

Quando la vita è Purgatorio


Il Purgatorio, luogo intermedio e di passaggio tra i due “regni del non ritorno”, come si inserisce nella nostra vita al di là del significato religioso? Quando siamo in una situazione di sofferenza interiore perché ci è accaduto qualcosa di molto spiacevole e questa situazione sembra durare troppo siamo portati a dire: “Perché è toccata a me, cosa ho fatto di male per meritarmela?” Se analizziamo questa domanda ci rendiamo conto che accanto al male che ci assale c’è spesso l’idea che potremmo aver fatto qualcosa per meritarlo, che è la punizione per qualcosa che abbiamo commesso. Questa idea affonda le radici nella notte dei tempi quando il genere umano cercava di ingraziarsi il favore degli dei per paura degli eventi pericolosi di cui non sapeva darsi una spiegazione. Si può definire purgatorio una sofferenza temporanea in attesa del ritorno ad una condizione di vita serena. Il guaio è che in certi casi la condizione di purgatorio diventa permanente e lo stato di prostrazione che ne deriva amareggia la nostra vita. E’ il caso di quando viviamo situazioni che non ci piacciono e non riusciamo a far nulla per uscirne. E’ questa una tipica situazione ciò che ci hanno insegnato fa a pugni con i nostri desideri! Vi faccio l’esempio, estremo e purtroppo comune, di quando una donna subisce violenza tra le mura domestiche e non fa nulla per denunciare le percosse che la umiliano. In certi casi si giunge alla situazione in cui la vittima nel suo tormentato disagio esistenziale arriva alla convinzione di essere colpevole e di conseguenza di meritarsi le botte del marito violento fino a convincersi che: “Ecco se stavo zitta non si arrabbiava…”. Il primo passo per uscire da questa prigione è attaccarsi con forza all’idea che noi umani per sfidarci abbiamo le parole, mentre ogni violenza non è giustificabile. Mai. Il secondo passo è cercare in noi una parte anche piccola da amare, aggrapparsi a questa ci aiuta far ri-crescere la confederazione di sé andata perduta nelle sottomissioni in cui abbiamo vissuto per un brutto periodo. In casi meno gravi, lo stesso meccanismo scatta quando un membro della coppia colloca l’altro in perenne condizione di colpa: “A causa tua ho perso un affare d’oro…”. Far sentire in colpa l’altro conduce al bisogno interiore di espiare e quindi: purgatorio. 
Maria Giovanna Farina

Le false aspettative


Chi di noi non si è mai fatto delle aspettative? Penso che nessuno ne sia esente. Aspettarsi qualcosa da qualcuno è umano, ma quando una speranza viene dimenticata allora iniziano le complicazioni, più o meno grandi. Aspettativa, come dice la parola, significa aspettare, attendere qualcosa da qualcuno. I genitori si aspettano risultati dai figli, i figli dai genitori, il capo dai sottoposti, gli elettori dagli eletti... Tutto fila liscio finché non ci sono differenze tra ciò che ci si aspetta e quello che ci arriva; a volte lasciamo intendere all’altro cose che sappiamo bene non corrispondere al vero, ma ci fa comodo vengano credute, magari anche solo per poco tempo. Forse solo per stare tranquilli. Dall’altra parte, chi riceve il messaggio inizia a fare ipotesi che essendo fondate su false basi finiranno per creare false illusioni. C’è poi la possibilità in cui siano gli altri a convincerci che abbiamo caratteristiche e/o capacità che non ci appartengono attribuendoci una falsa veste. È questo il caso in cui a tutti i costi dobbiamo essere dei bravi “bambini” anche a discapito dei nostri interessi personali più intimi, solo perché qualcuno ha deciso così. Prendiamo il caso in cui i nostri superiori, lusingandoci, esigono da noi più di quando possiamo dare per poi farci sentire in colpa per aver disatteso le aspettative. Ora, è possibile che non sempre vi siano cattive intenzioni nella comunicazione e che sia l’altro a voler credere contro ogni evidenza ciò che più fa piacere. Noi, però, se siamo consapevoli che può accadere e se vogliamo non creare aspettative disattese, dobbiamo prevenirle parlando molto chiaramente, anche a costo di perdere carisma. A volte gli eventi prendono una piega diversa da quella che vorremmo e in certi casi è molto difficile correggerla senza apparire impopolari. Ad esempio: una persona a noi molto cara ha capito erroneamente che riceverà in regalo qualcosa che non possiamo permetterci, sarà dura dirle che ha frainteso, soprattutto se vediamo lo stato di felicità che le ha provocato il fraintendimento, ma ricordiamoci che sarà ancora più dura tradire questa attesa. Quindi facciamoci coraggio al momento giusto ricordandoci che è sempre meglio prevenire che curare. E allora un bel “Tesoro, hai capito male non posso regalarti....” è la soluzione migliore.
Maria Giovanna Farina

