Intervista a Marinella Gagliardi


Burrasca per tre, storia d’amore e thriller, è ambientato ai nostri giorni in un piccolo incantevole borgo ligure. La protagonista è Emma, una scrittrice in cerca di tranquillità, e di una casa editrice che pubblichi il suo ultimo romanzo, l’avventura di suo nonno, un ragazzo del ’99, nella prima guerra mondiale. Emma, dopo un momento idilliaco, per un nuovo, inaspettato amore, si trova coinvolta in eventi del tutto imprevisti... un romanzo quello di Marinella che lascia con il fiato sospeso e che si legge con entusiasmo, felici di proseguire la lettura. Ma per saperne di più ho posto qualche domanda all'autrice.





Nel tuo ultimo romanzo “Burrasca per tre” (Ed. Golem) mescoli amore e thriller, come stanno insieme questi due aspetti?
Questi due aspetti coesistono nel senso che, dopo una prima fase di innamoramento, la vicenda si tinge di giallo: Emma, la protagonista, una scrittrice, è coinvolta casualmente in una serie di eventi tumultuosi e ricchi di suspense. Avrebbe voluto vivere tranquillamente e in isolamento nella sua nuova abitazione sul mare, la casa che ha appena ha ereditato in un pittoresco borgo ligure, e invece la sorte gioca con lei coinvolgendola in situazioni del tutto inattese . 
Burrasca una parola che riporta al mare, elemento da te molto amato, ma allo stesso tempo alla nostra interiorità. Coesistono nel libro queste due burrasche?
Si, questa è un'altra caratteristica del romanzo ma vediamo anche la terza burrasca, vissuta da Nino. È vero, il mare è molto amato da me ma questa volta non lo racconto io in prima persona tramite le mie avventure: in questo romanzo, come suggerisci tu, la burrasca deve essere intesa sia in senso reale che in senso metaforico, infatti una forte mareggiata si abbatte sul borgo nel quale vive Emma, che già deve affrontare un momento interiormente burrascoso. Lo stesso vale per Dali, il protagonista maschile, personaggio misterioso, del quale Emma si innamora: un uomo  affascinante e sfuggente. 
C'è da tener presente che nel corso della narrazione gioca molto l'effetto sorpresa e quindi a volte i fatti sono ben diversi da come sembra che siano. 
La terza burrasca è vissuta da Nino, nonno di Emma, che l'ha cresciuta: la protagonista ha raccontato in un romanzo la rocambolesca avventura di Nino negli ultimi due anni della Prima Guerra Mondiale, e attende con ansia che la contatti una casa editrice per pubblicarglielo. La storia è reale in quanto si tratta del diario che mi ha lasciato scritto mio padre a proposito della sua avventura al fronte, sui monti, come ragazzo del 99: questo libro si presenta quindi come un romanzo nel romanzo, in quanto ogni tanto si inseriscono brani della storia scritta da Emma. E non mancano anche toni autobiografici, sono infatti messe in luce le ansie e le preoccupazioni che agitano gli autori una volta che hanno terminato un'opera e sono in attesa di un editore. 
I diari del nonno di Emma, la protagonista, esistono o sono pura invenzione letteraria?
Ho riportato parola per parola quanto ha scritto mio padre in un fascicolo dal titolo 'Le avventure di un ragazzo del 99': gli avevo promesso che prima o poi avrei raccontato la sua storia che ritenevo  affascinante, e ho mantenuto la mia promessa. È stato estremamente emozionante scrivere sulla scorta delle sue parole che erano lì accanto a me durante la stesura del romanzo come se ci fosse stato ancora lui a dettarmele una per una. Spero di essere riuscita a trasmettere l'emozione che ho provato! Ma prima di tutto quelle provate da quel ragazzo diciottenne mandato allo sbaraglio al fronte! 
Quanto è importante tenere un diario?
Il diario è la memoria storica di una persona... quanti momenti, dati importanti, situazioni ci sfuggono e si dimenticano, dunque fissiamoli, pronti a recuperarli quanto ci servono o ci interessa di rispolverarli. 
Il tuo romanzo contiene tanti ingredienti davvero accattivanti, al di là di ciò perché dovremmo leggerlo?
Per emozionarsi con vicende, anche reali, ricche di suspense e di colpi di scena.


con l'editore al Book Pride di Genova


Torta dell'amore in versione vegan



Vi propongo la mia torta "Dimmi che mi ami" in versione vegana per omaggiare i filosofi che hanno seguito una dieta vegetale. Sinceramente non ce la farei a nutrirmi solo di vegetali escludendo uova, formaggio e derivati animali dalla mia dieta, ma ammiro profondamente chi rispetta la vita animale e lotta, come faccio anche io, per evitare loro un dolore inutile, soprattutto negli allevamenti intensivi. Eraclito fu un filosofo, vissuto cinque secoli prima di Cristo, vegano, ma possiamo ricordare anche il noto Pitagora che era vegetariano. 


