Il dubbio è l’arte della crescita

opera di Paola Giordano

Chi per primo insegnò l’arte del dubitare? Socrate. Lui ci fece comprendere quanto il dubbio sia un proficuo strumento per conoscere e non un atteggiamento sterile fine a se stesso di chi non vuole prendere una posizione, ma si crogiola eternamente nel luogo della non scelta. Nulla ha a che vedere con gli ignavi di memoria dantesca, coloro che eternamente sono condannati a sorreggere un’insegna: come nella vita non presero mai posizione ora nel al di là devono scegliere. Il nostro Socrate ci insegnò che il dubbio è utile dopo la presa di coscienza della propria ignoranza, quando si sa di non sapere si può iniziare ad apprendere, ma si impara in piena auto consapevolezza solo se si dubita, se le verità che ci vengono propinate sono messe in discussione prima di essere prese per buone. Allora si potrà giungere alla verità. Si doveva partire dalla propria interiorità e metterla a confronto con la realtà esterna. Platone, il più grande discepolo di Socrate, continuò sulla strada del maestro per giungere ad affermare che la sensibilità è illusoria e in questo modo aprì la strada ad una posizione scettica riguardo la realtà, posizione che si contrappone all’unica certezza data fornita dalla ragione. Facendo un salto di numerosi anni giungiamo nel ‘600 a Renè Descartes che fece del dubbio e della sfiducia nei sensi il suo cavallo di battaglia. Il dubbio cartesiano ricalca l'idea socratica proprio quando afferma che l'unica certezza che posseggo come essere umano è il pensiero: penso quindi esisto. Se non pensassi non avrei la certezza di essere qui seduto davanti al fuoco...i sensi ci ingannano, la ragione mai. Anche in letteratura troviamo una famosa testimonianza del dubbio, il to be or not to be di Shakespeare, quel celebre essere o non essere che rimanderebbe al famoso dubbio di Amleto: vivere o morire. Un dubbio, questo, opposto al dubitare socratico; il dubbio amletico porta ad uno stallo, all'impossibilità di fare una scelta: chi può scegliere di morire se non l'aspirante suicida? La maggior parte di noi messo davanti a due posizioni tanto estreme sceglierebbe la vita. Se analizziamo il dubbio ci rendiamo conto che anche l'azione di dubitare richiede una tecnica, non serve dubitare e basta, bisogna dubitare con cognizione di causa se si vuole fare del dubbio un utile strumento di crescita. Il dubbio infine è uno dei cardini dell'atteggiamento filosofico, quel modo critico di porsi di fronte alla quotidianità. Quel modo che ci può aiutare a superare le nostre difficoltà. 
Maria Giovanna Farina



IN CUCINA CON SOCRATE: FARRO IN INSALATA


Farro in insalata: felici con le cose semplici
Un piatto estivo nutriente e appetitoso non può che aiutarci a cenare tranquilli con chi desideriamo, gustando qualcosa di diverso ma dal gusto semplice – come le piccole cose  che sole sanno renderci felici.
Ingredienti:
  • 300 gr di farro
  • 2 pomodori rotondi maturi
  • 150 gr di feta (o mozzarella)
  • 3 manciate di piselli anche surgelati
  • basilico
  • olio e.v.o.
Lessate il farro con i piselli, scolare e lasciate raffreddare.
Tagliate a dadini i pomodori e la feta, incorporateli al farro raffreddato.
Condite con olio, basilico e una manciata di grana grattugiato.
Delicato e nutriente, questo farro si consuma tiepido e si può realizzare con altre verdure e formaggi a seconda dei gusti.

