Cos'è la simpatia?

immagine tratta da Spamarine


Perché proviamo simpatia per qualcuno? Che cosa ci rende simpatici agli altri? Non c’è nulla di razionale nella simpatia infatti si prova per qualcuno al di là della sua bellezza, bravura, moralità… Essa è qualcosa di diverso dall’amore anche se difficilmente si può provare antipatia per qualcuno che si ama. I filosofi non si sono molto occupati di definire la simpatia, un’analisi esauriente fu condotta dal filosofo tedesco Max Scheler (1874-1928) che fece una netta distinzione tra simpatia e contagio emotivo proprio di un gruppo. Si tratta di quel particolare stato emotivo che vivono ad esempio i fan di un cantante per cui provano la stessa emozione quando lo ascoltano ad un concerto. Questa non è simpatia perché la simpatia è il partecipare ai sentimenti di un’altra persona senza per questo condividerli. La simpatia è comprensione, affettività e magari un certo grado di amicizia senza perdere la propria individualità separata, perciò essa non annulla la diversità tra le persone ma si rivolge all’altro senza rimanere coinvolta nei suoi interessi. La simpatia permette di capire l’altro, di mettersi idealmente nei suoi panni e di scorgere eventualmente i problemi che sono nella sua vita. Con la simpatia si può provare dispiacimento, quando ad esempio un nostro amico perde il lavoro, ci dispiace, lo capiamo e comprendiamo il suo tormento, ma non stiamo male come lui. Concludendo, quando proviamo simpatia per qualcuno è utile approfondire la conoscenza perché la simpatia favorisce un rapporto paritario e di scambio. Alla domanda perché proviamo simpatia per qualcuno possiamo rispondere che chi ci è simpatico, al di là delle sue caratteristiche positive o negative, mette in scena parti di noi a cui siamo affezionati, questa è la ragione per cui è così facile entrare in sintonia e provare simpatia per quella persona. La simpatia è una forza di attrazione che scatta nei confronti di qualcuno, per cui essere se stessi è il modo migliore per essere simpatici. 
Maria Giovanna Farina

L’OMBRA NELLA DIVERSITÀ


Questa visione distorta della diversità, che spaventa e ci fa allontanare.
Ma che cos’è? È peggio di un virus, per la rapidità con cui si insinua nella mente di personalità narcisiste, che dà vita ad episodi di razzismo verso stranieri, portatori di handicap, animali, ma che trova vasto nutrimento anche in fenomeni di bullismo, mobbing, nell’abuso su minori e non, nel femminicidio perpetrato da tempo immemore quando il termine neppure esisteva.
E cosa vedo? Una scia di morte infinita …
Ma come dire “BASTA” e svegliarmi da questo incubo?
Sono stufa di vivere in una realtà in cui il solo colore diverso giustifichi la riduzione ad appestato di lebbra un altro essere umano, da tenere distante se non da eliminare!
Non credo che un corona virus per quanto efferato nella sua massima manifestazione: la pandemia, pur con forte moria di persone e terrore a mille, sia sufficiente a risvegliare le coscienze ad una giusta valutazione di ogni vita umana e al rispetto di tutte le altre forme viventi. Forse nell’immediatezza o subito dopo lo scampato pericolo, ma poi il bisogno di normalità favorirebbe il ripristino della situazione simile alla precedente con qualche miglioria perché, anche se poco corretta, faceva stare bene la classe medio-alta.
Ribadisco: “Non ci credo!” …e non è semplice pessimismo il mio ma realismo osservando il passato: il rispetto del prossimo, il pensare bene, l’educazione alle buone maniere è patrimonio di pochi, cioè di coloro che sono per loro natura di indole sensibile ed altruista, difficilmente mutabile, gli altri non l’avranno mai, al massimo una fragile educazione.
Contestatemi!

