Non c'è più rispetto


Acrilico su tela di Flavio Lappo

Ponti che crollano, strade con buchi grandi come i crateri di un vulcano, strade che si sgretolano sotto la pioggia battente, torrenti che straripano improvvisamente: tutto ciò è anche l'Italia contemporanea. Un Paese dove l'incuria è sempre più presente e il degrado va di pari passo con quello culturale. Sì, perché l'involuzione culturale che è fatta di maleducazione, mancanza di senso civico, discriminazione verso il diverso, accanimento sui più deboli e non solo di incuria, è specchio di decadenza. Ma fino a che punto dovremo giungere con la decadenza? Le grandi civiltà sono nate cullando la cultura e le arti: cosa significa essere civili se non vivere rispettando tutto ciò che ci circonda, persone, oggetti, opere d'arte, idee altrui. Il rispetto credo sia la parola chiave, oggi non si insegna il rispetto, termine dimenticato e presente solo nel dizionario come lettera morta. Se il rispetto fosse materia viva non assisteremmo a continui agghiaccianti fatti di cronaca dai femminicidi, agli atti di bullismo, dai buchi nell'asfalto ai ponti che crollano; se i ponti che crollano sono metafora dei rapporti umani che si sgretolano, il ponte ha il compito di collegare due luoghi altrimenti difficilmente raggiungibili, non dimentichiamo che se crollano è perché chi doveva controllarli non lo ha fatto mancando di rispetto alle migliaia di persone che su quel ponte ci transitano.
Trovare una soluzione al degrado è possibile se ognuno di noi decidesse di lavorare per un riscatto collettivo fatto prima di tutto di rifiuto verso la mancanza di rispetto, a partire dalle piccole cose quotidiane. Non possiamo in un gesto cambiare il mondo ma abbiamo la capacità di dare il via ad un percorso opposto alla decadenza iniziando a rispettare con convinzione l'altro senza scordare noi stessi. Ci rispettiamo davvero? O ci lasciamo prevaricare perché abbiamo abbandonato la forza di lottare? Quando qualcuno butta una cartaccia a terra o mette le scarpe sporche sui sedili di un autobus manca di rispetto a tutta la collettività e noi siamo parte di quella collettività violata. 
Maria Giovanna Farina




La maturità ti fa bella



Acrilico su tela di Flavio Lappo
Quanti anni hai? Alle donne non si chiede l'età! Perché? Mi sono sempre chiesta, poi crescendo ho capito che dà fastidio dichiarare le proprie primavere: se ne dimostri meno tutto va liscio, ma se te ne danno qualcuna in più allora non lo sopporti. L'inciampo affonda le radici nel rapporto con l'altro sesso: l'uomo. Per lui, si sa, i primi capelli bianchi sono sinonimo di fascino, per le donne sono solamente la vecchiaia incombente. Per lui un po' di pancia significa dare sicurezza alle giovani, per le donne si tratta solo di sovrappeso. Potremmo fare un lungo elenco. Ma ci siamo mai chieste chi ha inventato queste bazzecole? Non c'è bisogno di rispondere: lo sappiamo benissimo. Allo stesso tempo, chi ha consentito a questa “leggenda” di farsi verità? Le donne, con un atteggiamento tra il sornione e il civettuolo hanno per secoli sorriso e nascosto la loro età: basta, ora cerchiamo di smantellare lo stereotipo ricorrendo all'intelligenza. In un epoca in cui si diventa mamme anche oltre l'età limite e ci si trova il compagno più giovane, sarebbe anche il momento di dire al mondo la nostra età, è un passo significativo verso la parità. Come si può far ancora vivere questa manfrina! Inizio io: ho 56 anni e tu? Vogliamo fare una catena di solidarietà femminile? Anche ai maschi capita di dimostrare più anni di quelli anagrafici eppure loro se lo possono permettere, così si vuol far credere. Gli uomini che leggeranno questo articolo non si sentano attaccati da un neo femminismo filosofico, ma prendano coscienza che siamo alla pari anche in rapporto al tempo che passa. E poi il tempo non esiste, è una convenzione umana per darsi degli appuntamenti...non sono “impazzita”, credo sia solo giunto il tempo di dare un taglio netto a certe idee che si ripercuotono contro l'evoluzione umana di cui la donna è una parte importante. E allora è giunto il momento di un bel coming-out anagrafico per tutte, coraggio diamo il buon esempio alle giovanissime!

Maria Giovanna Farina

Sviluppa la tua bellezza


“Specchio delle mie brame che è la più bella del reame?” “Sei tu mia regina!” Al di là della fiaba che tutti conosciamo questo breve dialogo di Grimilde con se stessa ci indica il potere della bellezza e la lotta per mantenere il primato. Una lotta culturale che ci viene somministrata con le fiabe insieme al latte, fin dall'infanzia: non c'è da stupirci se poi dall'adolescenza e, ahimè a volte ancor prima, entriamo nella spirale trituratrice di una bellezza agognata e bramata più di ogni altra cosa. Fermiamoci a riflettere un attimo: d'accordo la bellezza sfonda molte porte, ma non possiamo concentrarci solo su questo soprattutto se non siamo delle bellone. Devo per forza dirvi che essere belle non è tutto, che la bellezza è soggettiva ed effimera, che non esistono canoni prestabiliti a tavolino...ma questo apparentemente non sembra vero e le giovani donne che si affacciano alla vita devono fare i conti con tutto ciò. Allora vi racconto una storia, una storia vera e non quella di Biancaneve. C'era una volta una ragazza che nell'adolescenza si innamora di un bellissimo ragazzo, lui naturalmente più grande e bellissimo non la nota nemmeno e le sue accompagnatrici sono, tanto per fare il quadro completo, solo delle Barbie viventi. Lei soffre, poi si rassegna e pensa che mai potrà destare in lui il minimo interesse, ma tutto cambia quando pur non essendo diventata bella lo conquista. Come ha fatto? Ha valorizzato se stessa e, acquisendo fiducia nelle proprie risorse, ha imparato che ogni donna deve prima lavorare e valorizzare la propria personale bellezza attraverso trucco e abbigliamento, poi, soprattutto, non fermarsi solo sulle misure e sul nasino: può se-durre con l'intelligenza. Naturalmente se ha voglia di usarla.
Maria Giovanna Farina



E' interessato a te? Comprendilo dai suoi gesti



Per comunicare bisogna stabilire un codice tra noi e il nostro interlocutore: parole, scrittura, alfabeto Morse, segnali di fumo... Ci sono quattro principi fondamentali per comprendere un messaggio:
1° Non esiste una comunicazione verbale isolata, è quasi impossibile parlare senza fare alcun cenno
2° La comunicazione non-verbale invece può esistere isolata, mentre si tace ci si può toccare l’anello, i capelli, il naso...
3° Il silenzio e il rifiuto di parlare possono esprimere un messaggio, è un modo di attirare l’attenzione
4° Molto spesso non si è coscienti della propria comunicazione non-verbale
La comunicazione non-verbale (i movimenti del corpo) è involontaria e accompagna ciò che si dice, senza che sia possibile dominarla completamente. È possibile invece controllare certe espressioni facciali, ma è molto più difficile tenere fermi intenzionalmente piedi e mani. La comunicazione non-verbale porta la verità nella comunicazione, è rivelatrice di bugie.
E allora eccoci in vacanza. Non siamo sicuri delle intenzioni di una donna o di un uomo che a parole si mostra distaccato, allora facciamo appello alla distanza: più ci si allontana da qualcuno, più si sottolinea il distacco o il disinteresse o il disaccordo. Più ci si avvicina, in quella zona dove è possibile mettere le mani sulla vita o sulle spalle dell’interlocutore, più c’è il desiderio, a volte inconscio, di stabilire un contatto ravvicinato. Attenzione: se, lui o lei, mostra distacco, ma si avvicina mentre parla fino quasi a sfiorarci, possiamo capire che non è poi così indifferente a noi... Quando poi ci regala una rosa, ormai è tutto chiaro!