Cos'è la fortuna


Ci definiamo fortunati o sfortunati a seconda degli esiti delle nostre vicende quotidiane, ma questo modo di valutare i risultati può a volte trasformarsi in qualcosa che blocca il nostro cammino. È stato Aristotele ad analizzare per primo la fortuna sostenendo che si può parlare di caso fortuito solo quando ciò che accade potrebbe essere frutto di una scelta, ma non lo è. In che senso? Ad esempio incontro qualcuno che mi deve dei soldi: potevo andare da lui e chiederli, ma non lo ho fatto. In questo caso ho avuto fortuna, il caso me lo ha fatto incontrare. Nella vita possiamo trovarci per caso al posto giusto e ciò può significare nuove prospettive di lavoro, un nuovo amore e in generale nuovi orizzonti. Stiamo parlando di fortuna come caso e non di fortuna come destino, ma allora esiste la fortuna? Sì, se noi la cerchiamo con ordine, criterio e buona volontà. Non dobbiamo cioè dimenticare le nostre capacità e all’occasione propizia sapremo riconoscerla e sfruttarla se non ci abbandoneremo alla cieca ricerca di una fortuna qualsiasi. Naturalmente la fortuna non può far tutto da sola:
1) se abbiamo incontrato la persona che fa per noi non continuiamo a lamentarci per piccole inezie, nessuno è perfetto cerchiamo di guardare la persona nel suo insieme
2) se siamo guariti perfettamente da una malattia seria, riteniamoci fortunati e stiamo più attenti ad aver cura della buona salute
3) se abbiamo ereditato del denaro non sciupiamolo perché questo è voltar le spalle alla fortuna che non esiste come entità reale, ma esiste come buona occasione che prima o poi capita a tutti
Spesso le nostre lamentele nascono dal mancato impegno nella ricerca e nel riconoscimento della buona occasione che un po’ scaramanticamente chiamiamo fortuna. 
Maria Giovanna Farina

Attento con chi parli


A volte ci si lamenta della mancanza di riservatezza da parte degli altri, non facciamo in tempo a confidare un piccolo segreto che già ha fatto il giro del quartiere. Spesso la causa di questo spiacevole inconveniente siamo noi stessi: ci fidiamo troppo dell’altrui discrezione. Come evitare di cadere in questa trabocchetto? Innanzi tutto prima di fidarsi di qualcuno è saggio prendere le giuste precauzioni magari con uno stratagemma: sottoponiamo il nostro confidente ad un esame di fiducia raccontandogli un fatto interessante ma completamente falso e stiamo a vedere. Se col passare del tempo questo argomento non è stato diffuso significa che il nostro interlocutore ha buone possibilità di essere un tipo discreto. Al di là delle indagini, non dobbiamo mai scordare la natura dell’essere umano che è quella di essere un raccontatore di storie e quando non ne ha di personali usa quelle degli altri. E poi alcune notizie sono più suggestive delle altre ed il bisogno di raccontare si unisce a quello di primeggiare: sono il primo ad aver appreso che tizio ha bruciato il patrimonio in borsa e l’andarlo a riferire mi eleva come se fossi il detentore di uno scoop giornalistico. Inoltre il “mors tua vita mea”, che fa parte da sempre della nostra parte più nascosta, mi permette di screditare un mio simile attraverso notizie che disonorano e di avere un rivale in meno nella quotidianità. Il “mors tua vita mea” va preso in considerazione in questo caso in modo di simbolico, parliamo di reputazione, e non come una eliminazione fisica di un mio concorrente. Un’altra caratteristica dell’essere umano è quella di colorire il racconto con l’aggiunta di nuovi particolari che vanno ad ingigantire la notizia. Concludiamo ricordando che la comunicazione orale si presta alla distorsione già di per sé e possiamo dimostrarlo con un semplice giochino, quello del passa parola, da fare in compagnia. Ricordate il gioco del telefono senza fili? L’ultimo a ricevere la comunicazione dice cosa gli è arrivato: il più delle volte sarà una parola che non c’entra nulla con quella iniziale. Se poi aggiungiamo ed interpretiamo la comunicazione, figuriamoci cosa salta fuori! 
Maria Giovanna Farina