Maria Giovanna Farina


IN CUCINA CON SOCRATE: UOVA IN GELATINA



Uova in gelatina: per la ri-cerca di sé
L’uovo, simbolo originario della vita, se inglobato in un cubo o in un’altra forma potenzia il suo significato e diviene ri-nascita. La gelatina con la sua trasparenza permette una visione totale di ciò che racchiude e ci conduce alla ri-cerca di ciò che siamo: senza fraintendimenti.
Un piatto delizioso e adatto all’estate anche da accompagnare all’aperitivo: per una frescariflessione filosofica!
Ingredienti per 4 persone:
  • 4 uova sode
  • 100 gr di tonno sgocciolato
  • una manciata di capperi
  • 5 olive nere grosse denocciolate (oppure 7-8 di quelle piccole)
  • maionese
  • verdure sott’aceto per guarnire
  • Preparato per gelatina
  • Pellicola da cucina
Tagliate a metà le uova e privatele del tuorlo. Unite tonno, tuorli, capperi, olive e frullate per ottenere un impasto morbido con il quale riempirete gli albumi sodi rimasti vuoti.
Nel frattempo, seguendo le istruzioni sulla confezione, avrete preparato la gelatina che ormai sarà tiepida. Ora sbizzarritevi: se non avete gli stampini andranno bene le coppette del gelato, i bicchieri di qualunque forma…. In ogni stampino, foderato con la pellicola per facilitare il distacco del composto, mettere un po’ di gelatina e appena sarà leggermente rappresa adagiate l’uovo e qualche verdurina sparsa, poi ancora gelatina fino a coprire il tutto.
Ponete in frigorifero e quando sarà completamente soda potete decorare con maionese e qualche cappero. In alterativa, le uova si possono affettare con il taglia uovo e fare degli strati.
Per i vegetariani: è possibile sostituire, senza che nulla cambi nella riuscita e nella bontà del piatto, la gelatina di origine animale con l’agar-agar. Il tonno può essere eliminato dalla ricetta e sostituito con maionese, senape ed erbe aromatiche a scelta. 

Maria Giovanna Farina


IN CUCINA CON SOCRATE: RAVIOLI FREDDI




Cambiando le abitudini cambiamo certe idee: ravioli freddi e rapanelli
Siamo abituati a mangiare i ravioli caldi, si usa dire testa di rapa o di rapanelli per definire qualcuno senza niente in testa e pensare che i rapanelli sono sì poverissimi di calorie ma hanno proprietà, tra le altre, digestive. Quante idee ci seguono durante la vita e noi le prendiamo per buone senza sapere se siano vere o false? La filosofia serve soprattutto a questo, in cucina poi diventa tutto più divertente. Ecco una ricetta che fa al caso nostro.
Ingredienti (per 4 persone):
  • 500 gr di ravioli di magro 
  • 10 rapanelli
  • formaggio tipo provolone tagliato a dadini
  • olio extra vergine di oliva
  • formaggio grattugiato
  • prezzemolo o erba cipollina
Cuocete i ravioli in acqua bollente salata. Se li acquistate e non avete tempo di farli in casa, occhio all’etichetta, che non contengano grassi aggiunti al di fuori dell’olio di oliva o di quello disemi (se specificato di quale seme), meglio se extravergine, per non compromettere la genuinità della ricetta. Scolateli e passateli sotto il getto dell’acqua fredda lasciandoli colare per il tempo necessario. Nel frattempo tagliate sottili i rapanelli, aggiungete il formaggio a dadini, unite i ravioli e condite con olio ed erba cipollina. Date una bella mescolata e ponete nei piatti, spolverate con formaggio grattugiato e lasciate riposare per 10 minuti.
Un piatto veloce, appetitoso, adatto alla stagione calda e… filosofico!