Maria Giovanna Farina







Coos'è la simpatia

Acrilico su tela di Flavio Lappo

Perché proviamo simpatia per qualcuno? Che cosa ci rende simpatici agli altri? Non c’è nulla di razionale nella simpatia infatti si prova per qualcuno al di là della sua bellezza, bravura, moralità… Essa è qualcosa di diverso dall’amore anche se difficilmente si può provare antipatia per qualcuno che si ama. I filosofi non si sono molto occupati di definire la simpatia, un’analisi esauriente fu condotta dal filosofo tedesco Max Scheler (1874-1928) che fece una netta distinzione tra simpatia e contagio emotivo proprio di un gruppo. Si tratta di quel particolare stato emotivo che vivono ad esempio i fan di un cantante per cui provano la stessa emozione quando lo ascoltano ad un concerto. Questa non è simpatia perché la simpatia è il partecipare ai sentimenti di un’altra persona senza per questo condividerli. La simpatia è comprensione, affettività e magari un certo grado di amicizia senza perdere la propria individualità separata, perciò essa non annulla la diversità tra le persone ma si rivolge all’altro senza rimanere coinvolta nei suoi interessi. La simpatia permette di capire l’altro, di mettersi idealmente nei suoi panni e di scorgere eventualmente i problemi che sono nella sua vita. Con la simpatia si può provare dispiacimento, quando ad esempio un nostro amico perde il lavoro, ci dispiace, lo capiamo e comprendiamo il suo tormento, ma non stiamo male come lui. Concludendo, quando proviamo simpatia per qualcuno è utile approfondire la conoscenza perché la simpatia favorisce un rapporto paritario e di scambio. Alla domanda perché proviamo simpatia per qualcuno possiamo rispondere che chi ci è simpatico, al di là delle sue caratteristiche positive o negative, mette in scena parti di noi a cui siamo affezionati, questa è la ragione per cui è così facile entrare in sintonia e provare simpatia per quella persona. La simpatia è una forza di attrazione che scatta nei confronti di qualcuno, per cui essere se stessi è il modo migliore per essere simpatici.



Perché amiamo gli animali


Gli animali fanno parte integrante della nostra vita; sono molte le famiglie in cui c’è anche un animale che dà e riceve affetto. Sin dai tempi antichi, nella poesia e nel linguaggio comune, gli animali hanno spesso simboleggiato qualche aspetto dell’animo umano, buono o cattivo, portato all’eccesso. Da sempre infatti il cane simboleggia la fedeltà, il leone la forza e il coraggio, lo sciacallo la vigliaccheria. Pensiamo alla favola La cicala e la formica di La Fontaine dove la formica rappresenta la previdente laboriosità mentre la cicala l’imprevidenza e con il suo continuo cantare non pensa a far provviste per l’inverno. Questa, come tutte le altre favole, ha una morale che indica all’uomo la ragionevole via da seguire durante l’esistenza. L’uomo vede nell’animale se stesso sia nelle parti nobili che in quelle meno nobili ed è questo il motivo prioritario per cui cerca la compagnia di un animale. Ma è anche vero che l’uomo pur essendo più intelligente non possiede alcune doti che invece possiede ad esempio il suo cane: il fiuto, l’udito e la sensibilità. C’è chi nel cane trova veramente un amico, può far sorridere vedere un uomo fare lunghi discorsi col proprio cane perché si è soliti  pensare che esso non capisca nulla, in realtà se non afferra il significato di tutte le parole comprende il dolce suono di una voce ricca di affetto. E allora come mai ogni anno tanti animali da compagnia vengono crudelmente abbandonati? Perché l’uomo per natura non è un compagno fedele e troppo spesso dimentica la fedeltà ricevuta. Inoltre non considera il fatto, rinforzato da un millenario retaggio culturale, che se pur meno intelligenti gli animali non sono degli oggetti, ma esseri viventi che provano sensazioni ed emozioni. È una colpa essere meno intelligenti dell’uomo? Rispondo con una considerazione di Leonardo da Vinci il quale sosteneva che l’uomo sarà veramente civile quando tratterà gli animali come suoi pari. 

Maria Giovanna Farina

Tutti abbiamo una vita parallela

Disegno a pastelli di Flavio Lappo

Tutti abbiamo una vita “parallela”? Certo è che ci sarà capitato di immaginarci situazioni nuove: semplici, complesse, avventurose o addirittura al limite della realtà. Immaginarci di intraprendere il viaggio dei nostri sogni dall'altra parte del mondo o vincere la lotteria oppure ancora amare la donna o l'uomo dei sogni: ecco, proprio di sogni ad occhi aperti stiamo parlando. In generale si tende a credere che la fuga nel sogno lontano dalla quotidianità sia un modo per non affrontare la vita: questo è solo un aspetto del fenomeno, certamente chi si crea una vita immaginaria un po' fugge per trovare consolazione, ma non si tratta solo di questo. Il fisico-matematico e filosofo Ernst Mach parlava di Esperimento mentale, un procedimento utile per testare le nostre ipotesi nella risoluzione del problemi. Se ad esempio voglio andare a fare una gita posso immaginare mentalmente il percorso, le vivande da portare, a come vestirmi, ecc. Non è questo un modo per sperimentare e quindi immaginare prima di passare all'azione? Lo possiamo fare anche con un nuovo amore: immaginando come sarebbe amare quella determinata persona, come si comporterebbe in certe situazioni...possiamo già farci un'idea se è il nostro tipo. Se sarà così, saremo più pronti una volta passati all'azione. Tutto ciò può apparire molto diverso rispetto a quando facciamo fughe dalla realtà per immaginarci chissà cosa o per non affrontare una situazione, invece è la stessa cosa, cambia solo il contenuto del pensiero. Dobbiamo salvaguardare il sogno e il nostro mondo parallelo sfruttandolo da più e diversi punti di vista perché è una risorsa molto utile all'equilibrio della nostra anima. Senza però esagerare e trascorrerci l'intera vita! 

Maria Giovanna Farina

Di che vacanza sei?