Non siamo soli, ci sono anche gli altri



“Non siamo soli, ci sono anche gli altri” è una frase che fa bella mostra di sé nel mio studio. Dice un’ovvietà ma solo ad un prima lettura, a quella più evidente, riflettendo invece sul suo significato più profondo possiamo considerare questa affermazione la regola numero uno del vivere in mezzo agli altri rispettando i loro spazi, ma anche per essere rispettati a nostra volta.
Facciamo qualche esempio. Sono le due di notte e qualcuno sta schiamazzando sulle scale del nostro condominio: si sta congedando dagli amici e, si sa, quando si è allegri il tono della voce è più difficile da controllare. Ma noi stavamo dormendo, mannaggia! Come far notare agli altri che ci stanno mancando di rispetto? Ecco come difenderci con un esempio più comune. Siamo al supermercato e la persona davanti a noi sta pagando i suoi acquisti con una certa calma e, incurante della nostra presenza, cerca con tutta comodità la sua card che a volte non funziona, oppure si attarda a riporre i soldi e poi, magari, dà una controllata al conto: intanto i nostri acquisti si accatastano sul banco della cassa. Tutto questo mentre noi non possiamo riporli nel sacchetto, ma il nostro “amico della spesa” non pensa di lasciarci passare, no, nemmeno gli frulla per la testa e rimane lì inchiodato in mezzo al passaggio. L’attesa ci innervosisce e così il momento degli acquisti, che potrebbe anche essere una piacevole parentesi, si trasforma in un tormento. L’innervosirsi senza poter risolvere la questione può provocare esplosioni di collera: “Ma allora ti togli dalle scatole” è la frase che più o meno potrebbe pronunciare chi si trova in una simile situazione, frase che suona come offensiva e fa passare dalla parte del torto chi ha ragione. Se invece con calma, ponendoci da filosofi, pronunciamo: “Non siamo soli, ci sono anche gli altri”, in questo caso non saremo noi ad innervosirci ma, forse, sarà l’altro a provare il disagio di chi si sente colto in fallo. C’è la possibilità che il nostro interlocutore reagisca maleducatamente perché abbiamo sottolineato il suo comportamento errato e non accetti di essere ripreso, allora non ci resta che rallegrarci con noi stessi per aver innervosito chi ci aveva procurato la stessa sgradevole sensazione. 

Maria Giovanna Farina

Quando la festa finisce


Quando finisce la festa, quando cala il sipario sul palcoscenico o quando salutiamo una persona a cui siamo affezionati perché sono terminate le vacanze ed ognuno torna alle proprie occupazioni, allora spesso proviamo una sensazione poco piacevole che comunemente si definisce tristezza. Si parla di forme depressive post-vacanze, spesso ancor prima che siano terminate si è spinti a preoccuparsi dei chili di troppo del dopo panettone: smettiamola di considerare la cosa da questo unico punto di vista. Vivere una situazione piacevole come stare in compagnia e concedersi gratificazioni alimentari non può e non deve diventare un ulteriore problema. L’essere umano è un contenitore da riempire di amore, condivisione, ma anche di cose molto più concrete come il cibo e il sesso. Al di là dei casi esagerati al limite del patologico, tutto ciò che colma i nostri vuoti è utile per renderci la vita migliore e non per farci troppi problemi subito dopo. Se una vacanza, una festa o uno spettacolo ci lasciano un perdurante senso di malinconia, significa che c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo iniziare a preoccuparci: forse non ci siamo divertiti e abbiamo partecipato per abitudine o convenienza. Forse la situazione piacevole ha stimolato la nascita della consapevolezza di certe nostre mancanze e, avendole viste nella loro crudezza, ora stiamo male per l’impossibilità di trovare una via d’uscita immediata. Tutto scorre, diceva il filosofo Eraclito secondo gli antichi, tutto passa e le cose piacevoli torneranno ed è proprio questa caratteristica a farci apprezzare i momenti di festa: se fosse tutti giorni Natale o il momento per una crociera non potremmo apprezzare nulla con intensità. 
Maria Giovanna Farina