Maria Giovanna Farina

IN CUCINA CON SOCRATE: PEPERONI INCAPPUCCIATI RIPIENI



Peperoni incappucciati ripieni: gusto e convivialità
Un piatto unico da condividere con gli amici nei giorni di vacanza perché mangiare insieme è un momento importante. Peperoni che nascondono un ripieno gustoso e leggero, non è forse la metafora dell’altro che vorremmo conoscere? L’altro dotato di un’interiorità ricca e in grado di farci stare bene con leggerezza e intensità al contempo.
Ingredienti (per 4 persone):
  • 4 peperoni rotondi
  • 250 gr di ricotta
  • 100 gr di grana grattugiato
  • 2 uova
  • olive nere
  • pane grattugiato q.b.
  • erba cipollina
  • sale
Tagliare il “cappuccio” dei peperoni e svuotarli dai semi.
Preparare l’impasto unendo ricotta, grana, uova, olive sminuzzate e una manciata, o due a seconda della morbidezza della ricotta, di pane grattugiato tanto da rendere l’impasto sodo.
Aggiungere un po’ di erba cipollina e mescolare bene.
Riempire i peperoni e coprirli col cappuccio.
Infornare per circa un’ora a 180°.

Maria Giovanna Farina


IN CUCINA CON SOCRATE: PESCHE O DOLCETTI?



Apparenza: il dolce dell’osservazione
Non tutto è così come appare, ciò che sembra potrebbe essere altrimenti…per conoscere veramente ciò che ci circonda è necessario andare oltre quello che ci sta davanti al naso e questo dolce serve al caso nostro. Ad una prima osservazione sembrano dei dolcetti, ma se li addentiamo ci accorgiamo che sono delle pesche: abbiamo fatto il primo passo verso l’atteggiamento filosofico!
Ingredienti per 6 persone:
  • 6 pesche non troppo mature
  • 4 savoiardi
  • 80 gr di zucchero a velo
  • 50 gr di mandorle
  • 15 gr di arancia candita
  • mezzo bicchiere di vino bianco
Dividete le pesche a metà, togliete il nocciolo e un po’ di polpa per far spazio al ripieno.
Tritate le mandorle, unitele allo zucchero, ai canditi, alla polpa della pesca che avete ricavato e infine aggiungete i savoiardi sbriciolati.
Con questo impasto riempite le pesche e spolveratele con un po’ di zucchero a velo.
Ponetele in una teglia dove avrete versato il vino. Cuocete in forno a 180° per circa 30 minuti. Una volta cotte avranno l’aspetto di dolcetti, in realtà sono pesche. Sono ottime anche fredde! 

Maria Giovanna Farina


Omaggio a Rutger Hauer

Immagine tratta da Il mattino


Il mio commosso omaggio al grande attore Rutger Hauer morto il 19 luglio del 2019, è un ricordo legato al primo film che vidi con lui interprete di una storia d'amore eterna come lo è amore tra due che si amano davvero. Una produzione, la sua, che mi ha affascinata anche per la versatilità delle sue interpretazioni. Il cinema ha perso una vera “stella”. Ecco di seguito l'articolo che scrissi un paio di anni fa.