Donatella Liguori


Ogni situazione è un'occasione



Lo ha detto all'inizio della Quaresima il nostro Cardinale e ha fatto le valutazioni che il suo ruolo il suo magistero e la Fede suggeriscono. Ma anche laicamente, se ci pensiamo, ogni situazione è sempre un'occasione. Ogni situazione, e sto pensando a questo isolamento cui siamo costretti, è l'occasione per sottolineare le cose che nonostante tutto possono essere positive nella nostra vita. Non tutto è male, non tutto è solo problema. Intanto pensiamo a quanto intensamente ha fatto riscoprire in tutti noi l’orgoglio di sentirsi italiani. Mai come ora ci siamo sentiti tutti uniti, tutti solidali, tutti orgogliosi. Ma prendiamo anche in considerazione l'esempio di una famiglia, questa situazione crea l'occasione per rinforzare i rapporti tra i vari membri che, dopo i primi momenti di scombussolamento, di nervosismo e di incapacità di sopportarsi, abituati come sono a passare il maggior numero di ore fuori casa, adagio adagio tornano ad imparare a convivere di nuovo tra loro, e lo devono fare forse all’inizio un po' per forza, ma coi giorni che passano sempre più con piacere. Non si è più abituati a stare stretti in un unico spazio e magari ora ci si scavalca a vicenda. La pazienza ci vuole di sicuro e soprattutto all’inizio, ma poi, riflettiamo sul fatto che in fondo, tanti o pochi anni fa, ognuno di noi ha scelto l'altro ed è da questa nostra unione che sono nati i figli che ora stanno lavorando al computer nell’altra stanza, o distruggendo la casa con i loro giochi. Ed ora serve stare di nuovo tutti uniti, appassionatamente...mi verrebbe da dire. Pazienza, e  riflessione. Questo può servire a riavvicinare le famiglie. Questa condizione forzata può essere l'occasione per ognuno di noi, anche per chi vive solo, per riscoprire se stesso, o cose che abbiamo abbandonato negli anni. Non è vero che ci siamo sempre lamentati che abbiamo troppo poco tempo nella nostra giornata? E ora che di tempo ne abbiamo in abbondanza, cerchiamo di riscoprire noi stessi, come persona e come individuo che sa stare bene con se stesso. Cerchiamo di recuperare quello che ci piaceva fare, quello che abbiamo disimparato e che forse non facciamo più perché crediamo di essere cambiati. Nelle 24 ore di tempo che abbiamo, perché non riprendere quella sana abitudine di dedicarne un po' alla lettura, alla nostra vecchia passione del cucito o dell’aggiustare quel piccolo elettrodomestico che è accantonato da tempo... Quanto ci divertiva cucinare! Bene, è anche l'ora di mettersi a preparare quella torta o quella pietanza che, ricordiamo ci piaceva tanto, magari coinvolgendo i ragazzi, e pazienza se alla fine di tutto la cucina è un disastro...Occupiamoci di noi, se vogliamo anche in modo frivolo, con una cura per la pelle o un impacco per i capelli, o con un po' di meditazione o di buona musica. Ma non basta; in un momento così difficile oltre che occuparci di noi, del nostro compagno, della nostra famiglia, dei nostri animali o della nostra casa, dobbiamo occuparci anche degli altri. Perché anche occuparsi degli altri fa bene, a loro e a noi. E a chi sta entrando in panico e dice...mi sembra di essere in guerra, beh, ricordiamo che i nostri nonni o genitori, a quell’epoca non avevano forse nemmeno il telefono. Quindi pensiamo a quanto siamo fortunati, rispetto a loro, noi che in questo triste momento, abbiamo tanti mezzi di comunicazione che ci permettono di parlarci, vederci e perfino divertirci, anche a distanza. Ma per tornare a chi ci sta vicino, possiamo fare qualcosa: una telefonata che continuiamo a rimandare a chi sappiamo che è solo, una fetta di torta a quella signora che abita alla porta accanto... la giornata sarà più leggera per tutti. Si ha bisogno di sorridere, di sorriderci e i modi per farlo sono molti. Infine io credo che dobbiamo occuparci anche di tutti gli altri, quelli che conosciamo e quelli che non conosciamo. Sembrerà assurdo ma possiamo fare qualcosa per i nostri concittadini, ma anche per gli italiani tutti, gli europei e il mondo intero. 
Dobbiamo restare a casa per evitare il contagio e dare una mano anche a tutte quelle persone che a casa non possono rimanere perché il loro lavoro è in trincea, negli ospedali, nelle sale di rianimazione. Restiamo a casa, per noi, ma anche per loro.
Giuliana Pedroli

Milano e la speranza

Piazza Duomo, foto di Ivano Grammatica, marzo 2020
In questi momenti di momentanea sospensione delle relazioni tradizionali, abbiamo tutti bisogno di speranza e non solo di regole certe per evitare il contagio. Come sempre l'arte sa esserci d'aiuto soprattutto quella visuale capace di attrarre la nostra attenzione. La fotografia di Ivano Grammatica parla al nostro cuore, al nostro amino ferito, sopratutto credo sia in grado di farlo ai milanesi che nel Duomo vedono la loro identità al di là del credo religioso. El Dom de Milan, come lo udivamo nominare da un milanese che è in via di estinzione, ci rappresenta anche fuori dalla città, è un simbolo di unione, di arte sublime, di religiosità alta, di uno sguardo benefico sulla metropoli.
Questa fotografia deve diventare il simbolo della ri-nascita della nostra milanesità, ma anche, e soprattutto, della italianità ferita: la vita quotidiana riprenderà forte e fiera. L'occhio del fotografo ha catturato l'attimo del nuovo che giungerà, i piccioni in gruppo sembrano, nel loro essere vivi e pasciuti, attendere che piazza Duomo tornerà a riempirsi, osservano il Duomo certi che i turisti occuperanno nuovamente lo spazio vuoto per sbriciolare, per perdere pezzetti di focacce e panini o per lanciare, in barba alle regole. qualche mollica di pane.
Il Duomo è paziente, attende e ci ricorda la nostra storia.

Maria Giovanna Farina


Quando la vita è Purgatorio


Il Purgatorio, luogo intermedio e di passaggio tra i due “regni del non ritorno”, come si inserisce nella nostra vita al di là del significato religioso? Quando siamo in una situazione di sofferenza interiore perché ci è accaduto qualcosa di molto spiacevole e questa situazione sembra durare troppo siamo portati a dire: “Perché è toccata a me, cosa ho fatto di male per meritarmela?” Se analizziamo questa domanda ci rendiamo conto che accanto al male che ci assale c’è spesso l’idea che potremmo aver fatto qualcosa per meritarlo, che è la punizione per qualcosa che abbiamo commesso. Questa idea affonda le radici nella notte dei tempi quando il genere umano cercava di ingraziarsi il favore degli dei per paura degli eventi pericolosi di cui non sapeva darsi una spiegazione. Si può definire purgatorio una sofferenza temporanea in attesa del ritorno ad una condizione di vita serena. Il guaio è che in certi casi la condizione di purgatorio diventa permanente e lo stato di prostrazione che ne deriva amareggia la nostra vita. E’ il caso di quando viviamo situazioni che non ci piacciono e non riusciamo a far nulla per uscirne. E’ questa una tipica situazione ciò che ci hanno insegnato fa a pugni con i nostri desideri! Vi faccio l’esempio, estremo e purtroppo comune, di quando una donna subisce violenza tra le mura domestiche e non fa nulla per denunciare le percosse che la umiliano. In certi casi si giunge alla situazione in cui la vittima nel suo tormentato disagio esistenziale arriva alla convinzione di essere colpevole e di conseguenza di meritarsi le botte del marito violento fino a convincersi che: “Ecco se stavo zitta non si arrabbiava…”. Il primo passo per uscire da questa prigione è attaccarsi con forza all’idea che noi umani per sfidarci abbiamo le parole, mentre ogni violenza non è giustificabile. Mai. Il secondo passo è cercare in noi una parte anche piccola da amare, aggrapparsi a questa ci aiuta far ri-crescere la confederazione di sé andata perduta nelle sottomissioni in cui abbiamo vissuto per un brutto periodo. In casi meno gravi, lo stesso meccanismo scatta quando un membro della coppia colloca l’altro in perenne condizione di colpa: “A causa tua ho perso un affare d’oro…”. Far sentire in colpa l’altro conduce al bisogno interiore di espiare e quindi: purgatorio. 
Maria Giovanna Farina