Il "potere" della bellezza


“Specchio delle mie brame che è la più bella del reame?” “Sei tu mia regina!” Al di là della fiaba che tutti conosciamo questo breve dialogo di Grimilde con se stessa ci indica il potere della bellezza e la lotta per mantenere il primato. Una lotta culturale che ci viene somministrata con le fiabe insieme al latte, fin dall'infanzia: non c'è da stupirci se poi dall'adolescenza e, ahimè a volte ancor prima, entriamo nella spirale trituratrice di una bellezza agognata e bramata più di ogni altra cosa. Fermiamoci a riflettere un attimo: d'accordo la bellezza sfonda molte porte, ma non possiamo concentrarci solo su questo soprattutto se non siamo delle bellone. Devo per forza dirvi che essere belle non è tutto, che la bellezza è soggettiva ed effimera, che non esistono canoni prestabiliti a tavolino...ma questo apparentemente non sembra vero e le giovani donne che si affacciano alla vita devono fare i conti con tutto ciò. Allora vi racconto una storia, una storia vera e non quella di Biancaneve. C'era una volta una ragazza che nell'adolescenza si innamora di un bellissimo ragazzo, lui naturalmente più grande e bellissimo non la nota nemmeno e le sue accompagnatrici sono, tanto per fare il quadro completo, solo delle Barbie viventi. Lei soffre, poi si rassegna e pensa che mai potrà destare in lui il minimo interesse, ma tutto cambia quando pur non essendo diventata bella lo conquista. Come ha fatto? Ha valorizzato se stessa e, acquisendo fiducia nelle proprie risorse, ha imparato che ogni donna deve prima lavorare per far emergere la propria personale bellezza attraverso trucco e abbigliamento, poi, soprattutto, non fermarsi solo sulle misure e sul nasino: può se-durre con l'intelligenza. Naturalmente se ha voglia di usarla. 
Maria Giovanna Farina

Il nuovo anno


Il nuovo anno porta con sé un desiderio di rinascita. L'abitudine, troppo spesso esagerata e pericolosa, di salutare il nuovo anno abbandonando il vecchio con fuochi e petardi indica il voler guardare al futuro lasciando il passato. Dal nuovo anno ci aspettiamo in generale qualcosa di meglio, che la nostra vita prenda finalmente la piega che stiamo aspettando da molto...ma botti e grandi abbuffate rischiano di vanificare tutto. Con ciò non sto affermando di eliminare le feste con gli amici, giammai! Ma solo di non perdere di vista l'aspetto più interiore del nuovo che ci attende e del nostro riporre fiducia in quelle presunte e speranzose occasioni che ci capiteranno. È anche vero che all'ultimo dell'anno ci si vuole liberare di quelle cose che ci hanno appesantito la vita: per tutti questi aspetti il nuovo anno può diventare un'opportunità interessante, ma in certi casi il nuovo può farci paura. La crisi economica che fa sentire la sua coda, le previsioni di nuove difficoltà e le sensazioni negative che accompagnano tutto ciò possono crearci sfiducia nel futuro e allora, senza eliminare la tradizione, non limitiamoci ad esempio a mangiar lenticchie per il loro significato popolare del portare guadagni, ma mangiamole pensando a quanto fanno bene (contengono sali minerali, vitamine, pochissimi grassi e proteine), creano allegria se accompagnate da un buon bicchiere di spumante e qualche stella filante sul lampadario del salotto: il tutto in compagnia del vostro compagno, marito, fidanzato, un'amica sincera... tanti amici o chi volete. Così ci prepariamo per il nuovo anno liberandoci anche dai luoghi comuni e quindi più propensi a cogliere le occasioni nuove.
Buon 2020 a tutti e che sia l'anno della rinascita per ognuno! 
Maria Giovanna Farina