Ingredienti per la pasta

250g di farina tipo 00
80 g di zucchero
70 g di acqua
70 g di olio di semi
mezzo cucchiano di lievito per dolci
vaniglia in polvere una bustina
un pizzico di sale

Ingredienti per la pasta frolla tradizionale


200 g di farina
100 g di burro
100 g di zucchero
1 uovo intero e un tuorlo
un pizzico di sale

Ripieno

una tavoletta di cioccolato fondente a pezzetti
½ scatoletta di cacao amaro
100 di zucchero a velo
100 g di arancia candita
100 g di mandorle tritate grossolanamente
succo spremuto d'arancia, o rum, qb


Procedimento:

Unire l'acqua allo zucchero e mescolare senza sciogliere, aggiungere l'olio e mescolare tanto da creare una emulsione. Aggiungere la farina a cui era stato inserito lievito, sale e vaniglia e mescolare fino a creare una palla morbida. Mettetela in una terrina coperta da pellicola e riponetela in frigorifero per 4 ore, si deve rassodare.
Ora è la volta del ripieno che è identico nelle due versioni.
mescolare insieme tutti gli ingredienti e creare un impasto morbido senza preoccuparvi della consistenza tanto deve cuocere!
Dividere la pasta in due parti, una un po' più grande; la parte più grossa appoggiatela in uno stampo per dolci in-aderente allargandola con le mani fino a formare un disco con i bordi alzati così che si formi in una sorta di contenitore. Ora inserite il ripieno e stendetelo con cura, poi prendete l'altra pasta e tiratela abbastanza sottile con il mattarello. E' arrivato il momento più difficile, prendete fra le mani la pasta e coprite la torta unendo i bordi dei due strati di pasta aiutandovi con le dita. Non preoccupatevi se il disco di copertura si rompe perché durante la cottura il ripieno uscendo crea una decorazione simpatica. Per ogni dubbio contattatemi all'indirizzo che trovate nel blog.
Buona torta a tutti e che l'amore in tutte le sue forme possa trionfare!

Maria Giovanna Farina




“Flashback” di Giusy Grasso










Ho sentito la vita

sfuggirmi dalle dita,

smarrimento e dolore

nel lasciare quella vita e il

mio sentire inquinato

dal timore di scoprire

di quel morire insensato

per mano del mio amato.