Le false aspettative


Chi di noi non si è mai fatto delle aspettative? Penso che nessuno ne sia esente. Aspettarsi qualcosa da qualcuno è umano, ma quando una speranza viene dimenticata allora iniziano le complicazioni, più o meno grandi. Aspettativa, come dice la parola, significa aspettare, attendere qualcosa da qualcuno. I genitori si aspettano risultati dai figli, i figli dai genitori, il capo dai sottoposti, gli elettori dagli eletti... Tutto fila liscio finché non ci sono differenze tra ciò che ci si aspetta e quello che ci arriva; a volte lasciamo intendere all’altro cose che sappiamo bene non corrispondere al vero, ma ci fa comodo vengano credute, magari anche solo per poco tempo. Forse solo per stare tranquilli. Dall’altra parte, chi riceve il messaggio inizia a fare ipotesi che essendo fondate su false basi finiranno per creare false illusioni. C’è poi la possibilità in cui siano gli altri a convincerci che abbiamo caratteristiche e/o capacità che non ci appartengono attribuendoci una falsa veste. È questo il caso in cui a tutti i costi dobbiamo essere dei bravi “bambini” anche a discapito dei nostri interessi personali più intimi, solo perché qualcuno ha deciso così. Prendiamo il caso in cui i nostri superiori, lusingandoci, esigono da noi più di quando possiamo dare per poi farci sentire in colpa per aver disatteso le aspettative. Ora, è possibile che non sempre vi siano cattive intenzioni nella comunicazione e che sia l’altro a voler credere contro ogni evidenza ciò che più fa piacere. Noi, però, se siamo consapevoli che può accadere e se vogliamo non creare aspettative disattese, dobbiamo prevenirle parlando molto chiaramente, anche a costo di perdere carisma. A volte gli eventi prendono una piega diversa da quella che vorremmo e in certi casi è molto difficile correggerla senza apparire impopolari. Ad esempio: una persona a noi molto cara ha capito erroneamente che riceverà in regalo qualcosa che non possiamo permetterci, sarà dura dirle che ha frainteso, soprattutto se vediamo lo stato di felicità che le ha provocato il fraintendimento, ma ricordiamoci che sarà ancora più dura tradire questa attesa. Quindi facciamoci coraggio al momento giusto ricordandoci che è sempre meglio prevenire che curare. E allora un bel “Tesoro, hai capito male non posso regalarti....” è la soluzione migliore.
Maria Giovanna Farina

Cos'è la fortuna


Ci definiamo fortunati o sfortunati a seconda degli esiti delle nostre vicende quotidiane, ma questo modo di valutare i risultati può a volte trasformarsi in qualcosa che blocca il nostro cammino. È stato Aristotele ad analizzare per primo la fortuna sostenendo che si può parlare di caso fortuito solo quando ciò che accade potrebbe essere frutto di una scelta, ma non lo è. In che senso? Ad esempio incontro qualcuno che mi deve dei soldi: potevo andare da lui e chiederli, ma non lo ho fatto. In questo caso ho avuto fortuna, il caso me lo ha fatto incontrare. Nella vita possiamo trovarci per caso al posto giusto e ciò può significare nuove prospettive di lavoro, un nuovo amore e in generale nuovi orizzonti. Stiamo parlando di fortuna come caso e non di fortuna come destino, ma allora esiste la fortuna? Sì, se noi la cerchiamo con ordine, criterio e buona volontà. Non dobbiamo cioè dimenticare le nostre capacità e all’occasione propizia sapremo riconoscerla e sfruttarla se non ci abbandoneremo alla cieca ricerca di una fortuna qualsiasi. Naturalmente la fortuna non può far tutto da sola:
1) se abbiamo incontrato la persona che fa per noi non continuiamo a lamentarci per piccole inezie, nessuno è perfetto cerchiamo di guardare la persona nel suo insieme
2) se siamo guariti perfettamente da una malattia seria, riteniamoci fortunati e stiamo più attenti ad aver cura della buona salute
3) se abbiamo ereditato del denaro non sciupiamolo perché questo è voltar le spalle alla fortuna che non esiste come entità reale, ma esiste come buona occasione che prima o poi capita a tutti
Spesso le nostre lamentele nascono dal mancato impegno nella ricerca e nel riconoscimento della buona occasione che un po’ scaramanticamente chiamiamo fortuna. 
Maria Giovanna Farina

Attento con chi parli


A volte ci si lamenta della mancanza di riservatezza da parte degli altri, non facciamo in tempo a confidare un piccolo segreto che già ha fatto il giro del quartiere. Spesso la causa di questo spiacevole inconveniente siamo noi stessi: ci fidiamo troppo dell’altrui discrezione. Come evitare di cadere in questa trabocchetto? Innanzi tutto prima di fidarsi di qualcuno è saggio prendere le giuste precauzioni magari con uno stratagemma: sottoponiamo il nostro confidente ad un esame di fiducia raccontandogli un fatto interessante ma completamente falso e stiamo a vedere. Se col passare del tempo questo argomento non è stato diffuso significa che il nostro interlocutore ha buone possibilità di essere un tipo discreto. Al di là delle indagini, non dobbiamo mai scordare la natura dell’essere umano che è quella di essere un raccontatore di storie e quando non ne ha di personali usa quelle degli altri. E poi alcune notizie sono più suggestive delle altre ed il bisogno di raccontare si unisce a quello di primeggiare: sono il primo ad aver appreso che tizio ha bruciato il patrimonio in borsa e l’andarlo a riferire mi eleva come se fossi il detentore di uno scoop giornalistico. Inoltre il “mors tua vita mea”, che fa parte da sempre della nostra parte più nascosta, mi permette di screditare un mio simile attraverso notizie che disonorano e di avere un rivale in meno nella quotidianità. Il “mors tua vita mea” va preso in considerazione in questo caso in modo di simbolico, parliamo di reputazione, e non come una eliminazione fisica di un mio concorrente. Un’altra caratteristica dell’essere umano è quella di colorire il racconto con l’aggiunta di nuovi particolari che vanno ad ingigantire la notizia. Concludiamo ricordando che la comunicazione orale si presta alla distorsione già di per sé e possiamo dimostrarlo con un semplice giochino, quello del passa parola, da fare in compagnia. Ricordate il gioco del telefono senza fili? L’ultimo a ricevere la comunicazione dice cosa gli è arrivato: il più delle volte sarà una parola che non c’entra nulla con quella iniziale. Se poi aggiungiamo ed interpretiamo la comunicazione, figuriamoci cosa salta fuori! 
Maria Giovanna Farina