A volte le vacanze si trasformano in veri e propri tour de force, per mettere alla prova le nostre risorse magari ci lasciamo trascinare anche in situazioni estreme. Ma quanto è la moda del momento ad influenzare le nostre scelte? E quanto un vero desiderio di avventura? Se preferiamo la comodità di un bel hotel sul mare con tutti i comfort anziché dormire in un sacco a pelo non dobbiamo sentirci dei rammolliti, ma semplicemente delle persone che amano le vacanze tranquille e comode visto che la vita è già abbastanza dura tutto l’anno. Forse ciò che lusinga maggiormente gli improvvisati avventurosi è l’amore per le novità unito al fascino che emanano quanti, muniti di zaino e scarponi, hanno trascorso le vacanze sulle Alpi alla ricerca di qualche animale in via di estinzione. È vero, fanno un po’ invidia certi fisici atletici e abbronzati di quel bel color biscotto che solo l’alta quota sa donare e ingenuamente crediamo di poterli emulare. Chi parte per simili vacanze deve essere un esperto delle insidie che la montagna nasconde e deve possedere una adeguata preparazione indispensabile per resistere ad uno sforzo continuativo. E che dire allo skipper improvvisato che sogna la sua bella avventura come i grandi delle gare olimpioniche? Non è poi così facile trascorrere giorni in mare aperto sbattuti da onde impetuose, corrosi dalla salsedine e magari con la sfortuna di incontrare un piccolo squalo con un certo appetito. Forse questa è una previsione un po’ eccessiva, sicuramente però non è esagerato riflettere a quali situazioni si va incontro avventurandosi in una simile impresa. Senza farci condizionare troppo, ricordiamo cosa rappresentano per noi le vacanze, se pura avventura o tranquillo relax e, solo in base a ciò, scegliamo la vacanza che più ci soddisfa. È difficile dare dei suggerimenti in generale, ognuno di noi se riesce a raccogliersi nel proprio intimo riuscirà a capire quali sono le vacanze più adatte a sé: cercando di scoprire come si è, sarà più difficile ritrovarsi nel posto sbagliato a rimpiangere di non aver fatto bene i propri conti. 
Maria Giovanna Farina


Perché non riesco a finire di leggere un libro?


A volte ci lamentiamo perché non riusciamo a condurre fino in fondo la lettura di un libro, eppure avevamo iniziato con entusiasmo e poi ci siamo incagliati a metà e la sola idea di continuare ci fa morire di noia. Non è il caso né di avvilirci né di abbandonarci alla certezza che non ce la faremo mai, dobbiamo invece tenere presente alcune considerazioni utili per superare il nostro blocco. Prima di tutto ricordiamo che ora non siamo più a scuola e di conseguenza abbiamo l’assoluta libertà di scegliere le nostre letture tenendo conto di desideri e preferenze. Per avere un buon approccio alla lettura è bene iniziare da qualcosa che ci attragga e che desti la nostra curiosità. Sappiamo benissimo che nella vita quotidiana ciò che può essere noioso per molte persone non lo è per chi ne attratto.
Quando scegliamo i libri, se siamo dei lettori poco abili, curiamoci che non siano troppo ricchi di pagine perché la possibilità di arrivare fino in fondo sarebbe più a rischio. Quando andiamo in libreria per scegliere un libro non facciamoci influenzare dalla moda, un bestseller non deve necessariamente esserci gradito. Facciamoci condurre dal nostro istinto e scegliamo il libro che subito dalle prime righe ci attrae: sarà senz'altro una lettura per noi appassionante! 

Maria Giovanna Farina

Esiste la fortuna?

Disegno a matita di Flavio Lappo

Siamo soliti definirci fortunati o sfortunati a seconda degli esiti più o meno positivi delle nostre vicende quotidiane. Essere fortunati o sfortunati è un marchio che ci trasciniamo dietro e che spesso influenza le nostre decisioni, un modo di valutare i nostri risultati che può diventare una zappa sui piedi quando blocca il nostro essere-quello-che-siamo. È stato Aristotele ad analizzare per primo la fortuna sostenendo che si può parlare di caso fortuito solo quando ciò che accade potrebbe essere frutto di una scelta, ma non lo è. In che senso? Ad esempio incontro qualcuno che mi deve dei soldi: potevo andare da lui e chiederli, ma non lo ho fatto. In questo caso ho avuto fortuna, il caso me lo ha fatto incontrare. Nella vita possiamo trovarci per caso al posto giusto e ciò può significare nuove prospettive nel lavoro, un nuovo amore e in generale nuovi orizzonti. Stiamo parlando di fortuna come caso e non di fortuna come destino nel modo in cui intendevano gli antichi Romani, ma allora esiste la fortuna? Sì, se noi la cerchiamo con ordine, criterio e buona volontà. Non dobbiamo cioè dimenticare le nostre capacità e disposizioni e quando ci capiterà un’occasione propizia, allora sapremo riconoscerla e sfruttarla se non ci abbandoneremo alla cieca ricerca di una fortuna qualsiasi. Naturalmente la fortuna non può far tutto da sola:
1) se abbiamo incontrato la persona che fa per noi non continuiamo a lamentarci per piccole inezie, nessuno è perfetto cerchiamo di guardare la persona nel suo insieme
2) se siamo guariti perfettamente da una malattia seria, riteniamoci fortunati e stiamo più attenti ad aver cura della buana salute.
3) se abbiamo ereditato del denaro non sciupiamolo perché questo è voltar le spalle alla fortuna che non esiste come entità reale, ma esiste come buona occasione che prima o poi capita a tutti.
Spesso le nostre lamentele nascono dal mancato impegno nella ricerca e nel riconoscimento della buona occasione che un po’ scaramanticamente chiamiamo fortuna.

Maria Giovanna Farina


Parolacce: da usare con cautela


Le cosiddette parolacce sono ormai da tempo nel nostro comune modo di esprimerci, c'è chi le condanna senza appello e chi ne fa un uso smodato: come sempre in medio stat virtus, la virtù sta nel mezzo. Quando le parole gergali più o meno sconce, lasciando fuori dal discorso le bestemmie che vanno a toccare la sensibilità religiosa delle persone o le imprecazioni contro la madre, entrano troppo nel lessico quotidiano, impoveriscono il linguaggio. In frasi tipo: “Cosa vuoi? Che cos'è questo oggetto? A cosa stai pensando?” il termine “cosa” viene spesso sostituito con una parolaccia che non devo star qui a ripetere. Già il termine generico cosa andrebbe sostituito quando possibile, ma se al suo posto mettiamo la solita parolaccia ecco che ci riduciamo a parlare come dei semianalfabeti; pensiamo a cosa accade ai bambini se non crescono con la possibilità di abituarsi ad un esprimersi ricco di vocaboli. Non imparano la lingua in modo appropriato e crescono con gravi lacune in Italiano. Per genitori ed insegnanti diventa difficile il compito educativo perché i media a volte ingigantiscono il fenomeno e mostrano come modelli ad esempio comici che della parolaccia fanno il loro cavallo di battaglia. Certo i gusti son gusti, ma far ridere è un'arte che si avvale anche di battute semplici per dire grandi verità con ironia usando anche il linguaggio del corpo. Se pensiamo a Charlie Chaplin e al suo celeberrimo Charlot non c'è da aggiungere altro. La parolaccia non va però eccessivamente demonizzata, a volte può servire in un racconto, per liberarsi da un momento di rabbia, per dire a qualcuno che ci ha scocciato fin troppo: naturalmente le parole specifiche esistono per esprimersi elegantemente, ma quando siamo arrabbiati è difficile essere eleganti. Possiamo concludere con una efficace istruzione per l'uso: facciamo un impiego vario della nostra bella lingua e ogni tanto concediamoci qualche deroga, ma che resti tra noi! Tanto non ci sente nessuno...