Dal film  Ladyhawke 



Il film-fiaba Ladyhawke del 1985 colpisce per la sua “immortalità”. Siamo nella Francia del XII secolo, Isabeau d'Anjou (Michelle Pfeiffer) giunge ad Aguillon per la morte di suo padre. Lì, nonostante molti si fossero innamorati di lei, la giovane ricambia solo l'amore di Navarre (Rutger Hauer). I due innamorati devono purtroppo mantenere segreto il loro sentimento perché il Vescovo è innamorato della bellissima Isabeau e per di più è incapace di tollerare l'idea di saperla felice con un altro uomo. Il malvagio prelato venuto a conoscenza del loro sentimento, pur di impedire l’unione, stipula un patto con Satana che condanna Isabeau a essere un falco di giorno e Navarre un lupo la notte. La maledizione si potrà interrompere durante un’eclissi di sole. Per permettere che la condanna abbia fine Navarre deve rinunciare al suo desiderio di vendetta sul Vescovo. Avviene l’eclissi, la donna torna ad essere solo umana e la maledizione si scioglie, ma il Vescovo non accetta la libertà di lei e tenta di ucciderla. Interviene Navarre in sua difesa e con una spada pone fine alla vita del Vescovo. I due innamorati sono finalmente liberi di amarsi.
Ladyhawke mette in scena la sofferenza per un amore osteggiato, è la lotta dei due innamorati per salvare la loro unione e allo stesso tempo mostra l’invidia per la felicità altrui che giunge fino alla violenza. Centrale nella storia è la maledizione che va a colpire la creazione del loro amore forte, bello e immortale capace di creare invidia in chi non conosce la vera passione reciproca, che è libertà e non potere sull’altro, e colloca il Vescovo nei panni dello sconfitto. Per questa ragione il religioso accecato dall’odio e dalla inaccettabile disfatta sposa la causa del Diavolo che divide chi è unito: egli fa un patto con il male. Isabeau e Navarre sono condannati a desiderarsi senza mai incontrarsi, la pellicola ci mostra con struggente intensità i pochi istanti in cui possono vedersi come esseri umani per poi subito dividersi: lei falco e lui uomo o lei donna e lui lupo. La metamorfosi che entrambi subiscono ad ogni alba e ad ogni tramonto blocca, opponendosi al nuovo mondo in costruzione, la loro coppia e con crudeltà la maledizione si va ad insinuare nell’area privilegiata inaccessibile a tutti gli altri esseri umani. Il Vescovo colpisce la coppia nel momento della creazione, certo di raggiungere il proprio scopo.
Il potere terreno, infatti, unito a quello del male rende più imperioso il dominio sull’amore e sul femminile nel tentativo di sottrarre la forza dell’invincibilità, ma chi si ama è indistruttibile agli attacchi della separazione. Fortunatamente nella storia, al contrario della vita reale, l’aguzzino dei sentimenti rimane sconfitto dalla forza soprannaturale dell’innamorato; Navarre è capace come un cavaliere valoroso e vittorioso di tenere stretta a sé la sua dama, salvandola, tra l’altro, da un tentato femminicidio. L’ultima scena del film celebra la vittoria dell’amore sull’odio: alla morte del Vescovo segue un’esplosione catartica di gioia fatta di sguardi infiammati e di abbracci appassionati che ci comunica quanto i due siano finalmente liberi di gridarsi: “Ti amo!”. Un fascio di luce li illumina assicurandoci che sono un’unica sostanza, lontana dall’odio e prossima all’eterno.
Maria Giovanna Farina

IN CUCINA CON SOCRATE: SPUNTINO DI RICOTTA E FRUTTA



Primi passi di filosofia in cucina
I primi passi di filosofia si muovono con qualcosa di semplice che potete realizzare anche con e per i vostri bambini. Preparare qualcosa insieme diventa un momento di interazione piacevole ededucativo: come diceva Epicuro: “Non è mai troppo presto per diventare filosofi”. Uno spuntino veloce, sano e adatto a tutti da uno a novant’anni, è l’occasione per cimentarsi in cucina e realizzare qualcosa che dà soddisfazione al palato e incrementa il desiderio di cucinare.
Ingredienti:
  • 250 gr di ricotta cremosa
  • 4 cucchiai di zucchero
  • 1 banana, 2 albicocche e 1 pesca
  • cannella o in alternativa cacao in polvere

Amalgamate la ricotta con lo zucchero e la cannella e lavorate per formare una crema.
Aggiungere la frutta a dadini (quella indicata o altra che preferite).
Riponete il composto in quattro coppette da gelato e mettete in freezer per 20 minuti, se aumentate il tempo diventerà sempre più sodo e con qualche increspatura di ghiaccio. Ognuno seguirà i propri gusti. Adatto anche come fine pasto.

Maria Giovanna Farina

IN CUCINA CON SOCRATE: VERZE STROPICCIATE

Verze stropicciate, un piatto per mille occasioni



Ci sono abiti, scarpe e oggetti per tante occasioni che si adattano un po’ a tutto. Perché non un cibo? Le verze stropicciate sanno accompagnarsi a tante pietanze, sono appetitose e semplici da cucinare: cosa volere di più da un cibo? Non hanno un aspetto appariscente, colori accesi come altre “colleghe” verdure, ma sotto l’apparenza hanno quello che tutti cerchiamo: trovare punti di incontro e convivere in pace.