#noallaviolenzasulledonne

La consulenza filosofica, una pratica che viene da lontano


La consulenza filosofica è raccontata in Ho messo le ali, 2013 (seconda edizione 2018) e ne La libertà di scegliere 2017, Rupe Mutevole edizioni.
In quale luogo l’uomo si esprime? Con chi e come lo fa? Sono gli interrogativi base per comprendere la comunicazione umana e non sentirsi estranei nella relazione con gli altri. Lo studio e l’analisi dell’uomo viene da lontano ancor più di quanto si possa immaginare, noi partiamo dai Greci solo perché ci rappresentano culturalmente: sono gli antenati della nostra civiltà.
Zoon logon echon è la locuzione con cui il filosofo Aristotele nella Politica definisce l’uomo, animale unico e diverso dagli altri perché dotato di parola: il vivente che ha la parola. L’uomo è anche “politikon”, cioè un animale politico, fatto per stare insieme agli altri e per risolvere le sue questioni discutendo nell’agorà. Ancor prima, nella lettura dei dialoghi di Platone si incontra Socrate, il primo filosofo della storia occidentale dedito allo studio dell’anima umana. Da lì prende le mosse l’analisi della comunicazione e lo studio dell’interiorità con la tecnica del dialogo. Non un dialogo qualunque, ma uno improntato ad affrontare le idee della mente e a comprenderne la natura: personale o frutto di un indottrinamento culturale? Socrate si adopera tutta la vita per liberare le menti dagli stereotipi, dai luoghi comuni che ci potiamo dietro come una zavorra impedendo alla nostra anima di librarsi leggera nelle alte sfere, là dove non c’è posto per idee false. Passeranno parecchi secoli prima che Freud codificasse la tua teoria psicoanalitica scoprendo l’inconscio, la sua teoria trova terreno fertile per nascere grazie al frutto del lavoro del pensiero umano di tanti secoli. Gli spunti che si è trovato tra le mani sono tanti. Pensiamo al filosofo e storico Hippolyte Taine (1828-1893) che per primo parlò di rimozione, quel particolare stato dell’inconscio in grado di mettere da parte i contenuti inaccettabili della coscienza, le esperienze che è meglio dimenticare ma che dimenticandole, come teorizzò lo psicoanalista viennese, creano sintomi. Taine lo fece nel suo libro Le origini della Francia contemporanea ed. Adelphi sostenendo a proposito degli istinti che “Essi esistono sempre, anche in tempi normali; non li notiamo perché sono rimossi, ma non per questo meno attivi ed efficaci, anzi indistruttibili…”
In Totem e tabù Freud parla di repressione degli istinti e nel saggio Disagio della civiltà argomenta come la repressione sia ad opera della civilizzazione. Qui si incontrano altri spunti filosofici interessanti, come il celebre motto homo homini lupus risalente al commediografo latino Plauto morto nel II sec. a. C., riferimento poi ripreso dal filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) per affermare che l’uomo si lega all’altro non per amore ma per il timore reciproco. Proprio nel Disagio Freud parla della civiltà come il prezzo da pagare per essere più sicuri e protetti, il prezzo sarebbe la repressioni degli istinti.
Lo stesso studio dei sogni risale a molti secoli prima a partire dagli antichi Egizi e dai Greci che ne fecero con Platone e Aristotele un oggetto più scientifico.
Ho fatto alcuni esempi che hanno colpito il mio interesse per mettere in evidenza come ogni teoria abbia un retroterra culturale di esperienze e di pensieri di altri uomini: nessuno crea qualcosa dal nulla, nel caso di Freud c’è stata la genialità di mettere insieme e guardare avanti per applicare la conoscenza alla cura.
Il dopo Freud ha dato origine ad un dibattito che non si è mai spento, le critiche sono innumerevoli e non sempre costruttive, ma chi ha dato un parere interessante e utile all’evoluzione del pensiero freudiano, è stato, secondo il mio modo di intendere la filosofia e la modalità comunicativa dell’essere umano, lo psichiatra e filosofo svizzero Ludwig Binswanger (1881-1966) inventore dell’Antropoanalisi. Binswanger riconosce l’importanza e il peso dell’opera freudiana, ma critica l’impianto teorico dell’homo natura, sostenendo che Freud considera l’uomo come un oggetto passivo sotto il dominio degli istinti. Sappiamo come il padre della Psicoanalisi consideri l’apparato psichico: costituito da Es (l’inconscio) Io (la consapevolezza) e Super Io (il censore); dare al desiderio il compito di spinta dal profondo dell’inconscio equivale ridurre l’homo natura in un’unica prospettiva. Per Binswanger l’uomo è molto di più, non è solo necessità da soddisfare ma un essere-nel-mondo: questa sarebbe la differenza tra visione naturalistica dell’uomo (homo natura) ed esistenza, tra scienza naturale ed antropologia. Freud ridurrebbe così la relazione tra molti con la relazione tra due: medico e paziente. Essere-nel-mondo significa avere un progetto di esistenza che entra in relazione con altri individui, perciò l’uomo, per Binwanger, non si può vedere solo come dominato dagli istinti ma come un essere in crescita dal punto di vista antropologico, proprio perché la relazione con gli altri lo spinge a mettersi in gioco come persona. Non solo corpo dominato da istinti, ma essere in crescita anche grazie all’azione della cultura, dell’arte e della spiritualità: pratiche dell’homo cultura.
Quando si è in relazione con una persona da ricondurre alla tranquillità dell’anima, una persona che deve comprendere e superare uno scoglio della vita, si è in due, ma in realtà si è in molti, tutti quelli che entrano in relazione con noi al di fuori di questo momento specifico. A chi mi chiede cos’è la consulenza filosofica, rispondo: per me è ascoltare chi mi sta di fronte nella piena consapevolezza che questa persona con la quale sto parlando vive in relazione con tante altre persone e che il suo progetto di vita si incontra-scontra con quello di altri. Anche per questa ragione l’esistenza diventa difficile, dobbiamo fare i conti con questi “altri” e le loro richieste a volte pressanti e difficili da soddisfare. Trovare un metodo personalizzato da applicare alle singole richieste, alle diverse criticità nelle differenti epoche della vita e far sì che questo metodo sia applicabile ad altre circostanze della vita futura di chi mi chiede aiuto, è il mio compito.
L’uomo con le sue esperienze si racconta attraverso linguaggi differenti: arte pittorica, poesia, musica e tante altre espressioni di quell’interiorità che preme e vuole uscire allo scoperto. Bisogna accoglierla, decodificarla e trovare la strada migliore per condurre la migliore esistenza tra le possibilità che ci sono date.
Maria Giovanna Farina


Perché non posso contare su nessuno?