Non siamo soli, ci sono anche gli altri



Non siamo soli, ci sono anche gli altri” è una frase che fa bella mostra di sé nel mio studio. Dice un’ovvietà ma solo ad un prima lettura, a quella più evidente, riflettendo invece sul suo significato più profondo possiamo considerare questa affermazione la regola numero uno del vivere in mezzo agli altri rispettando i loro spazi, ma anche per essere rispettati a nostra volta.
Facciamo qualche esempio. Sono le due di notte e qualcuno sta schiamazzando sulle scale del nostro condominio: si sta congedando dagli amici e, si sa, quando si è allegri il tono della voce è più difficile da controllare. Ma noi stavamo dormendo, mannaggia! Come far notare agli altri che ci stanno mancando di rispetto? Ecco come difenderci con un esempio più comune. Siamo al supermercato e la persona davanti a noi sta pagando i suoi acquisti con una certa calma e, incurante della nostra presenza, cerca con tutta comodità la sua card che a volte non funziona, oppure si attarda a riporre i soldi e poi, magari, dà una controllata al conto: intanto i nostri acquisti si accatastano sul banco della cassa. Tutto questo mentre noi non possiamo riporli nel sacchetto, ma il nostro “amico della spesa” non pensa di lasciarci passare, no, nemmeno gli frulla per la testa e rimane lì inchiodato in mezzo al passaggio. L’attesa ci innervosisce e così il momento degli acquisti, che potrebbe anche essere una piacevole parentesi, si trasforma in un tormento. L’innervosirsi senza poter risolvere la questione può provocare esplosioni di collera: “Ma allora ti togli dalle scatole” è la frase che più o meno potrebbe pronunciare chi si trova in una simile situazione, frase che suona come offensiva e fa passare dalla parte del torto chi ha ragione. Se invece con calma, ponendoci da filosofi, pronunciamo: “Non siamo soli, ci sono anche gli altri”, in questo caso non saremo noi ad innervosirci ma, forse, sarà l’altro a provare il disagio di chi si sente colto in fallo. C’è la possibilità che il nostro interlocutore reagisca maleducatamente perché abbiamo sottolineato il suo comportamento errato e non accetti di essere ripreso, allora non ci resta che rallegrarci con noi stessi per aver innervosito chi ci aveva procurato la stessa sgradevole sensazione. 

Maria Giovanna Farina

Quando la festa finisce


Quando finisce la festa, quando cala il sipario sul palcoscenico o quando salutiamo una persona a cui siamo affezionati perché sono terminate le vacanze ed ognuno torna alle proprie occupazioni, allora spesso proviamo una sensazione poco piacevole che comunemente si definisce tristezza. Si parla di forme depressive post-vacanze, spesso ancor prima che siano terminate si è spinti a preoccuparsi dei chili di troppo del dopo panettone: smettiamola di considerare la cosa da questo unico punto di vista. Vivere una situazione piacevole come stare in compagnia e concedersi gratificazioni alimentari non può e non deve diventare un ulteriore problema. L’essere umano è un contenitore da riempire di amore, condivisione, ma anche di cose molto più concrete come il cibo e il sesso. Al di là dei casi esagerati al limite del patologico, tutto ciò che colma i nostri vuoti è utile per renderci la vita migliore e non per farci troppi problemi subito dopo. Se una vacanza, una festa o uno spettacolo ci lasciano un perdurante senso di malinconia, significa che c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo iniziare a preoccuparci: forse non ci siamo divertiti e abbiamo partecipato per abitudine o convenienza. Forse la situazione piacevole ha stimolato la nascita della consapevolezza di certe nostre mancanze e, avendole viste nella loro crudezza, ora stiamo male per l’impossibilità di trovare una via d’uscita immediata. Tutto scorre, diceva il filosofo Eraclito secondo gli antichi, tutto passa e le cose piacevoli torneranno ed è proprio questa caratteristica a farci apprezzare i momenti di festa: se fosse tutti giorni Natale o il momento per una crociera non potremmo apprezzare nulla con intensità. 
Maria Giovanna Farina



Il "potere" della bellezza


Specchio delle mie brame che è la più bella del reame?” “Sei tu mia regina!” Al di là della fiaba che tutti conosciamo questo breve dialogo di Grimilde con se stessa ci indica il potere della bellezza e la lotta per mantenere il primato. Una lotta culturale che ci viene somministrata con le fiabe insieme al latte, fin dall'infanzia: non c'è da stupirci se poi dall'adolescenza e, ahimè a volte ancor prima, entriamo nella spirale trituratrice di una bellezza agognata e bramata più di ogni altra cosa. Fermiamoci a riflettere un attimo: d'accordo la bellezza sfonda molte porte, ma non possiamo concentrarci solo su questo soprattutto se non siamo delle bellone. Devo per forza dirvi che essere belle non è tutto, che la bellezza è soggettiva ed effimera, che non esistono canoni prestabiliti a tavolino...ma questo apparentemente non sembra vero e le giovani donne che si affacciano alla vita devono fare i conti con tutto ciò. Allora vi racconto una storia, una storia vera e non quella di Biancaneve. C'era una volta una ragazza che nell'adolescenza si innamora di un bellissimo ragazzo, lui naturalmente più grande e bellissimo non la nota nemmeno e le sue accompagnatrici sono, tanto per fare il quadro completo, solo delle Barbie viventi. Lei soffre, poi si rassegna e pensa che mai potrà destare in lui il minimo interesse, ma tutto cambia quando pur non essendo diventata bella lo conquista. Come ha fatto? Ha valorizzato se stessa e, acquisendo fiducia nelle proprie risorse, ha imparato che ogni donna deve prima lavorare per far emergere la propria personale bellezza attraverso trucco e abbigliamento, poi, soprattutto, non fermarsi solo sulle misure e sul nasino: può se-durre con l'intelligenza. Naturalmente se ha voglia di usarla. 
Maria Giovanna Farina

