IL CIELO SI È STANCATO DI AMARE



Tanto tempo fa l'uomo alzava gli occhi e trovava il mio cielo,
grato di tanto amore gli donai l'azzurro per riempirgli la vita di luce.
Era vivo.
Gli baciai appassionatamente la pelle,
con il mio sole,
per fargli sentire l'amore.
Splendeva.
Attaccai al cielo le nuvole per insegnargli a seguirmi.
Correvamo felici.
Mi inventai la pioggia per piangere con lui nelle notti fredde.
lo rivestii di me.
Imbandii la sua tavola con frutti maturi e straripanti del mio succo.
Fui il suo albero nel suo deserto.
Con la carezza del vento lo trasportai nei ruscelli, sulle montagne e nei mari.
Dimenticò il mio cielo.
Gli donai l'aria per farlo rinascere.
Mi ferì per tanta ricchezza e stesi un manto grigio sulla terra.
Uomo cosa hai fatto al mio cielo?
Oggi, domani e domani ancora,
guarderò i tuoi occhi alzati verso il cielo per scorgere nuovamente il sole,
le nuvole, la pioggia, il vento e l'aria,
ma rimarrò una chimera da dipingere su una parete.
Uomo, nelle tenebre dei ricordi sei solo l’immagine di qualcuno che ho molto amato.
Uomo cosa hai fatto al mio cielo?
Angela Demma





PER UN ATTIMO DI TE



Per un attimo di te amore mio
attraverserei gli oceani del tempo
e le sconfinate praterie assolate
cavalcherei senza sosta alla linea
dell'orizzonte nelle notti accese di luna
Che importa che io sia schiavo o re 
battono e ribattono le staffe d'argento 
correndo veloce nel vento per incontrare 
ancora il sorriso radioso dell'alba
Nulla vale più della carezza di un sogno
memore di quell'antica fragranza 
un istante d'infinito che danza di fiamma