Capita che le persone si mostrino disponibili, promettano aiuto e appoggio, poi nel momento del bisogno si rivelino completamente all’opposto. In questi casi dobbiamo superare la tentazione di essere generalisti e di fare di tutta l’erba un fascio. È vero, può accadere, ma a volte siamo noi a credere che “tanto sarà sempre le stessa cosa”, che non troveremo mai qualcuno su cui contare veramente. Questo modo di pensare è provocato da tre fattori principali, conoscerli ci aiuta a superare le difficoltà.
Il pessimismo. È legato a come siamo cresciuti e a come ci hanno educati, ma anche a qualcosa di più intimo, altrimenti sarebbe difficile spiegare come alcune persone, nonostante una vita ricca di eventi spiacevoli e difficoltà di ogni tipo, continuino a conservare un certo grado di ottimismo. L’ottimismo, e non l’incoscienza, aiuta a credere che prima o poi una persona seria la incontreremo. Per Aristotele il giusto mezzo ci rende felici e ciò possiamo applicarlo anche nel considerare senza eccessi le diverse situazioni.
La bassa considerazione di sé inibisce i rapporti con gli altri. Ecco un caso che può essere capitato a noi o lo abbiamo notato come comportamento altrui: una nuova conoscenza ci invita a casa sua, organizza una cena in compagnia anche di altre persone e ci dimostra di avere piacere della nostra presenza. Se siamo mossi dalla convinzione di non meritarci la sua amicizia, quando ci congediamo tendiamo a ringraziare esageratamente o a addirittura chiedere scusa per il presunto disturbo arrecato. E ripetiamo le stesse parole ogni volta. È bene tener presente che la scarsa considerazione di sé induce in comportamenti che possono essere mal interpretati.
Si finisce così nella “superstizione”, nella convinzione di avere il marchio del non essere meritevoli. Pensiamo che ci capiterà sempre la stessa situazione negativa come se fossimo predestinati. Ma non è così. Per uscire da questa condizione e migliorare l’opinione di noi stessi bisogna desiderare fortemente un cambiamento: abbandoniamoci per un istante agli altri e godiamoci l'invito a cena senza troppo ringraziare. E qualcosa cambierà!
Maria Giovanna Farina

Il cibo è comunicare



Nutrirsi a volte diventa il problema della vita, non perché ci manca il cibo ma perché con esso abbiamo un rapporto strano. Senza condurre il discorso verso vere e proprie patologie, i cosiddetti disordini alimentari, rimaniamo nell'area delle difficoltà gestibili con la riflessione personale. Il cibo è comunicazione? Altroché! Comunicazione con se stessi e con il mondo. Se invito qualcuno a pranzo e dopo aver carbonizzato l'arrosto gli faccio trovare una scatoletta di tonno e due foglie di insalata posso volergli dire che non avevo tanta voglia di invitarlo, ma per qualche obbligo che sentivo nei suoi confronti l'ho fatto lo stesso. Ciò non significa che ogni volta si brucia qualcosa il significato è quello, ma potrebbe esserlo. Nutrirsi è comunicare anche con il proprio corpo, vi sarà capitato di provare un irresistibile desiderio di riempirvi la bocca di zucchero? Potrebbe essere dovuto ad un calo di zuccheri nel sangue e subito il nostro istinto di autoconservazione si sta mettendo in moto per sostenerci. E che dire delle grandi abbuffate per reagire ad un amore finito? Altro esempio di come, tentando di superare una delusione, ci si butta a capofitto nelle torte alla panna o si trangugia una tavoletta di cioccolato: il loro sapore rimanda al latte e al ventre materno. Quando siamo in difficoltà è naturale voler tornare bambini, ai bei tempi in cui la mamma ci accudiva; ciò non deve farci sentire deboli e infantili: allora il cibo faceva parte del suo accudimento, oggi rappresenta solo un nostro bisogno di gratificazione. È interessante anche imparare a notare quali sono le vivande che più amiamo offrire ai commensali, li c'è senz'altro una parte di noi, qualcosa che desideriamo condividere, qualcosa di speciale da comunicare. infine ricordiamo che l'atto di nutrirsi è sempre un atto d'amore verso noi stessi.
Maria Giovanna Farina



Intervista a Nicoletta Poli


In occasione dell'uscita del suo ultimo libro, ho incontrato Nicoletta Poli, filosofa e consulente filosofico, per conoscere che cosa l'ha spinta a raccontare questa storia.

Sul ponte dell'arcobaleno”, il tuo nuovo romanzo. Non si anticipano i contenuti di un romanzo per non togliere il gusto della scoperta leggendolo. Cosa ti ha spinta alla scrittura di questo libro?