Maria Giovanna Farina



Cosa significa essere liberi


Cos'è la libertà? Già gli Stoici nel III secolo a.C. ritenevano la libertà una scelta del soggetto, per cui solo il sapiente è libero perché vive secondo natura conformandosi al destino. Ciò significa che sono libero se conosco le cose: se tu conosci le cose non hai sorprese e il tuo comportamento è libero da falsi pregiudizi. C’è uno stretto legame tra libertà e volontà, ad esempio non è punibile chi commette il male contro la propria volontà: non possiamo condannare chi commette una cattiva azione perché costretto. Parlare di libertà vuol dire anche fare i conti con il tema teologico del libero arbitrio, secondo cui l’uomo sarebbe libero di scegliere di commettere il male oppure no. Socrate sosteneva che l’uomo commette il male per ignoranza quando cioè non conosce la via del bene. Il libero arbitrio prevede invece un uomo che conosce e può scegliere. Rimanendo in tema di libertà desidero fare un esempio riferendomi a San Francesco d’Assisi la cui storia ci è nota. Nel famoso film di Zeffirelli “Fratello sole e Sorella luna” viene messa in risalto la scena di quando Francesco si spoglia, letteralmente, degli abiti e si dà alla povertà. Al di là del contenuto religioso, questo spogliarsi ha una forte valenza simbolica ed è un liberarsi di tutto quel bagaglio di stereotipi dei quali il giovane era vittima. Francesco per liberare quel se stesso prigioniero ha dovuto compiere un atto estremo che lo ha reso veramente libero. Ha dovuto esagerare, liberandosi anche di ciò che avrebbe potuto tenere ed in questo modo ha pagato un alto “costo” per la libertà. Questa storia insegna anche che è necessario combattere ogni giorno per la libertà, per conquistarne un pezzettino alla volta, per evitare di giungere pericolosi atti estremi.
Maria Giovanna Farina

Sviluppa la tua bellezza

Disegno a matita di Flavio Lappo

“Specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?” “Sei tu mia regina!” Al di là della fiaba che tutti conosciamo questo breve dialogo di Grimilde con se stessa ci indica il potere della bellezza e la lotta per mantenere il primato. Una lotta culturale che ci viene somministrata con le fiabe insieme al latte, fin dall'infanzia: non c'è da stupirci se poi dall'adolescenza e, ahimè a volte ancor prima, entriamo nella spirale trituratrice di una bellezza agognata e bramata più di ogni altra cosa. Fermiamoci a riflettere un attimo: d'accordo la bellezza sfonda molte porte, ma non possiamo concentrarci solo su questo soprattutto se non siamo delle bellone. Devo per forza dirvi che essere belle non è tutto, che la bellezza è soggettiva ed effimera, che non esistono canoni prestabiliti a tavolino...ma questo apparentemente non sembra vero e le giovani donne che si affacciano alla vita devono fare i conti con tutto ciò. Allora vi racconto una storia, una storia vera e non quella di Biancaneve. C'era una volta una ragazza che nell'adolescenza si innamora di un bellissimo ragazzo, lui naturalmente più grande e bellissimo non la nota nemmeno e le sue accompagnatrici sono, tanto per fare il quadro completo, solo delle Barbie viventi. Lei soffre, poi si rassegna e pensa che mai potrà destare in lui il minimo interesse, ma tutto cambia quando pur non essendo diventata bella lo conquista. Come ha fatto? Ha valorizzato se stessa e, acquisendo fiducia nelle proprie risorse, ha imparato che ogni donna deve prima lavorare e valorizzare la propria personale bellezza attraverso trucco e abbigliamento, poi, soprattutto, non fermarsi solo sulle misure e sul nasino: può se-durre con l'intelligenza. Naturalmente se ha voglia di usarla.
Maria Giovanna Farina





Come realizzare i nostri progetti

Acrilico su tela di Flavio Lappo


I piccoli e i grandi progetti dell’esistenza hanno bisogno di una buona elaborazione per essere realizzati. Teniamo conto che progettare è l’attività peculiare dell’essere umano, è un’attività che sviluppa l’intelligenza e testimonia il nostro desiderio di vivere. A volte le idee ci frullano disordinatamente nella mente creandoci uno stato d’ansia e di insoddisfazione difficilmente gestibile perché non sappiamo se riusciremo mai a realizzarle. Quale strada percorrere per raggiungere l’obbiettivo, eliminare il disagio e avvicinarci alla felicità?
È necessario partire da progetti piccoli e di facile realizzazione come ad esempio assecondare il nostro desidero di dare un nuovo ordine al contenuto degli armadietti della cucina. 
- Se voglio un nuovo ordine vuol dire che quello attuale non mi soddisfa, perciò le idee nuove le scriverò su un quaderno
- Successivamente tra le idee che andrò ad appuntarmi farò delle scelte: quali tenere e quale cestinare
- Quando avrò deciso il nuovo ordine sarà il momento per iniziare i lavori
- Prima di svuotare gli armadietti devo trovare un piano d’appoggio provvisorio che non ostacoli i movimenti in casa   
- Ora potrò realizzare il mio progetto sicura della buona riuscita
Questo procedimento applicato ad una situazione molto semplice e non di difficile realizzazione ci dà il metodo, poi possiamo applicarlo a tutti i progetti della nostra vita anche i più ambiziosi. Se ad un certo punto dovesse intervenire nel nostro lavoro un atto creativo, quello non è soggetto a regole e lasciamo pure che si esprima. Lasciamolo venire alla luce così la felicità sarà completa!



Il primo passo verso se stessi

Disegno a matita di Flavio Lappo

Sapere di non sapere è sapere. Possiamo considerare questa famosa frase di Socrate come il punto di partenza della ricerca di sé. Per ri-trovare se stessi è auspicabile iniziare il viaggio con questo presupposto. “Sapere di non sapere” significa essere consapevoli delle proprie mancanze e incapacità, questa ri-cerca può apparire una banalità, al contrario è meno facile di quanto si possa credere. Per orgoglio a volte non si vogliono prendere in considerazione le proprie carenze: “Io non sono capace di …, Io non sono in grado di…” sono affermazioni difficili da ammettere a se stessi, figuriamoci agli altri. La consapevolezza della propria ignoranza, per parafrasare Socrate, diventa anche il primo obiettivo di chi vuole conoscere se stesso. È un’operazione semplice e complicata allo stesso tempo e richiede un po’ di umiltà. Dobbiamo lasciar uscire il nostro essere dall’arroccamento di una chiusura troppo difensiva che ci offre una sola visione del reale, per abbracciare, al contrario, delle possibilità alternative. La ricerca della consapevolezza della propria incapacità vuol dire scoprire ad esempio che non siamo in grado di comprendere le esigenze altrui e di conseguenza non riusciamo ad instaurare buone relazioni. Non capiamo ad esempio nostra moglie o nostro marito. Perché siamo incapaci? Forse non sappiamo ascoltare, forse ascoltiamo solo quello che vogliamo udire e non quello che realmente ci viene comunicato. Forse ascoltiamo solo quello che ci conviene. Se siamo disposti a compiere questo primo passo, possiamo partire alla ricerca e alla scoperta di strumenti utili: il mio interlocutore è di fronte a me, lo osservo, confronto il suo linguaggio verbale con quello non verbale……. E così mi incammino verso l’altro.  