Antonella Massa, poetessa

L'amore è una forza democratica

Opera di Paola Giordano

Questo articolo nasce dopo aver elaborato la decisione di abbandonare, all'inizio del 2019, un progetto culturale di Francesco Alberoni, progetto a cui ero stata da lui invitata a partecipare dopo anni di collaborazione ed un libro in cui lo intervisto. Ho sempre considerato con interesse i suoi studi sul tema dell'amore, ma la filosofia mi ha insegnato a mettere in discussione, a riflettere criticamente, ad andare oltre e ciò con lui non è stato possibile. Anche se con rammarico, ho fatto la mia scelta per essere libera di “criticare” i punti di quella teoria, la sua, non accettabili in toto. Ogni teoria è passibile di revisione e in questa sede considero solo due punti.
Ci si innamora quando si è pronti a cambiare, afferma uno dei nodi fondamentali della teoria di Francesco Alberoni diffusa nel '79 con l'opera Innamoramento e amore. Cosa significa essere pronti a cambiare? Vuol dire essere nelle condizioni favorevoli per mettere in discussione la propria vita, abbandonare la moglie, il marito o semplicemente cambiare fidanzato? Ma siamo pronti a cambiare che cosa? La nostra visione del mondo? Della vita? Questo punto cruciale mostra anche all'occhio poco avvezzo qualcosa di stonato. Ho ascoltato molte persone esperte in materia, ma anche semplici lettori, a proposito di tale passaggio, affermare che non erano d'accordo, che qualcosa di questa tesi non li convinceva: io stessa mi trovavo nella identica condizione di profondo dubbio. E poi la luce della filosofia è giunta ad illuminarmi. Come ci ha insegnato Platone, ciò vale per ogni forma di innamoramento e non solo per quello di coppia, il cambiamento avviene quando ci innamoriamo; Platone parla della “follia” dell'amore che si impadronisce di noi, che altera, per usare un linguaggio moderno, la nostra interiorità e con ciò avviene il cambiamento, una conseguenza dell'innamoramento e non la sua causa. Eros, il putto alato, scaglia le frecce senza preavviso e noi ci innamoriamo senza alcuna condizione né predisposizione a cambiare. Quando, in amore, si dice “Quella persona mi ha cambiato la vita” è perché ha agito in virtù di Eros/Amore. Non a caso in inglese innamorasi si dice, in modo molto appropriato, fall in love, (lett. cadere in amore), esso è infatti una caduta non in senso rovinoso, ma è un rimanere colpiti dalla freccia, è soccombere ad una forza cosmica capace di rimetterci al mondo cambiati, rigenerati, nuovi.
L'amore, lo sottolineo con forza da sempre, non si può racchiudere in una teoria soprattutto se non scientifica. Come ci ha insegnato il filosofo Karl Popper, non si può considerare scientifica una teoria basandosi su fatti che portano solo prove a favore della stessa. La teoria di Alberoni non è scientifica perché usa il metodo induttivo ossia pretende di ricavare da uno o più casi particolari una legge generale al pari di altre non scienze, come ad esempio l'Astrologia. Affermare che ci si innamora quando siamo pronti a cambiare è come dire che i nati sotto il segno dei Gemelli sono portati alla comunicazione per via di alcune congiunture astrali favorevoli al momento della loro nascita...se poi qualcuno che si sente pronto a cambiare si innamora non soddisfa necessariamente alcuna legge universale, allo stesso modo di una persona dei Gemelli che diventa giornalista.
Un altro filosofo, Thomas Samuel Kuhn, ci ha fatto notare qualcosa di diverso. Una comunità scientifica opera all'interno di un paradigma che è un insieme di teorie capaci di definire una tradizione di ricerca e in cui le teorie sono accettate universalmente, un nuovo paradigma si impone quando ha forza persuasiva tanto da raccogliere consenso all'interno di quella comunità: si avrà allora una delle possibili rivoluzioni scientifiche. Con Alberoni non è avvenuto nulla di quanto previsto, piuttosto la sua pseudoscienza dell'amore ha bloccato per tanti anni la nascita di nuove visioni, ma per fortuna da più parti il nuovo spinge per nascere.
Alberoni ha comunque il merito di aver analizzato l'amore di coppia nelle sue fasi e meccanismi, di averci fatto comprendere che l'innamoramento è un “movimento collettivo a due” con le stesse caratteristiche di qualsiasi altro movimento sia politico, culturale o religioso. Questa intuizione l'ha applicata a tutto il suo pensiero, ma riguardo l'amore è necessario andare oltre.
Sia Popper che Kuhn sono passibili di critiche, non li ho citati perché ho fede assoluta nei loro confronti, ma solo per il modello scientifico-critico, indispensabile criterio per riconoscere le pseudoscienze dalle scienze. Le pseudoscienze, come l'Astrologia, soddisfano il bisogno di immaginare una realtà evanescente, una realtà che ci conduce a sperare che tutto sia scritto nelle stelle. La pseudoscienza di Alberoni è del tutto terrena, ma si ispira a ciò che accade in un'élite, una realtà desiderata, ma difficile da raggiungere: è un po' ciò che accade quando leggendo un romanzo sentimentale coinvolgente ne rimaniamo attratti e ci sentiamo parte della storia perché quella storia vorremmo viverla. L'amore, invece, non è per pochi, per parlarne è necessario esplorare oltre l'élite, è fondamentale andare ad indagare personalmente non solo la stretta cerchia dei privilegiati che escono a cena in ristornati di lusso e si scambiano regali costosi durante il corteggiamento, ma è indispensabile scrutare la vita della gente comune: gente che ama e allo sesso tempo vive le privazioni, i problemi economici ed è oberata da mille incognite, gente che sarebbe sì pronta a cambiare ma per prima cosa lo stile di vita. L'amore scaglia frecce a tutti e soprattutto non ha regole se non quelle della fedeltà e del rispetto reciproco: l'amore è democratico.
Un aspetto, addirittura intollerabile, della teoria di Alberoni è il maschilismo. Nonostante il nostro sembri dipingere la donna come un essere da amare, corteggiare e da innamorato considerare la migliore dell'universo, ad un certo punto egli afferma che la donna è attratta dal capo, dall'uomo di potere. L'uomo fisicamente forte e sano è fuor di ogni dubbio capace di dare sicurezza e in previsione della formazione di una famiglia ogni donna, più o meno consapevolmente, desidera un compagno solido che sappia collaborare attivamente alla famiglia, ma che questo soggetto sia necessariamente un capo o un personaggio di potere, non è per fortuna una regola generale; oltretutto relega ancora una volta la donna in un ruolo subalterno, la fissa al concetto per cui una femmina, sotto sotto, cerca il modo di accasarsi con il “riccone” di turno. Dove va a finire l'emancipazione femminile?
In conclusione, non abbiamo bisogno di una gabbia teorica, in amore la libertà è una condizione irrinunciabile, esso è un moto spontaneo che nessuno può regolare; l'amore è, ripeto, una forza democratica capace di catturare ogni strato sociale: esso vuole in cambio nulla se non altro amore.
Non ci resta che rifarci ancor oggi dopo 2500 anni a Platone, colui che per primo ha studiato l'amore comprendendone la natura e le diverse espressioni nell'esistenza umana. Questo è ciò che conta: conoscere le caratteristiche dell'amore per mostrarlo, dimostrarlo e viverlo nella relazione con gli altri siano essi il nostro innamorato, un figlio, un amico o un'idea: al di là del censo. I filosofi lo stanno facendo, ed io mi unisco a loro, cosicché nessuno possa più rubarci l'amore per imprigionarlo in una comoda e conveniente pseudoscienza.
Maria Giovanna Farina pubblicato da Pressenza, agenzia di stampa internazionale