"Sul ponte dell’arcobaleno” nasce, come al solito ed anzitutto, dall’esigenza di vivere più vite e di immedesimarmi in personaggi anche molto diversi da me per sperimentare nuove emozioni ed apprendere sempre più dall’infinita variegata natura umana. Ma nasce anche dall’esigenza di denunciare un sistema gravido di contraddizioni, permeato da una totale assenza di etica in un’Italia che avvalla le mafie e deride l’onestà di molti cittadini che vorrebbero un mondo migliore. E poi nasce dalla consapevolezza della nostra mortalità, di quel destino comune che dovrebbe stimolarci a lasciare un segno di benevolenza su questa terra. Infine, uno stimolo importante è stato rappresentato dal mio amore per gli animali e per la natura.
Ci sarà un momento in cui ci si ricongiungerà con chi abbiamo perduto sul ponte dell’arcobaleno, animali compresi. Ne parli come di una leggenda, ma al di là di ciò possiamo trovare in questa idea un significato simbolico utile alla nostra vita?
Che la vita è preziosa e che ognuno di noi ha la sua missione in questo mondo. Bisogna amarla la vita e valorizzare al meglio il tempo che abbiamo a disposizione. E comprendere che la vita è un miracolo e anche il fatto di essere amati è un miracolo. L’amore - per esseri umani ed animali – è il fil rouge che ci connette e ci fa ritrovare tutti, prima poi, fratelli in questo universo.
La malattia è un attacco cruento ad una parte di noi, il corpo: dobbiamo conviverci, trovare la forza di guarire per andare avanti e guarire. Cosa lascia questa esperienza?

È come scoperchiare il vaso di Pandora e trovarsi improvvisamente la speranza tra le mani. Una cosa che luccica, bella ed attraente, ma che non è così semplice da portare con sé tutti i giorni. Poi piano piano impari a conviverci, scoprendo che senza di lei non potresti più esistere. E la vita assume tutta un’altra prospettiva: più umana, meno ego centrata, più comprensiva nei confronti della sofferenza altrui. Si viaggia più in rete, come dire. Capisci che siamo tutti indissolubilmente legati gli uni agli altri con un unico comune destino: quello di essere a termine. Ma in questo viaggio a termine apprezzi la memoria del mondo, la meravigliosa gioia di vivere e raccontare.

Quali sono gli esseri più capaci, e per questo irrinunciabili, di starci accanto e farci superare il momento difficile?

Innanzi tutto siamo noi stessi che dobbiamo saper convivere con la consapevolezza della nostra finitezza. Poi, certo, anche i famigliari, gli amici che però non puoi sovraccaricare di responsabilità ed ansie. E anche gli animali, in particolare i gatti che amo infinitamente per la loro discrezione e silenzi pieni di parole.

Anche la morte conduce metaforicamente ad una rinascita, un filosofo pratico come affronta questo passaggio della vita?

Come dice qualcuno, dovremmo morire un po’ ogni giorno per capire il senso profondo della nostra vita. Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e, quel che forse sembrerà più strano, ci vuole tutta la vita per imparare a morire. E, dopo la morte, la rinascita. Nei momenti difficili della vita la filosofia è l’unica medicina che ci può aiutare ad accettare la nostra finitezza. La filosofia nasce dall'esigenza dell'uomo di rispondere alle domande fondamentali della vita, ed è, come dice Aristotele, attività "nata dal dolore e dalla meraviglia". Filosofia è dialogo. E il dialogo non è gioco, una chiacchiera, è una cosa seria. Il dialogo, come dire, “sbroglia delle matasse”, come ben ci insegna Socrate, arriva ad una sorta di verità provvisoria. E Socrate vedeva nella filosofia lo strumento principe del risveglio della coscienza morale. Il filosofo pratico può sostenere la persona a pensare più chiaramente, ad indagare nel magma della sua – spesso tacita e non consapevolizzata - filosofia di vita e del suo sistema di valori. La nostra è una professione meravigliosa che può aiutare tante persone che hanno problemi di diverso tipo. La filosofia cura l’anima e fa diventare saggi e felici. Il riprendere in mano la propria vita, conquistare il coraggio di vivere e pensare con saggezza è una delle finalità della consulenza filosofica. Ho visto tante persone che, facendo questo percorso, sono come risorte, hanno visto aprirsi davanti tante strade e tante opportunità impensabili.

Perché leggere il tuo romanzo?

È un libro che, a detta di alcuni scrittori che l'hanno letto, incuriosisce al punto che si legge in un paio di giorni, commuove, intriga e fa riflettere su molti temi. A mio modesto parere, per essere efficace, uno scrittore deve attenersi alla verosimiglianza anche se il tessuto narrativo è completamente fuori dalla realtà. Un personaggio deve essere credibile anche se vive ed opera su Plutone. E poi bisogna avere la capacità di inventare delle storie credibili anche su un terreno poco credibile e di scindersi in tante anime differenti che possono dialogare tra loro. Forse la scrittura è più un’operazione di dissolvimento dell’ego in tanti io, una sorta di operazione schizofrenica. Talvolta terapeutica e talvolta no. Io ci ho provato. E a detta anche dell’illustre prefattore Gian Ruggero Manzoni, che stimo come artista a 360 gradi, sembra che ci sia riuscita. Ma bisogna migliorare. Sempre.