Ingredienti:

1 verza o crauto
olive nere denocciolate 100 gr
50 gr capperi
50 gr acciughe
olio e.v.o.

Tagliate la verza molto sottile, se avete l’affettatrice meglio ancora; cuocerla in acqua e aceto salata (2/3 acqua e 1/3 aceto) per 30 minuti. Scolate, lasciate raffreddare e asciugare.
Nel frattempo  sminuzzate le olive e le acciughe, unite i capperi e le verze. Infine condite con l’olio extravergine.
Per i vegetariani basta non aggiungere le acciughe. È un gustoso contorno da accompagnare a carni, salumi, uova o formaggi. 

Maria Giovanna Farina


Il nostro pensiero è davvero nostro?


Una delle resistenze maggiori da superare nel modo di ragionare è quella dovuta a quanto “ereditiamo”, volenti o nolenti, dalla cultura alla quale apparteniamo. E per cultura si intende ciò che ci viene tramandato, giusto o sbagliato che sia, da quanti ci hanno preceduto. È noto che non è tanto la validità dei concetti quanto il modo con cui vengono impartiti a determinarne la validità per cui sovente si dà più ascolto al “sentito dire” o a quanto si è sentito fino alla nausea rispetto a ciò razionalmente valido. Gaston Bachelard, matematico filosofo francese del secolo scorso asseriva che l’endosmosi abusiva dell’assertorio nell’apodittico e della memoria nella ragione sono le cause prime contro la formazione dello spirito scientifico e, visto il tenore delle opinioni imperanti, non si può che dargli ragione. Io la penso così, quante volte ci è capitato di dire o di sentire queste parole? Senz’altro tante, ma ci siamo mai chiesti fin a che punto quest’asserzione corrisponde al vero? Quanto di ciò che crediamo sia frutto della nostra testa è davvero tale?
Uno dei compiti del filosofo è quello di dare una risposta a queste domande e far sì che il pensiero di chi pensa sia il più possibile libero dal condizionamento operante. È difficile mettere in discussione gli insegnamenti ricevuti, in particolar modo quelli impartitici dai nostri genitori che a loro volta avevano ricevuto dai loro genitori che a loro volta….Sì, molte cose che una volta erano ritenute assiomi, ora non lo sono più, anzi vengono ritenute sbagliate e la lista sarebbe troppo lunga. Persino certi capisaldi della religione cattolica non sono più tali e gli addetti ai lavori sanno che non mi riferisco alle innumerevoli variazioni del lezionario. Una volta c’era l’elisir di lunga vita, rimedio contro ogni male che in teoria curava dalla coriza al cancro ma in realtà era solo un placebo, si riteneva che le comete fossero causa di sventure, che fumare uccidesse i microbi e le persone ritenute poco gestibili, quasi sempre donne, venivano messe al rogo. Procedure apotropaiche d’ogni sorta erano praticate ad ogni livello socio-culturale. Molte cose sono cambiate, ma siamo ancora molto lontani dallo spirito scientifico auspicato da Bachelard; hanno spento le pire, ma rimangono ancora accesi molti lumini e sappiamo che certe sostanze sono altamente infiammabili. Un altro punto relativo alla proprietà di pensiero riguarda le scelte che si fanno, in particolare quelle relative alla politica che troppo spesso combaciano supinamente con la linea del partito, qualunque esso sia, e non col modo di vedere le cose che dovrebbe essere il più possibile scevro da condizionamenti d’ogni sorta.
Un suggerimento per iniziare il cammino verso la formazione di uno spirito scientifico potrebbe essere quello di non dare mai nulla per scontato e prima di lasciarsi andare a facili inferenze chiedersi: cui prodest? A chi giova? 
Max Bonfanti, filosofo analista