Maria Giovanna Farina


















Attento a con chi parli

Disegno a matita di Flavio Lappo


A volte ci si lamenta della mancanza di riservatezza da parte degli altri, non facciamo in tempo a confidare un piccolo segreto che già ha fatto il giro del quartiere. Spesso la causa di questo spiacevole inconveniente siamo noi stessi: ci fidiamo troppo dell’altrui discrezione. Come evitare di cadere in questa trabocchetto? Innanzi tutto prima di fidarsi di qualcuno è saggio prendere le giuste precauzioni magari con uno stratagemma: sottoponiamo il nostro confidente ad un esame di fiducia raccontandogli un fatto interessante ma completamente falso e stiamo a vedere. Se col passare del tempo questo argomento non è stato diffuso significa che il nostro interlocutore ha buone possibilità di essere un tipo discreto. Al di là delle indagini, non dobbiamo mai scordare la natura dell’essere umano che è quella di essere un raccontatore di storie e quando non ne ha di personali usa quelle degli altri. E poi alcune notizie sono più suggestive delle altre ed il bisogno di raccontare si unisce a quello di primeggiare: sono il primo ad aver appreso che tizio ha bruciato il patrimonio in borsa e l’andarlo a riferire mi eleva come se fossi il detentore di uno scoop giornalistico. Inoltre il “mors tua vita mea”, che fa parte da sempre della nostra parte più nascosta, mi permette di screditare un mio simile attraverso notizie che disonorano e di avere un rivale in meno nella quotidianità. Il “mors tua vita mea” va preso in considerazione in questo caso in modo di simbolico, parliamo di reputazione, e non come una eliminazione fisica di un mio concorrente. Un’altra caratteristica dell’essere umano è quella di colorire il racconto con l’aggiunta di nuovi particolari che vanno ad ingigantire la notizia. Concludiamo ricordando che la comunicazione orale si presta alla distorsione già di per sé e possiamo dimostrarlo con un semplice giochino, quello del passa parola, da fare in compagnia. Ricordate il gioco del telefono senza fili? L’ultimo a ricevere la comunicazione dice cosa gli è arrivato: il più delle volte sarà una parola che non c’entra nulla con quella iniziale. Se poi aggiungiamo ed interpretiamo la comunicazione, figuriamoci cosa salta fuori!

Maria Giovanna Farina













Conoscere per non essere tristi

Disegno a matita di Flavio Lappo

Le situazioni che ci provocano un senso di tristezza, e quindi ci allontanano dalla felicità, sono svariate. Ora non andremo a toccare le vere forme di depressione che richiedono ben altro, ma rivolgeremo la nostra attenzione su un aspetto che in certe giornate primaverili e soprattutto autunnali dà un senso di malinconia a molte persone: la pioggia. Perché le giornate piovose provocano tanto malumore? Il sole rappresenta la vita, al contrario le tenebre rimandano alla morte. Il tempo nuvoloso è una sorta di anticamera ed è per questo che proviamo tristezza ed invochiamo il ritorno del sole.
Quali suggerimenti possiamo tenere presente per guardare le cose da altri punti di vista?
Per prima cosa che la pioggia è indispensabile alla vita e un sole sempre splendente provocherebbe la morte. Sì, ma io sono triste, continuerebbe a dirmi chi vive questi sentimenti. Cosa rispondere? Sei triste perché vedi la tua tristezza solo dal tuo ristretto punto di vista. Una visione allargata ti potrebbe far cogliere la necessità della pioggia che ad esempio aiuta a far crescere quei fiori o quelle pesche che tanto ti piacciono. Le tristezze gestibili dobbiamo elaborarle in questo modo per esorcizzarle. Questo è il procedimento che la filosofia sa offrirci per aiutarci a vivere meglio, ricordando le tante conoscenze già dentro di noi che spesso scordiamo di possedere. Rammentandocene possiamo superare con più facilità quei piccoli ma fastidiosi stati d'animo e avviarci a vivere con più serenità eventi fastidiosi come la pioggia. Se dopo questo discorso siete ancora tristi per la pioggia, beh allora non vi resta che aspettare di nuovo il sole: fortunatamente per molti secoli splenderà ancora!

Maria Giovanna Farina



Addio inutili pudori

Disegno a matita di Flavio Lappo

Gli inutili pudori sono tutti quei comportamenti che rendono più complicate le nostre relazioni con gli altri. Ciò succede quando ad esempio evitiamo di dire o dare qualcosa a qualcuno perché abbiamo paura che la nostra proposta non sia gradita. Magari senza saperlo quella persona non vede l’ora di ricevere la stessa cosa, ma non osa chiedere perché a sua volta... Ciò può accadere con un’amica o un amico, con un uomo o una donna quando magari ci facciamo problemi ad invitarlo/a in qualche luogo e senza saperlo dall’altra parte c’è un gran desiderio di ricevere l’invito: quest'ultimo è il caso più comune di ciò che intendo per inutile pudore. L’inutile pudore non si riferisce solo alla sfera sessuale, ma si estende all’intera gamma di relazioni che intrecciamo durante la vita. Come fare per tentare di superare questo nostro limite?
- Per prima cosa mettiamoci nei panni altrui e chiediamoci cosa penseremmo se ci trovassimo ad avere a che fare con questo tipo di comportamento
- Poi lavoriamo sul concetto di pudore e teniamo presente il suo valore positivo, cerchiamo cioè di usare il pudore nel non violare l’intimità altrui: magari telefoniamo ad un nostro amico all’ora di cena e poi ci facciamo scrupoli ad invitarlo ad uscire con noi perché forse, chissà, avrà altro da fare…
- Ricordiamo che ogni proposta (invito o dono) se fatta con la finalità di arricchire l’altro è sempre un atto d’amore e se l’altro non dovesse capirla non è un nostro problema
- Riflettiamo sul fatto che ogni inutile pudore, se naturalmente non viola la libertà ed intimità dell’altro, frena la nostra evoluzione nel reprimere uno slancio verso chi ci circonda.
L’uomo non può vivere allontanandosi dall’incontro, un modo per non isolarsi è proprio questo non lasciarsi limitare dagli inutili pudori causati, in ultima analisi, dalla paura di ricevere un rifiuto. Tutto cambia se questo temibile rifiuto noi impariamo a viverlo come un limite del nostro interlocutore, un limite che impedisce a lui di conoscerci di più.
 Maria Giovanna Farina

Difendi il tuo luogo segreto

Acrilico su tela di Flavio Lappo

A volte si afferma “Quella persona non la racconta tutta”, lo si dice a proposito di chi immaginiamo abbia un segreto custodito gelosamente, in realtà in ognuno di noi esiste un angolo segreto e privato a cui nessuno può accedere, uno spazio dove nessuno è autorizzato a far luce. Chi ci dà l'impressione di celare un mistero, spesso è qualcuno che difende più di ogni altro lo spazio segreto. Che cosa racchiude e a che cosa serve questo angolo privato? Per prima cosa dobbiamo chiarire che non si tratta di qualcosa di terribile o illegale, non stiamo parlando di chi mente spudoratamente agli amici o al partner o commette un crimine e lo nasconde per non pagarne il conto, ma ci stiamo riferendo a qualcosa di immateriale e legato alla parte più intima della nostra persona. In questo luogo inaccessibile custodiamo certi pensieri che non vogliamo condividere, le sensazioni legate ad un incontro, la vera natura del nostro credere e desiderare. Questa parte di noi è sacra ed è molto utile all'equilibrio della nostra anima perché è l'ultimo scampolo di vera libertà, è la possibilità estrema di difendere la nostra interiorità dallo sguardo indagatore di chi ci vive attorno ed accanto. Anche dallo sguardo della persona che più amiamo questo angolo privato deve essere difeso, a volte può capitare di avvertire il desiderio di aprire anche questa finestra e buttare fuori ogni cosa, ma quasi sempre si finisce per lasciarla chiusa anche perché il contenuto di quel piccolo spazio è così poco concreto da essere difficilmente raccontabile. Per concludere, non sentiamoci in colpa a causa del nostro terreno inviolabile, difendiamolo perché è salutare e soprattutto non pretendiamo di scoprire quello del partner, degli altri, nemmeno quello dei nostri bambini. 