Un regalo inaspettato


Capita di ricevere regali inaspettati, nel periodo natalizio è più facile, e di trovarsi nella situazione di non poterli ricambiare. Cosa fare in casi come questi?
A volte si ricorre al riciclo di qualche oggetto con l'inconveniente di fare brutta figura, spesso ciò che ricicliamo è qualcosa che ci è poco gradito e se non è di nostro gusto è possibile che non lo sia anche per l'altro; in questo caso è meglio abbandonare il proposito per non correre il rischio che il nostro comportamento possa essere percepito anche al di là dell'evidenza.
In ogni caso il riciclo è qualcosa da attuare con molta attenzione: dobbiamo essere sicuri di andare incontro ai gusti di chi lo riceve. Una bottiglia di buon vino è un ottimo regalo, ma perde ogni valore se chi lo riceve è astemio. Quindi, se il regalo ci giunge inaspettato, non entriamo in allarme esternando il disappunto per non averci pensato prima, ma godiamoci quel momento e con uno slancio di altruismo pensiamo che l'altro ci sta facendo un dono, sta donandoci qualcosa di sé.
Ricordiamoci che quando doniamo, qualcosa di noi si fa dono, il vero regalo è qualcosa che ci rappresenta trasmettendo emozioni e sentimenti.
Un regalo affrettato e impersonale può al contrario rappresentare le nostre parti meno nobili, perché esternarle così palesemente?
Di conseguenza quando riceviamo un dono da qualcuno dal quale non ce lo aspettiamo possiamo ben comprendere che solo cercando di metterci nei suoi panni eviteremo di farlo rimanere male, sì, perché si rimane male quando ad un atto di generosità si risponde pensando solo a se stessi.
Non preoccupiamoci di non avere nulla da dare in cambio: in un'altra occasione, che non deve essere necessariamente per Natale, potremmo ricambiare in modo spontaneo. E allora sarà molto soddisfacente per tutti.