Il nuovo anno


Il nuovo anno porta con sé un desiderio di rinascita. L'abitudine, troppo spesso esagerata e pericolosa, di salutare il nuovo anno abbandonando il vecchio con fuochi e petardi indica il voler guardare al futuro lasciando il passato. Dal nuovo anno ci aspettiamo in generale qualcosa di meglio, che la nostra vita prenda finalmente la piega che stiamo aspettando da molto...ma botti e grandi abbuffate rischiano di vanificare tutto. Con ciò non sto affermando di eliminare le feste con gli amici, giammai! Ma solo di non perdere di vista l'aspetto più interiore del nuovo che ci attende e del nostro riporre fiducia in quelle presunte e speranzose occasioni che ci capiteranno. È anche vero che all'ultimo dell'anno ci si vuole liberare di quelle cose che ci hanno appesantito la vita: per tutti questi aspetti il nuovo anno può diventare un'opportunità interessante, ma in certi casi il nuovo può farci paura. La crisi economica che fa sentire la sua coda, le previsioni di nuove difficoltà e le sensazioni negative che accompagnano tutto ciò possono crearci sfiducia nel futuro e allora, senza eliminare la tradizione, non limitiamoci ad esempio a mangiar lenticchie per il loro significato popolare del portare guadagni, ma mangiamole pensando a quanto fanno bene (contengono sali minerali, vitamine, pochissimi grassi e proteine), creano allegria se accompagnate da un buon bicchiere di spumante e qualche stella filante sul lampadario del salotto: il tutto in compagnia del vostro compagno, marito, fidanzato, un'amica sincera... tanti amici o chi volete. Così ci prepariamo per il nuovo anno liberandoci anche dai luoghi comuni e quindi più propensi a cogliere le occasioni nuove.
Buon 2020 a tutti e che sia l'anno della rinascita per ognuno! 
Maria Giovanna Farina

Un regalo inaspettato


Capita di ricevere regali inaspettati, nel periodo natalizio è più facile, e di trovarsi nella situazione di non poterli ricambiare. Cosa fare in casi come questi?
A volte si ricorre al riciclo di qualche oggetto con l'inconveniente di fare brutta figura, spesso ciò che ricicliamo è qualcosa che ci è poco gradito e se non è di nostro gusto è possibile che non lo sia anche per l'altro; in questo caso è meglio abbandonare il proposito per non correre il rischio che il nostro comportamento possa essere percepito anche al di là dell'evidenza.
In ogni caso il riciclo è qualcosa da attuare con molta attenzione: dobbiamo essere sicuri di andare incontro ai gusti di chi lo riceve. Una bottiglia di buon vino è un ottimo regalo, ma perde ogni valore se chi lo riceve è astemio. Quindi, se il regalo ci giunge inaspettato, non entriamo in allarme esternando il disappunto per non averci pensato prima, ma godiamoci quel momento e con uno slancio di altruismo pensiamo che l'altro ci sta facendo un dono, sta donandoci qualcosa di sé.
Ricordiamoci che quando doniamo, qualcosa di noi si fa dono, il vero regalo è qualcosa che ci rappresenta trasmettendo emozioni e sentimenti.
Un regalo affrettato e impersonale può al contrario rappresentare le nostre parti meno nobili, perché esternarle così palesemente?
Di conseguenza quando riceviamo un dono da qualcuno dal quale non ce lo aspettiamo possiamo ben comprendere che solo cercando di metterci nei suoi panni eviteremo di farlo rimanere male, sì, perché si rimane male quando ad un atto di generosità si risponde pensando solo a se stessi.
Non preoccupiamoci di non avere nulla da dare in cambio: in un'altra occasione, che non deve essere necessariamente per Natale, potremmo ricambiare in modo spontaneo. E allora sarà molto soddisfacente per tutti.

Maria Giovanna Farina


IN CUCINA CON SOCRATE: TROVARE SE STESSI… IN CUCINA



Cucinare con filosofia è possibile se diamo a quest’arte il compito di liberare noi stessi attraverso la fantasia del mettere insieme vari elementi. Tornando a casa la sera apriamo il frigorifero e…un ciuffo di insalata, un mucchietto di piselli o altro che riteniamo adatto. Versiamo il tutto nell'acqua della pasta che sta per bollire. Nel frattempo tagliamo a dadini un pomodoro maturo e qualche pezzetto di formaggio (mozzarella o formaggio leggero che abbiamo in casa). Quando la pasta è cotta, scoliamola e uniamo il pomodoro e il formaggio (si possono aggiungere gamberetti, o vongole o… fantasia e se siete vegetariani i fagioli di soia). Mescoliamo velocemente e condiamo con olio extravergine e un po’ di erba cipollina. Peperoncino ed aglio se graditi: ognuno può aggiungere aromi o ingredienti a seconda della propria ispirazione. Spolverare con formaggio grattugiato se vi piace l’idea. Questo è il metodo, la ricerca degli ingredienti è, e deve essere, personale. Se si entra in cucina con Socrate, io l’ho fatto e lo continuo a fare da tempi remoti, si acquisisce un metodo per trovare anche qui se stessi. Il piatto sarà l’espressione più intima, vera, meravigliosa di noi. Una specialità culinaria da gustare prima in solitudine, gli esperimenti si fanno sempre da soli, e poi da condividere con chi amiamo. Piatto dopo piatto, giorno dopo giorno, entrare in cucina diverrà una gioia anche per chi crede di essere incapace. 