Maria Giovanna Farina

In bocca al lupo

Disegno a matita di Flavio Lappo

I proverbi e i modi di dire popolari sembrano nascondere la saggezza dell'esperienza, ma non sempre vengono pronunciati con cognizione di causa. Siamo abituati a dire una frase scaramantica per non dire Buona fortuna, un augurio questo che a detta degli “esperti” porterebbe male. Scaramanzia e luoghi comuni sono amici per la pelle e ciò non giova alla nostra evoluzione, ma se proprio non possiamo farne a meno prima di pronunciare certe frasi pensiamo un po' di più al loro significato. Se per augurare il buon esito di un esame, di un colloquio di lavoro, della nascita di un progetto diciamo “In bocca al lupo” e l'altro risponde “Crepi!”, non ci rendiamo conto che l'altro si augura il fallimento del proprio progetto? Tutto questo accade perché ci fermiamo ad una prima interpretazione. Prima di tutto chiediamoci cosa significa andare in bocca al lupo: non è solo una cosa rischiosa ma anche un luogo di protezione se tra le sue temute fauci finiscono i cuccioli. Anche la mamma lupa ha un istinto materno e in caso di pericolo mette al sicuro la prole prendendola in bocca. Quindi augurandoci che crepi auguriamo un destino nefasto ai piccoli. E se trasportiamo su di noi tutta questa scena, possiamo immaginare che simbolicamente con quel “crepi” non facciamo che tirarci la zappa sui piedi. Certo, qualcuno potrà obiettare che quel in bocca al lupo significa andare in un luogo pericoloso e per salvarci non ci resta che augurare all'animale la morte, vero anche questo, ma poiché ogni detto ha il suo contrario quando usiamo certe frasi assicuriamoci in che modo le stiamo adoperando. Ogni proverbio ha il suo opposto: pensiamo a “La lontananza fortifica l'amore” e il suo opposto “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” e così tanti altri. Per questo è meglio usare certe frasi seguendo attentamente “le istruzioni”: se siamo dei cacciatori non possiamo che augurarci che il lupo “Crepi”, mentre se la nostra anima è animalista non ci resta che ribattere con un “Grazie”.

Che cosa ci rende simpatici

Disegno a matita di Flavio Lappo

Perché proviamo simpatia per qualcuno? Che cosa ci rende simpatici agli altri? Non c’è nulla di razionale nella simpatia infatti si prova per qualcuno al di là della sua bellezza, bravura, moralità… Essa è qualcosa di diverso dall’amore anche se difficilmente si può provare antipatia per qualcuno che si ama. I filosofi non si sono molto occupati di definire la simpatia, un’analisi esauriente fu condotta dal filosofo tedesco Max Scheler (1874-1928) che fece una netta distinzione tra simpatia e contagio emotivo proprio di un gruppo. Si tratta di quel particolare stato emotivo che vivono ad esempio i fan di un cantante per cui provano la stessa emozione quando lo ascoltano ad un concerto. Questa non è simpatia perché la simpatia è il partecipare ai sentimenti di un’altra persona senza per questo condividerli. La simpatia è comprensione, affettività e magari un certo grado di amicizia senza perdere la propria individualità separata, perciò essa non annulla la diversità tra le persone ma si rivolge all’altro senza rimanere coinvolta nei suoi interessi. La simpatia permette di capire l’altro, di mettersi idealmente nei suoi panni e di scorgere eventualmente i problemi che sono nella sua vita. Con la simpatia si può provare dispiacimento, quando ad esempio un nostro amico perde il lavoro, ci dispiace, lo capiamo e comprendiamo il suo tormento, ma non stiamo male come lui. Concludendo, quando proviamo simpatia per qualcuno è utile approfondire la conoscenza perché la simpatia favorisce un rapporto paritario e di scambio. Alla domanda perché proviamo simpatia per qualcuno possiamo rispondere che chi ci è simpatico, al di là delle sue caratteristiche positive o negative, mette in scena parti di noi a cui siamo affezionati, questa è la ragione per cui è così facile entrare in sintonia e provare simpatia per quella persona. La simpatia è una forza di attrazione che scatta nei confronti di qualcuno, per cui essere se stessi è il modo migliore per essere simpatici. 

Maria Giovanna Farina


Il viaggio come esperienza d'incontro

Mondi separati, disegno a matita di Flavio Lappo

Viaggiare, un'esperienza tra le più desiderate dall'essere umano. Per conoscere nuovi luoghi e altre persone, per sentirsi parte di questo mondo e, perché no, per divertirsi e a volte vincere nuove sfide quando il viaggio si fa avventura. Ma esiste anche il viaggio interiore alla ricerca di quel se stessi dimenticato nella cantina del nostro passato: ricordate la canzone di Lucio Battisti Sì viaggiare? Credo non si riferisse ad un viaggio con un'auto con problemi al motore quando dice: Sì viaggiare evitando le buche più dure, senza per questo cadere nelle tue paure...rallentare per poi accelerare con un ritmo fluente di vita nel cuore gentilmente senza strappi al motore. Qui c'è un bel suggerimento per vivere meglio, è un po' come dire: fai le tue esperienze, evita di metterti in guai troppo grossi, scendi e risali...goditi la vita avendo cura di non sconquassarti troppo! È un po' ciò che dovremmo fare tutti. Allo stesso tempo durante un viaggio in auto nella propria solitudine si pensa ed è in questi casi che il viaggio diventa spostamento verso una località, ma è anche un entrare nel viaggio interiore. In treno, un mezzo più sociale, il viaggio può diventare incontro se ci apriamo ai nostri compagni viaggiatori e allora le esperienze si moltiplicano: andiamo al mare, dentro di noi e fuori di noi in un'esperienza tra le più proficue. Possiamo concludere con il suggerimento di non scordare mai la grande opportunità del viaggio come incontro con noi stessi e con gli altri: nel prossimo viaggio alziamo un po' gli occhi dal libro che stiamo leggendo e spostiamo le orecchie dall'auricolare!

Maria Giovanna Farina




















Cos'è la libertà?