Mela d'oro a Cristiana Pegoraro

immagine di askanews



22 giugno 2019, la pianista e compositrice Cristiana Pegoraro ha ricevuto il premio Marisa Bellisario, la mela d'oro come riconoscimento alle eccellenze femminili. Un grande emozione anche per me che ho il piacere di conoscerla e di averla intervistata nove anni fa per la prima volta su L'accento di Socrate a cui ne sono seguite altre su diverse riviste. Riporto di seguito quella del 2010.

Da L'accento di Socrate

Cristiana Pegoraro è una pianista di fama mondiale, un’italiana che si è fatta conoscere ed apprezzare nell’esecuzione e nella composizione musicale. Eclettica e creativa, di formazione classica, si lascia ispirare anche dalla sensualità del tango argentino. Rappresentante di un femminile produttivo ed elegante, ho avuto il piacere di intervistarla per inserirla nel nostro laboratorio filosofico come modello ideale per le nuove generazioni. La musica, diceva il filosofo Arthur Schopenhauer, viene compresa ovunque: essa è l’unica vera lingua universale. Se poi la musica è così elevata come quella di Cristiana Pegoraro….
D. Quando ha toccato i tasti per la prima volta?
R. Ho iniziato a quattro anni all'asilo, avevamo un'insegnate di musica come tutti i bambini. Poi mi sono molto appassionata e a cinque anni mia mamma mi ha chiesto se volevo studiare seriamente, così mi ha portato da un'insegnante privata ed è stata una bellissima cosa perché io ero molto appassionata da subito
D. Ce l'aveva proprio dentro di sé
R. Assolutamente sì. Mi ricordo quando portarono a casa il primo pianoforte verticale, ebbi una crisi di pianto, di riso, di gioia, mi rotolavo per terra: per me questo pianoforte era una cosa bellissima, era arrivato e potevo suonare
D. Era quasi un destino per lei
R. Veramente!
D Lei, Cristiana, si sarà fatta aspettative da giovane diplomata, in che misura si sono realizzate?
R. Ho iniziato a suonare e per me era la cosa più normale del mondo, io suonavo e studiavo e a volte i miei genitori mi dicevano di non studiare così tanto ma di fare anche altre cose. Ma io ero lì appiccicata al pianoforte e mi sentivo molto bene. Finché uno è bambino non si pone la domanda “Dove andrò con questo?”, io volevo suonare: punto. A dieci anni ero sicura che volevo fare la pianista, sono entrata in conservatorio ed ho iniziato a fare i primi concerti senza avere delle mete da raggiungere: volevo suonare, volevo far concerti. Diciamo che tutto ciò si è poi realizzato, sono estremamente fortunata perché non insegno, ma vivo di concerti, mi sposto da città a città e svolgo la libera professione. Con gli anni pian piano di mete se ne sono create sempre di più perché uno tende a sviluppare la propria carriera, sempre una carriera in crescita alla ricerca di nuove esperienze musicali. Essere artista non vuol dire solo essere pianista anche se nasco come pianista classica, ma dopo tanti anni vissuti a New York mi si sono aperti gli orizzonti ed ho studiato molto la musica sudamericana. Poi ho iniziato a comporre, a fare le mie trascrizioni dei tanghi di Astor Piazzolla. Ho molto variato
D. Lei nel 2007 riceve insieme a Claudio Abbado il premio Sebetia-Ter, targa d'argento del Presidente della Repubblica, come riconoscimento per la sua attività di concertista e compositrice, cosa rappresenta per lei la scrittura musicale?
R. E' l'espressone più diretta di me stessa, dei miei sentimenti più che suonare un brano di un altro compositore. Questo mi esce dal cuore, è una cosa estremamente spontanea che faccio
D. Una persona usa l'alfabeto per scrivere di sé come lei usa le note