Maria Giovanna Farina




Il libro: Sul ponte dell’arcobaleno” è un romanzo che narra le storie di Lucia, Petrella, Carla, Marcello, Visone e Karma ossia di sei personaggi molto diversi tra loro per età e vissuti, con in comune eventi stranamente similari e magiche coincidenze: una forte passione amorosa, l’appuntamento con la patologia incurabile di un proprio caro, l’incontro con gatti e cani dal nome Medone, la speranza di approdare prima o poi al luogo leggendario del ponte dell’arcobaleno ove si potranno riabbracciare  finalmente umani e animali tanto amati in vita. Lucia, Petrella, Carla, Marcello, Visone e Karma snocciolano la loro vita intensa, complessa, gravida di avvenimenti e talvolta spericolata, sullo sfondo della storia dell’Italia contemporanea tra amori, truffe, mafia, n’drangheta, camorra, massoneria e sogni di un mondo migliore.   Prefazione di Gian Ruggero Manzoni ed. Book Sprint 





Vecchi motivi e nuove pubblicità


Oggi vorrei parlare di pubblicità e musica intesa come accompagnamento degli spot.
Tutti gli inserti pubblicitari, o quasi tutti, prepotentemente insinuati a volte come indotti da una coazione a ripetere, in ogni programma televisivo o radiofonico, ma principalmente televisivo, sono associati a brevi motivi musicali per meglio imprimere nella mente il prodotto reclamizzato. Ciò detto, ho notato che sono sempre più brani d’altri tempi, refrain di canzoni di successo degli anni passati anche da oltre cinquant’anni. Mi sono preso la briga di segnarli e ho superato abbondantemente la decina. Tutte canzoni intrise di vera musicalità, armonie difficili da trovare nelle attuali sempre meno musicali e prive di dell’amore che contrassegnava quelle di un tempo, in particolare i pezzi rap.
Mi sono chiesto quali fossero i motivi a spingere i pubblicitari verso questa scelta e senz’altro una orecchiabilità piacevole che non faccia venire voglia di togliere l’audio o di cambiare canale ha il suo peso, ma non credo che sia solo questo visto che i giovani si sono ormai abituati alle cacofonie volgari e ultraripetitive.
In quanto al non pagare i diritti d’autore, non penso poiché hanno la durata di settant’anni e poi non credo che influiscano molto sul budget di uno spot quindi il punto sta forse nel termine “giovani”: le pubblicità dedicate a loro sono una minoranza, per lo più sono rivolte ad un pubblico adulto se non anziano, un target che ha conosciuto la vera musica e aborrisce, fatta eccezione per alcuni brani musicali attuali degni ancora di essere definiti tali, il prodotto dei vari rappresentanti di ciò che va per la maggiora oggi.
A dire il vero ci sono anche alcuni prodotti destinati ai giovani che vengono associati a motivi datati come per esempio la pubblicità di Aperol Spritz che ha scelto happy together un motivo in voga negli anni sessanta, ma sono casi rari.



Qui di seguito sono annotati alcuni brani delle canzoni usate come sfondo musicale degli spot e le relative aziende commerciali che sono riuscito ad individuare:










1 - Come prima                        adottata   da                          Prima, compagnia di assicurazioni
2 – Happy together                      “                                         Aperol spritz
3 – Luglio                                    “                                         Fiat 500
4 – Il mondo                                “                                         Crodino
5 – Anema e core                         “                                        Tè San Benedetto
6 – Sirtaki                                    “                                         Pesto Barilla
7 – Sapore di sale                        “                                          Costa Crociere
8 – Mariù                                    “                                           Dolce & Gabbana
9 - Che serà serà                         “                                           Schweppes
10 – Canzone americana            “                                            Stella Artois
11 – Mamma                              “                                            Salumi Gardani
12 – Guarda come dondolo        "                                           Intimissimi
13 – Che cosa c’è                       “                                           Esselunga



Che sotto sotto ci sia un desiderio più o meno inconscio di tornare alle belle e piacevoli canzoni di una volta?