Acrilico su tela, Flavio Lappo, 2017

Cos'è la libertà? Già gli Stoici nel III secolo a.C. ritenevano la libertà una scelta del soggetto, per cui solo il sapiente è libero perché vive secondo natura conformandosi al destino. Ciò significa che sono libera se conosco le cose: il conoscere evita le sorprese e di conseguenza il comportamento diventa libero da falsi pregiudizi. C’è uno stretto legame tra libertà e volontà, ad esempio non è punibile chi commette il male contro la propria volontà: non possiamo condannare chi fa una cattiva azione perché costretto. Per Socrate l’uomo commette il male per ignoranza quando cioè non conosce la via del bene. Il libero arbitrio prevede invece un uomo che conosce e può scegliere. Rimanendo in tema, desidero fare un esempio riferendomi a San Francesco d’Assisi la cui storia ci è nota. Nel famoso film di Zeffirelli “Fratello sole e Sorella luna” viene messa in risalto la scena di quando Francesco si spoglia, letteralmente, degli abiti e si dà alla povertà. Al di là del contenuto religioso, questo spogliarsi ha una forte valenza simbolica ed è un liberarsi di tutto quel bagaglio di stereotipi dei quali il giovane era vittima. Francesco per liberare quel se stesso prigioniero ha dovuto compiere un atto estremo che lo ha reso veramente libero. Questa storia insegna anche che è necessario combattere ogni giorno per la libertà, per conquistarne un pezzettino alla volta, evitando di giungere a pericolosi atti estremi.



Dai la giusta misura alle cose

Disegno a matita di Flavio Lappo


L’uomo è la misura di tutte le cose diceva Protagora tra il V e IV secolo a. C. Questa considerazione si può intendere come l’uomo è al centro dell’universo, ma anche come il mondo è costruito a misura dell’uomo. Noi vogliamo porre la nostra attenzione sulla necessità, per vivere bene con gli altri e con noi stessi, di lasciare che ognuno dia la giusta misura a tutte le cose. È importante non portare il discorso alle estreme conseguenze, se estremizzata anche una buona idea può diventare pericolosa. Se è bene avere un fisico atletico, scattante e non appesantito, è all'opposto deleterio considerare il cibo e la ginnastica come unici valori dell’esistenza vivendoli come ossessioni senza una giusta misura. Questa frase “l’uomo è la misura di tutte le cose” la possiamo utilizzare in riferimento a ciò che sperimentiamo attraverso i sensi, ma anche a ciò che viviamo nell’interiorità di noi stessi. Facciamo i nostri soliti esempi concreti parlando della soggettività del dolore. Vado dal dentista per un controllo generale ed ecco che appena mi tocca il molare superiore sinistro avverto una fitta. Accade che il dentista mi dica “Non è possibile, questo dente è devitalizzato”. La sua risposta mette in dubbio la mia percezione del dolore creando un senso di sfiducia verso il medico. Andando sul piano sentimentale la stessa cosa accade quando una persona soffre per essere stata lasciata e qualcuno le dice: “Come esageri, dopotutto stavate insieme solo da pochi mesi”. Non ci si può porre come arbitri delle sensazioni altrui e ciò vale anche per i sentimenti, le emozioni, ecc. Questo atteggiamento ci allontana dall’altro, per trovare un contatto devo accettare la sua misura, quello che l'altro avverte: “Chi può dire cosa l'altro prova?” Questa operazione ci evita di essere arbitrariamente arbitri e ci insegna a compatire gli altri nel senso di patire con. Dare la giusta misura ci aiuta, infine, a vivere in modo equilibrato tutte le esperienze.
Maria Giovanna Farina

La nascita del vero sé

Disegno a matita di Flavio Lappo


È importante trovare una strada adatta per superare un momento critico, quel particolare stato che blocca le parole e ci impedisce di dare la giusta immagine di noi stessi. Sì, perché il problema è spesso quello di non riuscire a trasmettere agli altri quello che veramente siamo; le nostre doti sono conosciute a pochi e magari solo a noi stessi e questo stato di cose vorremmo cambiasse. Quando si è lì davanti all’esaminatore, a un superiore o a chiunque possa incuterci timore, si può superare il blocco ricordando una frase che è bene ripetersi per farla diventare parte di noi: “Non me ne importa niente!”, ma se è vero che questa convinzione in molti casi aiuta a prendere il giusto distacco, in altri può non essere sufficiente. Andare all’esame molto preparati è fondamentale perché sarà difficile essere messi in scacco, ma anche questo può non essere sufficiente quando qualcosa di indefinito, da tempo ha bloccato la nostra capacità di razionalizzare. Se mostriamo  insicurezza, la nostra interiorità diventa oggetto di esperienza per l’altro che può abusare delle nostre debolezze e paure. Vi racconto un fatto di cui sono stata testimone all’uscita di una scuola elementare. Uno scolaro di quinta, da anni dileggiato dai compagni di classe e noto solo per il suo carattere mite e poco competitivo, improvvisamente un pomeriggio stupisce tutti. Sbotta dicendo: “Non sono più il Rossi di prima!” butta per terra lo zaino, si rimbocca le maniche e mostra i pugni: “Dai!”. Tutti, compreso il provocatore di turno, rimangono attoniti e nessuno fa un passo avanti. Mostrando il suo coraggio, a tutti fino a quel momento sconosciuto, Luca ha creato quello che la filosofia definisce “rottura epistemologica”, cioè dare una svolta forte al pensiero tradizionale. Il suggerimento che posso dare per far uscire allo scoperto la nostra vera natura è quello di creare una rottura. Per prima cosa, come sempre, iniziamo dalle situazioni più semplici: un nuovo look, un nuovo taglio di capelli che stacchi molto col passato dà il primo segnale agli altri che non siamo più quelle o quelli di prima. Prendiamo così pian piano coscienza del nostro possibile cambiamento, poi la svolta radicale arriverà al momento giusto, quando saremo pronti.     
Maria Giovanna Farina

Catarina e la porta della verità


Catarina e la porta della verità, romanzo di
Maria Giovanna Farina e Max Bonfanti. Collana: Le Relazioni

In copertina: acrilico su tela di Flavio Lappo, 50x70
logo della collana di Flavio Lappo

Scrivere è una ricerca ed una scoperta, la scrittura a quattro mani è un’esperienza rigenerante. Così è stata la creazione poi la stesura del romanzo “Catarina e la porta della verità”, ed. Rupe Mutevole, il primo di una collana che ho il piacere di dirigere; la collana si in titola “Le relazioni” e si propone di raccontare ogni relazione che noi esseri umani viviamo non solo con le persone ma anche con gli animali e gli oggetti. Tornando alla scrittura a quattro mani, è stata una scommessa condivisa col collega filosofo Max Bonfanti. Scrivere insieme è stato mettere in pratica il confronto tra i generi, che tanto mi sta a cuore, per dare alla storia narrata l’equilibrio e la completezza che maschio e femmina insieme possono donare. Questo ci siamo proposti e questo abbiamo realizzato, ma non senza fatica. Il vero confronto porta allo scontro che, se condotto con civile comprensione delle ragioni dell’altro, dà vita alla produzione di una scrittura che scalpita perché vuole venire al mondo senza rinunciare all'individualità ma allo stesso tempo fiera di essere frutto di una collaborazione vissuta senza risparmiarsi.