R. Esattamente. Anche se mi sento artista a trecentosessanta gradi, ho scritto e pubblicato un libro di poesie con mia musica (Ithaka). Ho nel sangue il dovere di esprimermi e cerco di farlo con i mezzi che ho a disposizione e la musica è sicuramente il primo mezzo, un linguaggio molto immediato ma mi piace scrivere anche con le parole. Mi diverto anche con le immagini attraverso la fotografia
D. Probabilmente la musica le ha aperto al strada, che poi per lei è diventata la strada maestra, ma le ha dato anche la possibilità di far uscire tutte le altre parti di sé artistiche
R. Credo che il mio DNA sia artistico, non mi mettete a fare una cosa di matematica. Anche se dicono che il musicista ha una mente matematica, credo di essere l'unica eccezione al mondo
D. Forse eccellendo al pianoforte ha dovuto mettere da parte il resto. Credo che lei sarebbe riuscita in matematica se ci si fosse dedicata maggiormente: forse tutto il resto è sceso in secondo piano?
R. Sì, la musica veniva prima di tutto anche se ho avuto una preparazione generale
D. Nel 2005, in occasione del suo decimo concerto annuale al Lincoln Center di New York, le viene conferito dal Circolo Culturale Italiano delle Nazioni Unite il prestigioso riconoscimento “World Peace Award” per il suo particolare impegno nel promuovere la Pace nel mondo
R. Sì, nel corso degli anni ho fatto molte cose insieme ad organizzazioni internazionali a supporto della pace e per i bambini, sempre attraverso le Nazioni Unite, ma anche con l'Unicef. Ho collaborato anche con Emergency
D. La musica che è il suo canale comunicativo privilegiato, come può creare la pace dell’anima?
R. Sono convinta che la musica vada a risvegliare dei sentimenti che noi portiamo dentro e spesso sono talmente dimenticati da tante altre cose anche materiali. Penso che l'essere umano abbia dentro una sua sensibilità e la musica, essendo un linguaggio così diretto senza parole e universale, vada a risvegliare nell'animo di ognuno quello che ha dentro. Dopo tanti anni che mi occupo di compositori, di capire quello che hanno scritto, mi rendo conto che questi grandi geni sono state delle persone estremante profonde e ci hanno lasciato una serie di messaggi attraverso la loro musica; se uno riesce a capirli, da interprete ha il dovere di passarli alle persone che ci ascoltano. Nei miei concerti racconto aneddoti, racconto cosa vuol dire quel pezzo musicale e perché il compositore lo ha scritto così. Lo faccio per far avvicinare le persone all'idea creativa. Dopo di che l''ascoltatore ha l'animo più aperto per ricevere quello che gli vado a suonare ed io non faccio altro che risvegliare quello che ognuno di noi si porta dentro. Spero di riuscirlo a fare
D. Lei fa dunque una terapia. Se la musica riesce a risvegliare, esci dal concerto che stai meglio
R. Sì, e vero, me lo dicono. Molti mi dicono “Ho passato un'ora di trasporto in un'altra sfera” oppure “Mi son sentito bene”. Io la prendo anche molto come una missione, purtroppo nel corso degli anni il musicista, anche importante, è stato sempre una persona vista sul piedistallo: entra, suona, saluta e se ne va. Invece proprio perché manca fondamentalmente, soprattutto qui in Italia, una cultura di base musicale, bisogna risvegliarla
D. Lei fa un discorso socratico, Socrate sosteneva che dentro di noi c'è tutto bisogna solo tirarlo fuori. Effettivamente il musicista supponente non aiuterà mai nessuno ad avvicinarsi alla musica classica che è una musica eterna
R. Certo. Tra l'altro sono un'amante della filosofia greca
D. I Greci hanno detto tutto...
R. Sì, hanno detto tutto, poi è stata un po' elaborata