Maria Giovanna Farina


La consulenza filosofica, una pratica che viene da lontano


La consulenza filosofica è raccontata in Ho messo le ali, 2013 (seconda edizione 2018) e ne La libertà di scegliere 2017, Rupe Mutevole edizioni.
In quale luogo l’uomo si esprime? Con chi e come lo fa? Sono gli interrogativi base per comprendere la comunicazione umana e non sentirsi estranei nella relazione con gli altri. Lo studio e l’analisi dell’uomo viene da lontano ancor più di quanto si possa immaginare, noi partiamo dai Greci solo perché ci rappresentano culturalmente: sono gli antenati della nostra civiltà.
Zoon logon echon è la locuzione con cui il filosofo Aristotele nella Politica definisce l’uomo, animale unico e diverso dagli altri perché dotato di parola: il vivente che ha la parola. L’uomo è anche “politikon”, cioè un animale politico, fatto per stare insieme agli altri e per risolvere le sue questioni discutendo nell’agorà. Ancor prima, nella lettura dei dialoghi di Platone si incontra Socrate, il primo filosofo della storia occidentale dedito allo studio dell’anima umana. Da lì prende le mosse l’analisi della comunicazione e lo studio dell’interiorità con la tecnica del dialogo. Non un dialogo qualunque, ma uno improntato ad affrontare le idee della mente e a comprenderne la natura: personale o frutto di un indottrinamento culturale? Socrate si adopera tutta la vita per liberare le menti dagli stereotipi, dai luoghi comuni che ci potiamo dietro come una zavorra impedendo alla nostra anima di librarsi leggera nelle alte sfere, là dove non c’è posto per idee false. Passeranno parecchi secoli prima che Freud codificasse la tua teoria psicoanalitica scoprendo l’inconscio, la sua teoria trova terreno fertile per nascere grazie al frutto del lavoro del pensiero umano di tanti secoli. Gli spunti che si è trovato tra le mani sono tanti. Pensiamo al filosofo e storico Hippolyte Taine (1828-1893) che per primo parlò di rimozione, quel particolare stato dell’inconscio in grado di mettere da parte i contenuti inaccettabili della coscienza, le esperienze che è meglio dimenticare ma che dimenticandole, come teorizzò lo psicoanalista viennese, creano sintomi. Taine lo fece nel suo libro Le origini della Francia contemporanea ed. Adelphi sostenendo a proposito degli istinti che “Essi esistono sempre, anche in tempi normali; non li notiamo perché sono rimossi, ma non per questo meno attivi ed efficaci, anzi indistruttibili…”
In Totem e tabù Freud parla di repressione degli istinti e nel saggio Disagio della civiltà argomenta come la repressione sia ad opera della civilizzazione. Qui si incontrano altri spunti filosofici interessanti, come il celebre motto homo homini lupus risalente al commediografo latino Plauto morto nel II sec. a. C., riferimento poi ripreso dal filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) per affermare che l’uomo si lega all’altro non per amore ma per il timore reciproco. Proprio nel Disagio Freud parla della civiltà come il prezzo da pagare per essere più sicuri e protetti, il prezzo sarebbe la repressioni degli istinti.
Lo stesso studio dei sogni risale a molti secoli prima a partire dagli antichi Egizi e dai Greci che ne fecero con Platone e Aristotele un oggetto più scientifico.
Ho fatto alcuni esempi che hanno colpito il mio interesse per mettere in evidenza come ogni teoria abbia un retroterra culturale di esperienze e di pensieri di altri uomini: nessuno crea qualcosa dal nulla, nel caso di Freud c’è stata la genialità di mettere insieme e guardare avanti per applicare la conoscenza alla cura.
Il dopo Freud ha dato origine ad un dibattito che non si è mai spento, le critiche sono innumerevoli e non sempre costruttive, ma chi ha dato un parere interessante e utile all’evoluzione del pensiero freudiano, è stato, secondo il mio modo di intendere la filosofia e la modalità comunicativa dell’essere umano, lo psichiatra e filosofo svizzero Ludwig Binswanger (1881-1966) inventore dell’Antropoanalisi. Binswanger riconosce l’importanza e il peso dell’opera freudiana, ma critica l’impianto teorico dell’homo natura, sostenendo che Freud considera l’uomo come un oggetto passivo sotto il dominio degli istinti. Sappiamo come il padre della Psicoanalisi consideri l’apparato psichico: costituito da Es (l’inconscio) Io (la consapevolezza) e Super Io (il censore); dare al desiderio il compito di spinta dal profondo dell’inconscio equivale ridurre l’homo natura in un’unica prospettiva. Per Binswanger l’uomo è molto di più, non è solo necessità da soddisfare ma un essere-nel-mondo: questa sarebbe la differenza tra visione naturalistica dell’uomo (homo natura) ed esistenza, tra scienza naturale ed antropologia. Freud ridurrebbe così la relazione tra molti con la relazione tra due: medico e paziente. Essere-nel-mondo significa avere un progetto di esistenza che entra in relazione con altri individui, perciò l’uomo, per Binwanger, non si può vedere solo come dominato dagli istinti ma come un essere in crescita dal punto di vista antropologico, proprio perché la relazione con gli altri lo spinge a mettersi in gioco come persona. Non solo corpo dominato da istinti, ma essere in crescita anche grazie all’azione della cultura, dell’arte e della spiritualità: pratiche dell’homo cultura.
Quando si è in relazione con una persona da ricondurre alla tranquillità dell’anima, una persona che deve comprendere e superare uno scoglio della vita, si è in due, ma in realtà si è in molti, tutti quelli che entrano in relazione con noi al di fuori di questo momento specifico. A chi mi chiede cos’è la consulenza filosofica, rispondo: per me è ascoltare chi mi sta di fronte nella piena consapevolezza che questa persona con la quale sto parlando vive in relazione con tante altre persone e che il suo progetto di vita si incontra-scontra con quello di altri. Anche per questa ragione l’esistenza diventa difficile, dobbiamo fare i conti con questi “altri” e le loro richieste a volte pressanti e difficili da soddisfare. Trovare un metodo personalizzato da applicare alle singole richieste, alle diverse criticità nelle differenti epoche della vita e far sì che questo metodo sia applicabile ad altre circostanze della vita futura di chi mi chiede aiuto, è il mio compito.
L’uomo con le sue esperienze si racconta attraverso linguaggi differenti: arte pittorica, poesia, musica e tante altre espressioni di quell’interiorità che preme e vuole uscire allo scoperto. Bisogna accoglierla, decodificarla e trovare la strada migliore per condurre la migliore esistenza tra le possibilità che ci sono date.
Maria Giovanna Farina


Perché non posso contare su nessuno?


