IN CUCINA CON SOCRATE: PEPERONI INCAPPUCCIATI RIPIENI



Peperoni incappucciati ripieni: gusto e convivialità
Un piatto unico da condividere con gli amici nei giorni di vacanza perché mangiare insieme è un momento importante. Peperoni che nascondono un ripieno gustoso e leggero, non è forse la metafora dell’altro che vorremmo conoscere? L’altro dotato di un’interiorità ricca e in grado di farci stare bene con leggerezza e intensità al contempo.
Ingredienti (per 4 persone):
  • 4 peperoni rotondi
  • 250 gr di ricotta
  • 100 gr di grana grattugiato
  • 2 uova
  • olive nere
  • pane grattugiato q.b.
  • erba cipollina
  • sale
Tagliare il “cappuccio” dei peperoni e svuotarli dai semi.
Preparare l’impasto unendo ricotta, grana, uova, olive sminuzzate e una manciata, o due a seconda della morbidezza della ricotta, di pane grattugiato tanto da rendere l’impasto sodo.
Aggiungere un po’ di erba cipollina e mescolare bene.
Riempire i peperoni e coprirli col cappuccio.
Infornare per circa un’ora a 180°.

Maria Giovanna Farina


IN CUCINA CON SOCRATE: PESCHE O DOLCETTI?



Apparenza: il dolce dell’osservazione
Non tutto è così come appare, ciò che sembra potrebbe essere altrimenti…per conoscere veramente ciò che ci circonda è necessario andare oltre quello che ci sta davanti al naso e questo dolce serve al caso nostro. Ad una prima osservazione sembrano dei dolcetti, ma se li addentiamo ci accorgiamo che sono delle pesche: abbiamo fatto il primo passo verso l’atteggiamento filosofico!
Ingredienti per 6 persone:
  • 6 pesche non troppo mature
  • 4 savoiardi
  • 80 gr di zucchero a velo
  • 50 gr di mandorle
  • 15 gr di arancia candita
  • mezzo bicchiere di vino bianco
Dividete le pesche a metà, togliete il nocciolo e un po’ di polpa per far spazio al ripieno.
Tritate le mandorle, unitele allo zucchero, ai canditi, alla polpa della pesca che avete ricavato e infine aggiungete i savoiardi sbriciolati.
Con questo impasto riempite le pesche e spolveratele con un po’ di zucchero a velo.
Ponetele in una teglia dove avrete versato il vino. Cuocete in forno a 180° per circa 30 minuti. Una volta cotte avranno l’aspetto di dolcetti, in realtà sono pesche. Sono ottime anche fredde! 

Maria Giovanna Farina


Omaggio a Rutger Hauer

Immagine tratta da Il mattino


Il mio commosso omaggio al grande attore Rutger Hauer morto il 19 luglio del 2019, è un ricordo legato al primo film che vidi con lui interprete di una storia d'amore eterna come lo è amore tra due che si amano davvero. Una produzione, la sua, che mi ha affascinata anche per la versatilità delle sue interpretazioni. Il cinema ha perso una vera “stella”. Ecco di seguito l'articolo che scrissi un paio di anni fa.