D. Attualmente lei è impegnata, prima artista donna italiana al mondo, nell'esecuzione integrale, in Italia, Germania e Austria, delle 32 Sonate per pianoforte di Beethoven
R. Sì, è una cosa estremamente impegnativa. Sto studiando Beethoven anche dal punto di vista del chi era lui come uomo, cosa faceva perché preparo otto concerti con otto conferenze con otto temi relativi a Beethoven e al periodo storico. Lui era un appassionato di filosofia e come lui tanti altri compositori si sono spesso riagganciati alla filosofia greca. Beethoven amava Kant, Beethoven ha messo in musica anche la filosofia
D. Il suo grande impegno quotidiano con il pianoforte, un dedicarsi così profondo è motivo di felicità o ruba spazio al resto?
R. Eh sì, tutto non si può avere nella vita. Bisogna fare dei sacrifici, magari da ragazza lo facevo così spontaneamente che non mi veniva l'idea di volere altre cose. Alle gite scolastiche non andavo mai perché dovevo suonare, alle feste andavo pochissimo...Nessuno mi costringeva a suonare. Poi nel corso della vita ho dovuto fare altre cose per la sopravvivenza, ho vissuto fuori dall'Italia già da quando avevo sedici anni...Però il mio tempo è stato occupato fondamentalmente dal suonare, dal conoscere, dal viaggiare perché associato alla mia professione. Conoscere persone diverse e culture diverse arricchisce molto
D. Forse ha riempito i vuoti di esperienze
R. Sicuramente. Sono comunque una persona molto socievole e con gli altri sto benissimo, ma sto bene anche da sola
D. Star bene con se stessi significa essere cresciuti bene
R. Non è semplice perché anch'io spesso soffro di solitudine
D. Sono stati d'animo che appartengono a tutti, che affondano le radici nel vissuto di difficoltà personali, l'importante è saper convivere con le proprie difficoltà
R. Bisogna raccontarle e capire cosa sono
D. Considerando il suo libro di poesie “Ithaka”, le chiedo cosa rappresentano per lei i luoghi della memoria?
R. Tornare alle origini. In Grecia, adoro al Grecia e sono felice di ritornarci perché lì mi sento a casa. È risvegliare una memoria che è dentro di me, ma anche in ognuno di noi perché tutti veniamo, a livello spirituale e di pensiero, dalla Grecia. È un avvicinarsi alle origini dell'uomo
D. Della cultura occidentale che è in declino... ma lei fa di tutto perché ciò non accada
R. Io lo spero. Mi capita spesso di incontrare, anche in ambienti totalmente diversi, amanti della Grecia con questa ideologia
D. La musica è un mezzo per viaggiare nel tempo?
R. Sì, anche perché io sono molto nostalgica. Mi trascino nel passato facendo dei lunghi viaggi
D. Era un tempo più adatto alla creazione artistica?
R. Era un tempo molto più lento con meno tecnologia, adatto alla creazione artistica
D. Oggi l'arte non c'è più?
R. Sono convinta che non nascerebbe più un Beethoven
D. Lei è una degna rappresentante
R. No, io non mi paragono
D. Ma io posso
R. Diciamo che sono un'incarnazione moderna del musicista. Uso il computer, ma quando compongo uso la matita e sembro una di duecento anni fa. Non mi sono convertita
D. Ha mai rischiato di rinunciare alla musica?
R. No, ho lottato sempre per averla. La mia vita normale si è aggiustata intorno alla mia vita di artista
D. Una domanda che nessuno le ha fatto e alla quale lei vorrebbe rispondere
R. È uscito da ciò che abbiamo detto fin ora. Se la domanda fosse: Puoi vivere senza musica? No, non potrei vivere senza musica. Potrei forse fare a meno di tutto il resto. L'amore e la passione sono due elementi su cui baso il mio essere musicista. Non solo l'amore per un essere umano ma l'amore in generale e ad alto livello: anche di questo ne faccio a stento a meno
Maria Giovanna Farina