Maria Giovanna Farina

Lo sbadiglio selvaggio


Tutti i vertebrati sbadigliano, dai pesci all'uomo. Non entrerò in aspetti psicologici, sappiamo quanto sbadigliare sia contagioso, e neppure in quelli medici, resta il fatto che sbadigliare è un'abitudine, una comunicazione, un modo di dire che siamo annoiati, non abbiamo digerito, abbiamo sonno e tanto altro che gli scienziati scopriranno.
Personalmente sono colpita dallo sbadiglio selvaggio, quello di quando sei difronte allo “sbadigliatore” e riesci a vedere le tonsille e tutte le capsule che il dentista gli ha messo nel corso degli anni. Questo soggetto non si crea problemi sia che si trovi in metropolitana, in ascensore o al supermercato: l'istinto parte, lo sbadiglio è un riflesso non controllabile, ma ti accorgi quando ti viene su per la gola. Mentre sto scrivendo sono così immersa nell'argomento che non riesco a smettere di sbadigliare e devo continuamente interrompere la scrittura per obbedire all'interdizione. Un tempo, ricordo dall'infanzia, ci avevano insegnato a mettere la manina davanti la bocca perché non sta bene spalancare le fauci in pubblico con tutti lì ad osservarti. Il leone, il gatto, il cane e lo scimpanzé se lo possono permettere ma noi umani no. Purtroppo oggi se lo sono dimenticato in tanti e per questo ho una fornita casistica delle cavità orali umane. Attualmente va di moda lo sbadiglio selvaggio e come tutte le mode dovrebbe passare e andare oltre. Speriamo!

Maria Giovanna Farina

Il Natale della concordia a tavola



Il Natale è per tutti la festa della concordia, ci si dovrebbe amare gli uni con gli altri per festeggiare questa ricorrenza che coinvolge credenti e non, ma come sappiamo non è sempre così. Durante il banchetto con i parenti possono emergere vecchi rancori e nuovi dissapori e per non lasciarsi assalire dalla preoccupazione c'è qualcosa da fare per allontanare alla radice l’eventualità. A parte i soliti suggerimenti come non far sedere vicini a tavola due partecipanti in disaccordo o fare in modo che non si torni su certi argomenti, io propongo di partire dal menù. È sempre più possibile che al nostro banchetto siedano carnivori e vegetariani: il problema di cosa cucinare diventa allora di primaria importanza. Cimentandovi con la ricetta che vi propongo, e che riproporrò quest'anno ai miei commensali, create la pace tra opinioni divergenti. Lasagne vegetariane che sembrano cucinate con il ragù di carne, naturalmente i vegetariani vanno avvertiti in anticipo! A pranzo ultimato svelerete il vostro segreto e nessuno ci crederà. Soprattutto avrete messo in pratica il filosofo che c'è in voi anche a Natale con un piatto che diventa simbolo della fratellanza. Facendo prevalere l'Amicizia sull'Inimicizia, vi sarete rifatti al filosofo Empedocle vissuto nel V sec. a. C. anche se al banchetto Natalizio non si è mai potuto sedere per ovvi motivi storici. Buon Natale e buon appetito!
 INGREDIENTI
Procedere come una normale pasta al forno: per 4 persone
Foglietti di pasta fresca
Besciamella (o mozzarella a dadini)
Parmigiano grattugiato
Ragù di soja (bocconcini di soja disidratata g. 100 x 4 persone)
PER IL RAGÙ :
soffriggere la cipolla con un cucchiaio di olio e una noce di burro, unire la soja precedentemente bollita per 15 minuti in brodo vegetale e poi asciugata e tritata. Fare rosolare il composto e aggiungere vino bianco q.b. lasciare evaporare e procedere con la salsa o i pomodori pelati. Coprite con del brodo vegetale ottenuto con la bollitura della soja, aggiungere una grattatina di noce moscata. Lasciate cuocere a fuoco molto lento per due ore. Se fosse troppo asciutto aggiungere un poco di brodo.
PER LA PASTA:
se si fa in casa procedere con le ricette tradizionali oppure usare quella già pronta dopo averla scottata due minuti in acqua bollente. Scolarla e asciugarla su un canovaccio.

Quando il ragù sarà pronto procedete a strati alternando pasta, besciamella, ragù e una spolverata di parmigiano grattugiato. Sull’ultimo strato, quello di copertura, distribuire un po’ di ragù e una spolverata di parmigiano: eventualmente qualche fiocco di burro per renderla ancora morbida. Fate cuocere la pasta coperta dalla stagnola per i primi trenta minuti e i rimanenti quindici scoprendola.
 Maria Giovanna Farina

Intervista a Marinella Gagliardi


Burrasca per tre, storia d’amore e thriller, è ambientato ai nostri giorni in un piccolo incantevole borgo ligure. La protagonista è Emma, una scrittrice in cerca di tranquillità, e di una casa editrice che pubblichi il suo ultimo romanzo, l’avventura di suo nonno, un ragazzo del ’99, nella prima guerra mondiale. Emma, dopo un momento idilliaco, per un nuovo, inaspettato amore, si trova coinvolta in eventi del tutto imprevisti... un romanzo quello di Marinella che lascia con il fiato sospeso e che si legge con entusiasmo, felici di proseguire la lettura. Ma per saperne di più ho posto qualche domanda all'autrice.