Max Bonfanti, filosofo analista


La conoscenza, una questione di metodo



Acrilico su tela di Flavio Lappo (Produzione anni'70)
Un metodo di indagine conoscitivo, un approccio alla conoscenza e di conseguenza uno strumento per fare luce nelle disarmonie relazionali dell'individuo deve partire dalla chiarezza. Per questa ragione ho preso in considerazione un filosofo che potesse dare un contributo scientifico a tale necessità. Ho individuato in Renè Descartes filosofo del '600 e in alcune sue considerazioni le basi utili al nostro scopo: idee contenute nella sua opera I principi della filosofia nell'edizione italiana di Laterza, 1967 e successive.
Nel paragrafo 48 della Prima parte incontriamo questa considerazione [Io distinguo tutto ciò che cade sotto la nostra conoscenza in due generi: il primo contiene tutte le cose che hanno qualche esistenza e l'altro tutte le verità che non sono nulla al di fuori del nostro pensiero] e verso la fine [vi sono certe cose che noi sperimentiamo in noi stressi che non debbono essere attribuite alla sola anima e nemmeno al solo corpo, ma alla stretta unione che è tra loro...]
Al di là di ogni controverso parere sul pensiero cartesiano dei suoi epigoni, Descartes fu un matematico e le sue considerazioni mi danno una certa tranquillità di base. Un altro importante filosofo questa volta del '900, Gaston Bachelard, ci viene in soccorso con la sua opera La formazione dello spirito scientifico Cortina editore 1993; in questo testo Bachelard si propone di mostrare [l'endosmosi abusiva dell'assertorio nell'apodittico e della memoria nella ragione] vale a dire attraverso un metodo di ispirazione psicanalitico analizza le credenze, i costumi sociali, i metodi di affrontare gli eventi per porre una differenza tra ciò che è scientifico e ciò che è solo una credenza popolare. Prendendo in considerazione questo lavoro con i punti delineati poc'anzi direi che Descartes ci fornì gli strumenti di base utili per avviarci ad un lavoro metodologico matematico, e per questo sicuramente scientifico, atto allo studio della conoscenza. Nei brani esposti ci dice che la nostra conoscenza è essenzialmente di due generi: quella rivolta alle cose che esistono e l'altra che è solo del nostro pensiero: il tavolo su cui appoggio il computer per scrivere è sotto il mio controllo visivo e tattile e seppur i sensi mi ingannano, come lui afferma altrove, posso dire che il tavolo esiste come oggetto reale, se poi io lo vedo verde invece è rosso ciò non toglie nulla al fatto che esista. Le verità che esistono solo nel nostro pensiero, quali sono? L'intelletto e la volontà ne sono i principali anche se la volontà è illimitata e possiamo dire anche pericolosa. L'altro punto importante è la sua considerazione riferita alle cose che non appartengono né al solo corpo né alla sola anima ma all'unione tra loro come la collera, la tristezza, l'amore: questa considerazione pone Descartes come un attento osservatore dei comportamenti umani.

Un metodo per ben procedere cosa dovrebbe delineare? Innanzitutto deve tenere presente che esistono due modalità fondamentali del conoscere ma che queste due modalità non sono separate bensì interagiscono tra loro, non sto solo dicendo che corpo e anima sono unite, non direi nulla di nuovo. Sto affermando che proprio perché unite, o meglio in interazione, corpo ed anima creano una modificazione della realtà: interagendo possono modificare la vita dell'individuo e il suo rapporto con gli altri. 
Maria Giovanna Farina

Filo-mela, la torta delle origini


IN CUCINA CON SOCRATE

In principio c'era la mela, la tentazione originaria a cui l'uomo non ha saputo rinunciare. Disubbidendo è caduto nella vita comune, è stato lanciato nel mondo con tutte le conseguenze che conosciamo. Tutto ciò, al di là dell'aspetto religioso, è una metafora della natura umana mai paga di ciò che ha e sempre in ri-cerca del nuovo. Le tentazioni sono all'ordine del giorno e noi siamo sempre in lotta sia con quelle morali sia con quelle di gola. Ogni tanto è bene ritornare alle origini e riflettere su quella mela che nei secoli è diventata il “pomo della discordia”.
Le mie origini nel campo della cucina risalgono all'infanzia quando, a poco più di dieci anni di età, mi cimentai nella preparazione di una torta che, guarda caso, era la torta di mele; alla luce della filosofa che sono diventata, quel dolce originario ha assunto il significato della libertà di mangiare la mela senza incorrere in pericolose punizioni. La filosofia ci aiuta a riflettere sulla nostra vita, sul significato delle nostre azioni e senza buttar via le tradizioni è capace di aiutarci a salvare, per stringere saldamente a noi, il meglio degli insegnamenti ricevuti. La mela è la nostra origine, al di là del peccato ci unisce tutti e allora celebriamo questa comunanza con una ricetta a cui sono molto affezionata che desidero quindi farvi conoscere. E poi “una mela al giorno toglie il medico di torno!”