La storia in breve

Lei bussa alla porta di lui, così accade l’incontro tra i protagonisti principali della vicenda: Catarina e Athos, due esistenze appartenenti a mondi diversi e ad esperienze particolari che sapranno condurli verso qualcosa di nuovo... insieme cavalcheranno il mare della vita alla ricerca della verità. Athos, il commercialista, si saprà trasformare in un improvvisato detective; grazie alla sua anima generosa riuscirà con l’aiuto di altri personaggi della storia a risolvere i nodi esistenziali e le circostanze difficili che Catarina ha incontrato, ma al tempo stesso il “viaggio” sarà per entrambi una riscoperta emotiva del proprio sé e delle proprie radici. Nella vicenda, l’amore, nelle sue diverse espressioni, si mostra come un’irrinunciabile esperienza del prendersi cura reciproco. La storia nel suo svolgersi mette in evidenza le relazioni per scorgerne i lati positivi e negativi, per mostrare quanto la rete di relazioni in cui siamo immersi siano uno straordinario patrimonio nella vita di tutti noi. Un’occasione da prendere al volo, perché bussare ad una porta è un gesto di grande umiltà e allo stesso tempo di incredibile coraggio.

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Ascolta il tuo corpo


Disegno a matita di Flavio Lappo, 2012

Ippocrate di Cos, padre della medicina moderna, aveva compreso già nel V secolo a.C. l’importanza dell’influenza della mente sul corpo gettando le basi della moderna Psicosomatica. Facendo un salto e giungendo al XVII secolo incontriamo Renato Cartesio che a detta di molti avrebbe inferto un duro colpo d’arresto a questo progresso con la sua divisione dell’uomo in res cogitans et res extensa. Non credo che il fine di Cartesio fosse quello di creare una separazione tra mente e corpo,  ma se così fosse ricordo che il vero filosofo, amando la sapienza-conoscenza, non prende nessuna idea per buona, ma la analizza in modo razionale cercando di salvare ciò che è utile ed eliminando ciò che è dannoso per l’uomo. E’ sottinteso che per il filosofo le teorie sono suscettibili a cambiamenti. Possiamo quindi asserire che la mente è separata dal corpo quando c’è carenza di “ascolto del corpo”. Il corpo non mente, analizzando i suoi comportamenti possiamo capire meglio i nostri interlocutori. Il mio suggerimento è quello di abbandonarci di più al corpo. Ad esempio per risolvere certi disturbi di tensione muscolare dobbiamo staccarci temporaneamente dalla nostra parte razionale che spesso ne è la causa. Una postura inarcata delle spalle può significare che stiamo trasportando un peso interiore enorme: mentre cerchiamo di negarlo a livello razionale il corpo lo afferma. Proviamo allora a rilassare i nostri muscoli cercando di entrare in contatto col corpo attraverso la respirazione. Mettiamoci in posizione supina sdraiati su di un divano rigido, sulla sabbia se siamo al mare o su un prato se siamo in campagna, mettiamo sotto la schiena nel punto ove si inarca un cuscino in modo che la pancia sia più in alto rispetto al resto del corpo e portiamo le braccia all’indietro. Iniziamo a respirare con regolarità prima con il torace e dopo un po’ con la pancia. Riusciamo bene in entrambi i modi? Che cosa succede? Il nostro corpo sta iniziando a parlare e la mente può iniziare ad ascoltarlo. Questa posizione favorisce l’affiorare dell’istinto che troppo spesso tentiamo di negare e per essere efficace l'esercizio è da farsi in solitudine. Ascoltare il nostro corpo significa liberarsi in parte dai pesi che gravano sulla nostra anima.
Maria Giovanna Farina

Ascolta il tuo fiuto


Ri-cerca di sé, acrilico su tela di Flavio Lappo
L’olfatto è un importante mezzo di comunicazione che ci mette in contatto con il mondo. Ci sono aromi che ci attraggono positivamente come quello del pane appena sfornato o il profumo di certi fiori, per giungere all'essenza che ci spruzziamo prima di uscire di casa. Ci sono odori che ci mettono in allarme come quello di bruciato, questo richiamo olfattivo è in grado di attivare le paure più ataviche come quella del fuoco. Un odore possiede anche la capacità di renderci allegri o tristi a seconda dell’evento a cui lo associamo: se ci conduce con la mente nel passato può ad esempio ispirarci nostalgia. Ai fini specifici delle relazioni con gli altri, l’aspetto più interessante dell'olfatto come organo di senso è la sua capacità di captare i messaggi non verbali della comunicazione. Gli odori che appartengono ai nostri interlocutori sono un mezzo utile per conoscerli meglio. Chi ad esempio si spruzza molto profumo può voler comunicare il desiderio di prevaricare l’Altro, ma non solo. Può esprimere il desiderio di coprire il proprio odore, quindi un desiderio di occultarsi, di non mostrarsi così come è. Chi esagera col profumo lancia anche un richiamo sessuale, noi umani con la civilizzazione abbiamo perso gli odori che invece gli animali hanno mantenuto e di conseguenza il nostro odore personale è difficile da percepire. Il profumo in questo caso diventa un richiamo sessuale sostitutivo. Pensando al modo di parlare più comune, sappiamo tutti che per traslato si usa dire “avere fiuto” riferendosi ad una persona con una spiccata capacità, quasi fisica, di comprendere quando si trova di fronte ad una ottima occasione. Se ci capita un buon affare o un incontro importante ed evitiamo di ascoltare il nostro fiuto che ci farebbe fare la scelta giusta, commettiamo l’errore di sottovalutarlo a favore della supremazia della ragione. Questo non significa affatto mettere da parte la nostra capacità razionale per affidarci completamente alle sensazioni, ciò sarebbe un azzardo, ma ricorrere al naso come mediatore è un utile mezzo per difenderci dalle delusioni. In definitiva, quando qualcuno “a naso” non ci convince fermiamoci a riflettere perché è la nostra spiccata sensibilità olfattiva che si sta imponendo, stiamo percependo odori rivelatori delle caratteristiche del nostro interlocutore.
Maria Giovanna Farina







Profumare o puzzare, due facce della comunicazione



Acrilico su tela di Flavio Lappo, 2017
Durante la convivenza quotidiana (a casa come al lavoro) spesso ci troviamo a subire passivamente alcuni messaggi che gli altri ci trasmettono più o meno consapevolmente, pensiamo alla puzza che emana chi non si lava, ma anche all’eccessivo profumo o ai tatuaggi, ai piercing esibiti o celati anche sui genitali. Sono casi differenti, ma tutti possono considerarsi messaggi non verbali. Chi puzza, a volte senza rendersene conto, vuole allontanare gli altri o attirare la loro attenzione in modo negativo (vuole apparire come vittima), chi profuma tanto da invadere i locali in cui vive desidera farsi notare e imporre la sua presenza, oppure desidererebbe essere un leader. Al di là dei loro significati simbolici, questi messaggi invadono le nostre vite occupando spazi e condizionando le nostre scelte. Se l’eccessivo profumo del mio vicino di scrivania non fosse di mio gradimento, mi potrebbe provocare nausea o mal di testa e la mia vita al lavoro sarebbe penosa. Ed è qui che deve intervenire il dialogo a partire da quello costituito da gesti. Ogni volta che il “profumatissimo” è presente, possiamo spalancare la finestra: prima o poi lo capirà? Non è detto. La fase due potrebbe essere quella di comprargli un profumo leggero e meno invadente del suo, ma questa è complicata per via dei gusti personali. Non ci resta che dirglielo con molta gentilezza, mettendo in atto il mezzo più efficace che è il dialogo.
Maria Giovanna Farina