Capita che le persone si mostrino disponibili, promettano aiuto e appoggio, poi nel momento del bisogno si rivelino completamente all’opposto. In questi casi dobbiamo superare la tentazione di essere generalisti e di fare di tutta l’erba un fascio. È vero, può accadere, ma a volte siamo noi a credere che “tanto sarà sempre le stessa cosa”, che non troveremo mai qualcuno su cui contare veramente. Questo modo di pensare è provocato da tre fattori principali, conoscerli ci aiuta a superare le difficoltà.
Il pessimismo. È legato a come siamo cresciuti e a come ci hanno educati, ma anche a qualcosa di più intimo, altrimenti sarebbe difficile spiegare come alcune persone, nonostante una vita ricca di eventi spiacevoli e difficoltà di ogni tipo, continuino a conservare un certo grado di ottimismo. L’ottimismo, e non l’incoscienza, aiuta a credere che prima o poi una persona seria la incontreremo. Per Aristotele il giusto mezzo ci rende felici e ciò possiamo applicarlo anche nel considerare senza eccessi le diverse situazioni.
La bassa considerazione di sé inibisce i rapporti con gli altri. Ecco un caso che può essere capitato a noi o lo abbiamo notato come comportamento altrui: una nuova conoscenza ci invita a casa sua, organizza una cena in compagnia anche di altre persone e ci dimostra di avere piacere della nostra presenza. Se siamo mossi dalla convinzione di non meritarci la sua amicizia, quando ci congediamo tendiamo a ringraziare esageratamente o a addirittura chiedere scusa per il presunto disturbo arrecato. E ripetiamo le stesse parole ogni volta. È bene tener presente che la scarsa considerazione di sé induce in comportamenti che possono essere mal interpretati.
Si finisce così nella “superstizione”, nella convinzione di avere il marchio del non essere meritevoli. Pensiamo che ci capiterà sempre la stessa situazione negativa come se fossimo predestinati. Ma non è così. Per uscire da questa condizione e migliorare l’opinione di noi stessi bisogna desiderare fortemente un cambiamento: abbandoniamoci per un istante agli altri e godiamoci l'invito a cena senza troppo ringraziare. E qualcosa cambierà!
Maria Giovanna Farina

La conoscenza, una questione di metodo



Acrilico su tela di Flavio Lappo (Produzione anni'70)
Un metodo di indagine conoscitivo, un approccio alla conoscenza e di conseguenza uno strumento per fare luce nelle disarmonie relazionali dell'individuo deve partire dalla chiarezza. Per questa ragione ho preso in considerazione un filosofo che potesse dare un contributo scientifico a tale necessità. Ho individuato in Renè Descartes filosofo del '600 e in alcune sue considerazioni le basi utili al nostro scopo: idee contenute nella sua opera I principi della filosofia nell'edizione italiana di Laterza, 1967 e successive.
Nel paragrafo 48 della Prima parte incontriamo questa considerazione [Io distinguo tutto ciò che cade sotto la nostra conoscenza in due generi: il primo contiene tutte le cose che hanno qualche esistenza e l'altro tutte le verità che non sono nulla al di fuori del nostro pensiero] e verso la fine [vi sono certe cose che noi sperimentiamo in noi stressi che non debbono essere attribuite alla sola anima e nemmeno al solo corpo, ma alla stretta unione che è tra loro...]
Al di là di ogni controverso parere sul pensiero cartesiano dei suoi epigoni, Descartes fu un matematico e le sue considerazioni mi danno una certa tranquillità di base. Un altro importante filosofo questa volta del '900, Gaston Bachelard, ci viene in soccorso con la sua opera La formazione dello spirito scientifico Cortina editore 1993; in questo testo Bachelard si propone di mostrare [l'endosmosi abusiva dell'assertorio nell'apodittico e della memoria nella ragione] vale a dire attraverso un metodo di ispirazione psicanalitico analizza le credenze, i costumi sociali, i metodi di affrontare gli eventi per porre una differenza tra ciò che è scientifico e ciò che è solo una credenza popolare. Prendendo in considerazione questo lavoro con i punti delineati poc'anzi direi che Descartes ci fornì gli strumenti di base utili per avviarci ad un lavoro metodologico matematico, e per questo sicuramente scientifico, atto allo studio della conoscenza. Nei brani esposti ci dice che la nostra conoscenza è essenzialmente di due generi: quella rivolta alle cose che esistono e l'altra che è solo del nostro pensiero: il tavolo su cui appoggio il computer per scrivere è sotto il mio controllo visivo e tattile e seppur i sensi mi ingannano, come lui afferma altrove, posso dire che il tavolo esiste come oggetto reale, se poi io lo vedo verde invece è rosso ciò non toglie nulla al fatto che esista. Le verità che esistono solo nel nostro pensiero, quali sono? L'intelletto e la volontà ne sono i principali anche se la volontà è illimitata e possiamo dire anche pericolosa. L'altro punto importante è la sua considerazione riferita alle cose che non appartengono né al solo corpo né alla sola anima ma all'unione tra loro come la collera, la tristezza, l'amore: questa considerazione pone Descartes come un attento osservatore dei comportamenti umani.