Ingredienti:

200 gr di farina
75 gr di burro
100 gr di zucchero
2 uova
1 bicchiere di latte o q.b.
2 mele
miele q.b.
1 bustina di lievito chimico per dolci
1 bustina di vanillina
un pizzico di sale
scorza di 1 limone grattugiata

Procedimento:

Lasciate il burro a temperatura ambiente così da poterlo amalgamare con lo zucchero utilizzando un cucchiaio di legno. Quando è una crema potete incorporare la farina, le uova e gli atri ingredienti compreso il lievito sciolto nel latte. Se l'impasto non fosse morbido come una crema, aggiungete un po' di latte. (Questo procedimento è lo stesso della mia prima esperienza: vi sembra poco professionale? Non è un'impressione, ma solo se procediamo in questo modo la torta riesce come mi riuscì tanti anni fa. Morbida e molto appetitosa). Una precisazione, la torta richiede di essere fatta senza supporti meccanici così da poter entrarci in relazione con naturalezza e senza intermediazioni.
Versare l'impasto ottenuto in un uno stampo imburrato e infarinato, dopo averlo livellato adagiatevi sopra le mele a fettine regolandovi sulla quantità a piacimento, potrebbero bastare una mela e mezzo, e spingetele con le dita in modo che affondino leggermente. Dimenticavo, un albume potete montarlo a neve ed incorporarlo delicatamente. Spalmate le mele con un pennello irrorato di miele ed infornate a 180 gradi per una quartina di minuti. Sfornate quando che il colore della torta è di un bel color biscotto. Fate le prova stecchino, ossia infilzatela con uno stuzzicadenti che solo se esce pulito ci comunica la cottura ultimata. Una volta raffreddata, vi suggerisco di spolveratela con zucchero a velo. 

Maria Giovanna Farina

IN CUCINA CON SOCRATE: FRITTATA AL COUS COUS



Frittata al cuscus: integrazione a tavola
Le solite frittate ci sono note, le più gettonate e di antica memoria sono quelle con gli spinaci o le zucchine. Dopo aver mangiato a casa di un filosofo una frittata con gli spaghetti mi è venuta l’idea di provare a cucinarne una col cuscus ed è venuto un piatto davvero gustoso. Basta poco per andare d’accordo con chi è diverso da noi: voglio sperare che basti aggiungere un semplice ingrediente come il cuscus ad una frittata.
Ingredienti per 4 persone:
  • 8 uova
  • 150 gr di cuscus crudo
  • 100 gr di caciotta a dadini o formaggio saporito
  • 80 gr di salame al peperoncino tagliati a dadini molto piccoli
  • Per insaporire: a piacere olive nere, erbe aromatiche, capperi… ognuno secondo gusto e fantasia.
Preparare il cuscus seguendo le istruzioni riportate sulla confezione, incorporarlo alle uova sbattute a cui avete aggiunto tutti gli ingredienti, il sale non serve perché lo avete già messo nel cuscus. Procedere per la cottura come una normale frittata. Per i vegetariani si può sostituire il prosciutto con uvette, pinoli e/o una verdura a scelta: il risultato è ottimo. Chi non volesse friggere, può cuocere in forno a 180 gradi per 30 minuti. Da gustare anche fredda. 

Maria Giovanna Farina


IN CUCINA CON SOCRATE: CARBONARA DELICATA



I carbonari, li ricordate? Erano una società segreta che agiva in clandestinità per la patria nell’Ottocento. Noi oggi siamo più liberi di esprimere i nostri dissensi.
La Filosofia è amore e per questa ragione parlo di cibo che altro non è se non amore per noi stessi e per gli altri. Mangiare in modo equilibrato scegliendo ingredienti genuini, cucinare e condividere il nostro prodotto sviluppa le nostre migliori migliori risorse. Amiamo e amiamoci dunque, anche a tavola!
Questi spaghetti riecheggiano la nota pasta alla carbonara, ma visti gli ingredienti è molto più leggera per il basso contenuto di grassi, per le calorie e il procedimento di cottura: quindi è adatta alla nostra vita frenetica e per pensare… proprio perché non appesantisce la digestione!
Ingredienti (per 4 persone):
  • 350 gr di spaghetti
  • 200 gr di ricotta
  • 3 uova
  • 100 gr prosciutto a pezzetti
  • olio e.v.o.
  • formaggio grattugiato
Cuocete gli spaghetti in abbondante acqua salata, scolate lasciando qualche cucchiaiata di acqua e riponete nella pentola di cottura.
Aggiungete uova e ricotta, mescolate per mantecare a fuoco lento finché l’uovo non è cotto ed ha creato con la ricotta una crema.
Infine aggiungete il prosciutto (quello che avete in casa, io metto il crudo).
Servire con una spolverata di formaggio grattugiato, meglio il pecorino. Se vi piace aggiungete il pepe. E se volete mangiarne di più, aumentate le dosi degli ingredienti! 

Maria Giovanna Farina