Nel tuo ultimo romanzo “Burrasca per tre” (Ed. Golem) mescoli amore e thriller, come stanno insieme questi due aspetti?
Questi due aspetti coesistono nel senso che, dopo una prima fase di innamoramento, la vicenda si tinge di giallo: Emma, la protagonista, una scrittrice, è coinvolta casualmente in una serie di eventi tumultuosi e ricchi di suspense. Avrebbe voluto vivere tranquillamente e in isolamento nella sua nuova abitazione sul mare, la casa che ha appena ha ereditato in un pittoresco borgo ligure, e invece la sorte gioca con lei coinvolgendola in situazioni del tutto inattese . 
Burrasca una parola che riporta al mare, elemento da te molto amato, ma allo stesso tempo alla nostra interiorità. Coesistono nel libro queste due burrasche?
Si, questa è un'altra caratteristica del romanzo ma vediamo anche la terza burrasca, vissuta da Nino. È vero, il mare è molto amato da me ma questa volta non lo racconto io in prima persona tramite le mie avventure: in questo romanzo, come suggerisci tu, la burrasca deve essere intesa sia in senso reale che in senso metaforico, infatti una forte mareggiata si abbatte sul borgo nel quale vive Emma, che già deve affrontare un momento interiormente burrascoso. Lo stesso vale per Dali, il protagonista maschile, personaggio misterioso, del quale Emma si innamora: un uomo  affascinante e sfuggente. 
C'è da tener presente che nel corso della narrazione gioca molto l'effetto sorpresa e quindi a volte i fatti sono ben diversi da come sembra che siano. 
La terza burrasca è vissuta da Nino, nonno di Emma, che l'ha cresciuta: la protagonista ha raccontato in un romanzo la rocambolesca avventura di Nino negli ultimi due anni della Prima Guerra Mondiale, e attende con ansia che la contatti una casa editrice per pubblicarglielo. La storia è reale in quanto si tratta del diario che mi ha lasciato scritto mio padre a proposito della sua avventura al fronte, sui monti, come ragazzo del 99: questo libro si presenta quindi come un romanzo nel romanzo, in quanto ogni tanto si inseriscono brani della storia scritta da Emma. E non mancano anche toni autobiografici, sono infatti messe in luce le ansie e le preoccupazioni che agitano gli autori una volta che hanno terminato un'opera e sono in attesa di un editore. 
I diari del nonno di Emma, la protagonista, esistono o sono pura invenzione letteraria?
Ho riportato parola per parola quanto ha scritto mio padre in un fascicolo dal titolo 'Le avventure di un ragazzo del 99': gli avevo promesso che prima o poi avrei raccontato la sua storia che ritenevo  affascinante, e ho mantenuto la mia promessa. È stato estremamente emozionante scrivere sulla scorta delle sue parole che erano lì accanto a me durante la stesura del romanzo come se ci fosse stato ancora lui a dettarmele una per una. Spero di essere riuscita a trasmettere l'emozione che ho provato! Ma prima di tutto quelle provate da quel ragazzo diciottenne mandato allo sbaraglio al fronte! 
Quanto è importante tenere un diario?
Il diario è la memoria storica di una persona... quanti momenti, dati importanti, situazioni ci sfuggono e si dimenticano, dunque fissiamoli, pronti a recuperarli quanto ci servono o ci interessa di rispolverarli. 
Il tuo romanzo contiene tanti ingredienti davvero accattivanti, al di là di ciò perché dovremmo leggerlo?
Per emozionarsi con vicende, anche reali, ricche di suspense e di colpi di scena.


con l'editore al Book Pride di Genova


Torta dell'amore in versione vegan



Vi propongo la mia torta "Dimmi che mi ami" in versione vegana per omaggiare i filosofi che hanno seguito una dieta vegetale. Sinceramente non ce la farei a nutrirmi solo di vegetali escludendo uova, formaggio e derivati animali dalla mia dieta, ma ammiro profondamente chi rispetta la vita animale e lotta, come faccio anche io, per evitare loro un dolore inutile, soprattutto negli allevamenti intensivi. Eraclito fu un filosofo, vissuto cinque secoli prima di Cristo, vegano, ma possiamo ricordare anche il noto Pitagora che era vegetariano. 


Ingredienti per la pasta

250g di farina tipo 00
80 g di zucchero
70 g di acqua
70 g di olio di semi
mezzo cucchiano di lievito per dolci
vaniglia in polvere una bustina
un pizzico di sale

Ingredienti per la pasta frolla tradizionale


200 g di farina
100 g di burro
100 g di zucchero
1 uovo intero e un tuorlo
un pizzico di sale

Ripieno

una tavoletta di cioccolato fondente a pezzetti
½ scatoletta di cacao amaro
100 di zucchero a velo
100 g di arancia candita
100 g di mandorle tritate grossolanamente
succo spremuto d'arancia, o rum, qb


Procedimento:

Unire l'acqua allo zucchero e mescolare senza sciogliere, aggiungere l'olio e mescolare tanto da creare una emulsione. Aggiungere la farina a cui era stato inserito lievito, sale e vaniglia e mescolare fino a creare una palla morbida. Mettetela in una terrina coperta da pellicola e riponetela in frigorifero per 4 ore, si deve rassodare.
Ora è la volta del ripieno che è identico nelle due versioni.
mescolare insieme tutti gli ingredienti e creare un impasto morbido senza preoccuparvi della consistenza tanto deve cuocere!
Dividere la pasta in due parti, una un po' più grande; la parte più grossa appoggiatela in uno stampo per dolci in-aderente allargandola con le mani fino a formare un disco con i bordi alzati così che si formi in una sorta di contenitore. Ora inserite il ripieno e stendetelo con cura, poi prendete l'altra pasta e tiratela abbastanza sottile con il mattarello. E' arrivato il momento più difficile, prendete fra le mani la pasta e coprite la torta unendo i bordi dei due strati di pasta aiutandovi con le dita. Non preoccupatevi se il disco di copertura si rompe perché durante la cottura il ripieno uscendo crea una decorazione simpatica. Per ogni dubbio contattatemi all'indirizzo che trovate nel blog.
Buona torta a tutti e che l'amore in tutte le sue forme possa trionfare!

Maria Giovanna Farina




“Flashback” di Giusy Grasso










Ho sentito la vita

sfuggirmi dalle dita,

smarrimento e dolore

nel lasciare quella vita e il

mio sentire inquinato

dal timore di scoprire

di quel morire insensato

per mano del mio amato.