Dal film  Ladyhawke 



Il film-fiaba Ladyhawke del 1985 colpisce per la sua “immortalità”. Siamo nella Francia del XII secolo, Isabeau d'Anjou (Michelle Pfeiffer) giunge ad Aguillon per la morte di suo padre. Lì, nonostante molti si fossero innamorati di lei, la giovane ricambia solo l'amore di Navarre (Rutger Hauer). I due innamorati devono purtroppo mantenere segreto il loro sentimento perché il Vescovo è innamorato della bellissima Isabeau e per di più è incapace di tollerare l'idea di saperla felice con un altro uomo. Il malvagio prelato venuto a conoscenza del loro sentimento, pur di impedire l’unione, stipula un patto con Satana che condanna Isabeau a essere un falco di giorno e Navarre un lupo la notte. La maledizione si potrà interrompere durante un’eclissi di sole. Per permettere che la condanna abbia fine Navarre deve rinunciare al suo desiderio di vendetta sul Vescovo. Avviene l’eclissi, la donna torna ad essere solo umana e la maledizione si scioglie, ma il Vescovo non accetta la libertà di lei e tenta di ucciderla. Interviene Navarre in sua difesa e con una spada pone fine alla vita del Vescovo. I due innamorati sono finalmente liberi di amarsi.
Ladyhawke mette in scena la sofferenza per un amore osteggiato, è la lotta dei due innamorati per salvare la loro unione e allo stesso tempo mostra l’invidia per la felicità altrui che giunge fino alla violenza. Centrale nella storia è la maledizione che va a colpire la creazione del loro amore forte, bello e immortale capace di creare invidia in chi non conosce la vera passione reciproca, che è libertà e non potere sull’altro, e colloca il Vescovo nei panni dello sconfitto. Per questa ragione il religioso accecato dall’odio e dalla inaccettabile disfatta sposa la causa del Diavolo che divide chi è unito: egli fa un patto con il male. Isabeau e Navarre sono condannati a desiderarsi senza mai incontrarsi, la pellicola ci mostra con struggente intensità i pochi istanti in cui possono vedersi come esseri umani per poi subito dividersi: lei falco e lui uomo o lei donna e lui lupo. La metamorfosi che entrambi subiscono ad ogni alba e ad ogni tramonto blocca, opponendosi al nuovo mondo in costruzione, la loro coppia e con crudeltà la maledizione si va ad insinuare nell’area privilegiata inaccessibile a tutti gli altri esseri umani. Il Vescovo colpisce la coppia nel momento della creazione, certo di raggiungere il proprio scopo.
Il potere terreno, infatti, unito a quello del male rende più imperioso il dominio sull’amore e sul femminile nel tentativo di sottrarre la forza dell’invincibilità, ma chi si ama è indistruttibile agli attacchi della separazione. Fortunatamente nella storia, al contrario della vita reale, l’aguzzino dei sentimenti rimane sconfitto dalla forza soprannaturale dell’innamorato; Navarre è capace come un cavaliere valoroso e vittorioso di tenere stretta a sé la sua dama, salvandola, tra l’altro, da un tentato femminicidio. L’ultima scena del film celebra la vittoria dell’amore sull’odio: alla morte del Vescovo segue un’esplosione catartica di gioia fatta di sguardi infiammati e di abbracci appassionati che ci comunica quanto i due siano finalmente liberi di gridarsi: “Ti amo!”. Un fascio di luce li illumina assicurandoci che sono un’unica sostanza, lontana dall’odio e prossima all’eterno.
Maria Giovanna Farina

IN CUCINA CON SOCRATE: SPUNTINO DI RICOTTA E FRUTTA



Primi passi di filosofia in cucina
I primi passi di filosofia si muovono con qualcosa di semplice che potete realizzare anche con e per i vostri bambini. Preparare qualcosa insieme diventa un momento di interazione piacevole ededucativo: come diceva Epicuro: “Non è mai troppo presto per diventare filosofi”. Uno spuntino veloce, sano e adatto a tutti da uno a novant’anni, è l’occasione per cimentarsi in cucina e realizzare qualcosa che dà soddisfazione al palato e incrementa il desiderio di cucinare.
Ingredienti:
  • 250 gr di ricotta cremosa
  • 4 cucchiai di zucchero
  • 1 banana, 2 albicocche e 1 pesca
  • cannella o in alternativa cacao in polvere

Amalgamate la ricotta con lo zucchero e la cannella e lavorate per formare una crema.
Aggiungere la frutta a dadini (quella indicata o altra che preferite).
Riponete il composto in quattro coppette da gelato e mettete in freezer per 20 minuti, se aumentate il tempo diventerà sempre più sodo e con qualche increspatura di ghiaccio. Ognuno seguirà i propri gusti. Adatto anche come fine pasto.