Un metodo per ben procedere cosa dovrebbe delineare? Innanzitutto deve tenere presente che esistono due modalità fondamentali del conoscere ma che queste due modalità non sono separate bensì interagiscono tra loro, non sto solo dicendo che corpo e anima sono unite, non direi nulla di nuovo. Sto affermando che proprio perché unite, o meglio in interazione, corpo ed anima creano una modificazione della realtà: interagendo possono modificare la vita dell'individuo e il suo rapporto con gli altri. 
Maria Giovanna Farina

Il dubbio è l’arte della crescita

opera di Paola Giordano

Chi per primo insegnò l’arte del dubitare? Socrate. Lui ci fece comprendere quanto il dubbio sia un proficuo strumento per conoscere e non un atteggiamento sterile fine a se stesso di chi non vuole prendere una posizione, ma si crogiola eternamente nel luogo della non scelta. Nulla ha a che vedere con gli ignavi di memoria dantesca, coloro che eternamente sono condannati a sorreggere un’insegna: come nella vita non presero mai posizione ora nel al di là devono scegliere. Il nostro Socrate ci insegnò che il dubbio è utile dopo la presa di coscienza della propria ignoranza, quando si sa di non sapere si può iniziare ad apprendere, ma si impara in piena auto consapevolezza solo se si dubita, se le verità che ci vengono propinate sono messe in discussione prima di essere prese per buone. Allora si potrà giungere alla verità. Si doveva partire dalla propria interiorità e metterla a confronto con la realtà esterna. Platone, il più grande discepolo di Socrate, continuò sulla strada del maestro per giungere ad affermare che la sensibilità è illusoria e in questo modo aprì la strada ad una posizione scettica riguardo la realtà, posizione che si contrappone all’unica certezza data fornita dalla ragione. Facendo un salto di numerosi anni giungiamo nel ‘600 a Renè Descartes che fece del dubbio e della sfiducia nei sensi il suo cavallo di battaglia. Il dubbio cartesiano ricalca l'idea socratica proprio quando afferma che l'unica certezza che posseggo come essere umano è il pensiero: penso quindi esisto. Se non pensassi non avrei la certezza di essere qui seduto davanti al fuoco...i sensi ci ingannano, la ragione mai. Anche in letteratura troviamo una famosa testimonianza del dubbio, il to be or not to be di Shakespeare, quel celebre essere o non essere che rimanderebbe al famoso dubbio di Amleto: vivere o morire. Un dubbio, questo, opposto al dubitare socratico; il dubbio amletico porta ad uno stallo, all'impossibilità di fare una scelta: chi può scegliere di morire se non l'aspirante suicida? La maggior parte di noi messo davanti a due posizioni tanto estreme sceglierebbe la vita. Se analizziamo il dubbio ci rendiamo conto che anche l'azione di dubitare richiede una tecnica, non serve dubitare e basta, bisogna dubitare con cognizione di causa se si vuole fare del dubbio un utile strumento di crescita. Il dubbio infine è uno dei cardini dell'atteggiamento filosofico, quel modo critico di porsi di fronte alla quotidianità. Quel modo che ci può aiutare a superare le nostre difficoltà. 
Maria Giovanna Farina