#noallaviolenzasulledonne

La consulenza filosofica, una pratica che viene da lontano


La consulenza filosofica è raccontata in Ho messo le ali, 2013 (seconda edizione 2018) e ne La libertà di scegliere 2017, Rupe Mutevole edizioni.
In quale luogo l’uomo si esprime? Con chi e come lo fa? Sono gli interrogativi base per comprendere la comunicazione umana e non sentirsi estranei nella relazione con gli altri. Lo studio e l’analisi dell’uomo viene da lontano ancor più di quanto si possa immaginare, noi partiamo dai Greci solo perché ci rappresentano culturalmente: sono gli antenati della nostra civiltà.
Zoon logon echon è la locuzione con cui il filosofo Aristotele nella Politica definisce l’uomo, animale unico e diverso dagli altri perché dotato di parola: il vivente che ha la parola. L’uomo è anche “politikon”, cioè un animale politico, fatto per stare insieme agli altri e per risolvere le sue questioni discutendo nell’agorà. Ancor prima, nella lettura dei dialoghi di Platone si incontra Socrate, il primo filosofo della storia occidentale dedito allo studio dell’anima umana. Da lì prende le mosse l’analisi della comunicazione e lo studio dell’interiorità con la tecnica del dialogo. Non un dialogo qualunque, ma uno improntato ad affrontare le idee della mente e a comprenderne la natura: personale o frutto di un indottrinamento culturale? Socrate si adopera tutta la vita per liberare le menti dagli stereotipi, dai luoghi comuni che ci potiamo dietro come una zavorra impedendo alla nostra anima di librarsi leggera nelle alte sfere, là dove non c’è posto per idee false. Passeranno parecchi secoli prima che Freud codificasse la tua teoria psicoanalitica scoprendo l’inconscio, la sua teoria trova terreno fertile per nascere grazie al frutto del lavoro del pensiero umano di tanti secoli. Gli spunti che si è trovato tra le mani sono tanti. Pensiamo al filosofo e storico Hippolyte Taine (1828-1893) che per primo parlò di rimozione, quel particolare stato dell’inconscio in grado di mettere da parte i contenuti inaccettabili della coscienza, le esperienze che è meglio dimenticare ma che dimenticandole, come teorizzò lo psicoanalista viennese, creano sintomi. Taine lo fece nel suo libro Le origini della Francia contemporanea ed. Adelphi sostenendo a proposito degli istinti che “Essi esistono sempre, anche in tempi normali; non li notiamo perché sono rimossi, ma non per questo meno attivi ed efficaci, anzi indistruttibili…”
In Totem e tabù Freud parla di repressione degli istinti e nel saggio Disagio della civiltà argomenta come la repressione sia ad opera della civilizzazione. Qui si incontrano altri spunti filosofici interessanti, come il celebre motto homo homini lupus risalente al commediografo latino Plauto morto nel II sec. a. C., riferimento poi ripreso dal filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) per affermare che l’uomo si lega all’altro non per amore ma per il timore reciproco. Proprio nel Disagio Freud parla della civiltà come il prezzo da pagare per essere più sicuri e protetti, il prezzo sarebbe la repressioni degli istinti.
Lo stesso studio dei sogni risale a molti secoli prima a partire dagli antichi Egizi e dai Greci che ne fecero con Platone e Aristotele un oggetto più scientifico.
Ho fatto alcuni esempi che hanno colpito il mio interesse per mettere in evidenza come ogni teoria abbia un retroterra culturale di esperienze e di pensieri di altri uomini: nessuno crea qualcosa dal nulla, nel caso di Freud c’è stata la genialità di mettere insieme e guardare avanti per applicare la conoscenza alla cura.
Il dopo Freud ha dato origine ad un dibattito che non si è mai spento, le critiche sono innumerevoli e non sempre costruttive, ma chi ha dato un parere interessante e utile all’evoluzione del pensiero freudiano, è stato, secondo il mio modo di intendere la filosofia e la modalità comunicativa dell’essere umano, lo psichiatra e filosofo svizzero Ludwig Binswanger (1881-1966) inventore dell’Antropoanalisi. Binswanger riconosce l’importanza e il peso dell’opera freudiana, ma critica l’impianto teorico dell’homo natura, sostenendo che Freud considera l’uomo come un oggetto passivo sotto il dominio degli istinti. Sappiamo come il padre della Psicoanalisi consideri l’apparato psichico: costituito da Es (l’inconscio) Io (la consapevolezza) e Super Io (il censore); dare al desiderio il compito di spinta dal profondo dell’inconscio equivale ridurre l’homo natura in un’unica prospettiva. Per Binswanger l’uomo è molto di più, non è solo necessità da soddisfare ma un essere-nel-mondo: questa sarebbe la differenza tra visione naturalistica dell’uomo (homo natura) ed esistenza, tra scienza naturale ed antropologia. Freud ridurrebbe così la relazione tra molti con la relazione tra due: medico e paziente. Essere-nel-mondo significa avere un progetto di esistenza che entra in relazione con altri individui, perciò l’uomo, per Binwanger, non si può vedere solo come dominato dagli istinti ma come un essere in crescita dal punto di vista antropologico, proprio perché la relazione con gli altri lo spinge a mettersi in gioco come persona. Non solo corpo dominato da istinti, ma essere in crescita anche grazie all’azione della cultura, dell’arte e della spiritualità: pratiche dell’homo cultura.
Quando si è in relazione con una persona da ricondurre alla tranquillità dell’anima, una persona che deve comprendere e superare uno scoglio della vita, si è in due, ma in realtà si è in molti, tutti quelli che entrano in relazione con noi al di fuori di questo momento specifico. A chi mi chiede cos’è la consulenza filosofica, rispondo: per me è ascoltare chi mi sta di fronte nella piena consapevolezza che questa persona con la quale sto parlando vive in relazione con tante altre persone e che il suo progetto di vita si incontra-scontra con quello di altri. Anche per questa ragione l’esistenza diventa difficile, dobbiamo fare i conti con questi “altri” e le loro richieste a volte pressanti e difficili da soddisfare. Trovare un metodo personalizzato da applicare alle singole richieste, alle diverse criticità nelle differenti epoche della vita e far sì che questo metodo sia applicabile ad altre circostanze della vita futura di chi mi chiede aiuto, è il mio compito.
L’uomo con le sue esperienze si racconta attraverso linguaggi differenti: arte pittorica, poesia, musica e tante altre espressioni di quell’interiorità che preme e vuole uscire allo scoperto. Bisogna accoglierla, decodificarla e trovare la strada migliore per condurre la migliore esistenza tra le possibilità che ci sono date.
Maria Giovanna Farina