Maria Giovanna Farina

IN CUCINA CON SOCRATE: VERZE STROPICCIATE

Verze stropicciate, un piatto per mille occasioni



Ci sono abiti, scarpe e oggetti per tante occasioni che si adattano un po’ a tutto. Perché non un cibo? Le verze stropicciate sanno accompagnarsi a tante pietanze, sono appetitose e semplici da cucinare: cosa volere di più da un cibo? Non hanno un aspetto appariscente, colori accesi come altre “colleghe” verdure, ma sotto l’apparenza hanno quello che tutti cerchiamo: trovare punti di incontro e convivere in pace.


Ingredienti:

1 verza o crauto
olive nere denocciolate 100 gr
50 gr capperi
50 gr acciughe
olio e.v.o.

Tagliate la verza molto sottile, se avete l’affettatrice meglio ancora; cuocerla in acqua e aceto salata (2/3 acqua e 1/3 aceto) per 30 minuti. Scolate, lasciate raffreddare e asciugare.
Nel frattempo  sminuzzate le olive e le acciughe, unite i capperi e le verze. Infine condite con l’olio extravergine.
Per i vegetariani basta non aggiungere le acciughe. È un gustoso contorno da accompagnare a carni, salumi, uova o formaggi. 

Maria Giovanna Farina


Il nostro pensiero è davvero nostro?


Una delle resistenze maggiori da superare nel modo di ragionare è quella dovuta a quanto “ereditiamo”, volenti o nolenti, dalla cultura alla quale apparteniamo. E per cultura si intende ciò che ci viene tramandato, giusto o sbagliato che sia, da quanti ci hanno preceduto. È noto che non è tanto la validità dei concetti quanto il modo con cui vengono impartiti a determinarne la validità per cui sovente si dà più ascolto al “sentito dire” o a quanto si è sentito fino alla nausea rispetto a ciò razionalmente valido. Gaston Bachelard, matematico filosofo francese del secolo scorso asseriva che l’endosmosi abusiva dell’assertorio nell’apodittico e della memoria nella ragione sono le cause prime contro la formazione dello spirito scientifico e, visto il tenore delle opinioni imperanti, non si può che dargli ragione. Io la penso così, quante volte ci è capitato di dire o di sentire queste parole? Senz’altro tante, ma ci siamo mai chiesti fin a che punto quest’asserzione corrisponde al vero? Quanto di ciò che crediamo sia frutto della nostra testa è davvero tale?
Uno dei compiti del filosofo è quello di dare una risposta a queste domande e far sì che il pensiero di chi pensa sia il più possibile libero dal condizionamento operante. È difficile mettere in discussione gli insegnamenti ricevuti, in particolar modo quelli impartitici dai nostri genitori che a loro volta avevano ricevuto dai loro genitori che a loro volta….Sì, molte cose che una volta erano ritenute assiomi, ora non lo sono più, anzi vengono ritenute sbagliate e la lista sarebbe troppo lunga. Persino certi capisaldi della religione cattolica non sono più tali e gli addetti ai lavori sanno che non mi riferisco alle innumerevoli variazioni del lezionario. Una volta c’era l’elisir di lunga vita, rimedio contro ogni male che in teoria curava dalla coriza al cancro ma in realtà era solo un placebo, si riteneva che le comete fossero causa di sventure, che fumare uccidesse i microbi e le persone ritenute poco gestibili, quasi sempre donne, venivano messe al rogo. Procedure apotropaiche d’ogni sorta erano praticate ad ogni livello socio-culturale. Molte cose sono cambiate, ma siamo ancora molto lontani dallo spirito scientifico auspicato da Bachelard; hanno spento le pire, ma rimangono ancora accesi molti lumini e sappiamo che certe sostanze sono altamente infiammabili. Un altro punto relativo alla proprietà di pensiero riguarda le scelte che si fanno, in particolare quelle relative alla politica che troppo spesso combaciano supinamente con la linea del partito, qualunque esso sia, e non col modo di vedere le cose che dovrebbe essere il più possibile scevro da condizionamenti d’ogni sorta.
Un suggerimento per iniziare il cammino verso la formazione di uno spirito scientifico potrebbe essere quello di non dare mai nulla per scontato e prima di lasciarsi andare a facili inferenze chiedersi: cui prodest? A chi giova? 
Max Bonfanti, filosofo analista