Quando andare al cinema non è solo mero divertimento…


Dal titolo può sembrare un film triste, un film problematico, un film che fa solo riflettere e invece  "LE INVISIBILI", con la regia di Jean Louis Julien Petit, è una commedia delicata che racconta di storie al limite della sopravvivenza. Che racconta certamente di vite difficili, ma con quel non so che di frizzante che rende anche sorridenti i personaggi protagonisti.
Il cast, quasi interamente femminile, è composto di persone che hanno veramente vissuto sempre sulla strada e per le quali la condizione di invisibili, di senza tetto senza lavoro e in alcuni casi senza dignità, è vita vissuta.
Al di là della retorica dobbiamo dire che il film fa piombare lo spettatore in una realtà davvero difficile e complessa, dove oltre alle donne che vivono ai bordi della società si incontrano anche le volontarie dei centri sociali che pure sono persone invisibili a tutti gli altri. Invisibili le prime perché ci passano accanto e noi voltiamo lo sguardo da un'altra parte, ma invisibili anche le seconde, perché non hanno un aiuto, una considerazione da parte delle amministrazioni o dalla burocrazia. Perché devono lottare per ottenere qualcosa, troppo spesso senza riuscirci.
Storie doppiamente invisibili quindi quelle dei  personaggi del film.
 Questa, che in fondo è una commedia sociale, è interpretata da 4 attrici francesi al cui fianco si alternano una dozzina circa di donne che hanno vissuto per la strada; tutte occasionalmente attrici, non professioniste, che hanno interpretato se stesse e la loro vita.
Come dicevamo questa commedia sociale fa riflettere, ma è anche in alcuni momenti leggiadra, frizzante, che ci porta, alla fine a renderci  conto di quanto la civiltà moderna faccia fatica a farsi carico dei più fragili, degli ultimi.
Pur essendo naturalmente una trama di fantasia, c'è molta realtà in questa vicenda perché i personaggi, come dicevamo, sono tutte donne tratte dalla strada, donne che il regista ha seguito e fortemente voluto conoscere intimamente, per un intero anno .
Egli ha voluto conoscere il disagio la povertà la solitudine, ma anche la solidarietà che c'è tra queste donne che vivono la vita degli ultimi.
Il film è ricco di sfumature psicologiche e mette in risalto, nonostante i sorrisi, le umiliazioni e la durezza che arrivano dalla vita ai bordi della società.
Detto così può sembrare che il film sia fatto di illusione durezza e difficoltà, invece alla fine vinceranno l'ottimismo la rivalsa e la capacità di rimettersi in carreggiata.
Queste donne grazie all'aiuto delle assistenti sociali che tanto tempo danno della loro vita, acquistano una nuova dignità una  sicurezza interiore, a volte una nuova professionalità.
Inutile nascondersi che vedere un film come "LE INVISIBILI", può essere per qualcuno come ricevere un pugno nello stomaco, però permette a chi non lo fa per superficialità o perché non ci ho mai pensato o perché è lontano da queste realtà, di aprire gli occhi e vedere quello che succede là dove non arriviamo con la nostra quotidianità.
Il film è, come dicevamo,ambientato in Francia e il regista a lungo ha visitato i centri di accoglienza francesi, ma queste realtà sono vicine a noi, sono dietro l'angolo sono proprio nella casa o fuori dalla casa che confina con la nostra.

 L'invito è quello di guardarci intorno e dare un aiuto, un aiuto che è sempre possibile, perché a volte basta il sorriso...

Giuliana Pedroli, giornalista ed esperta di comunicazione


Il difficile incontro tra le diversità


In un'epoca di forte globalizzazione e di progresso, in cui i cambiamenti tecnologici sono talmente rapidi che si stenta a stargli dietro, in cui tutti sono costantemente connessi con il mondo e gli spostamenti delle persone da una parte all'altra del pianeta si sono centuplicati, è incredibile come nel campo delle relazioni umane si registrino ancora molte situazioni di disagio e difficoltà di comunicazione.
Tutto questo si amplifica laddove la relazione avviene tra individui molto diversi tra loro, come nel caso dell'incontro tra culture differenti o tra persone appartenenti a minoranze o con diverso orientamento sessuale. Nonostante la proclamata e strombazzata cultura dell'integrazione, si verificano ancora oggi situazioni di disconoscimento dell'altrui dignità, di mancanza di rispetto fino ad arrivare a veri e propri casi di violenza e di abuso di potere.
Forse alcune delle cause vanno ricercate negli stili di vita che si sono creati come conseguenza di un mondo mobile, di un’economia in crisi e di una società troppo rapida e competitiva, che richiede prestazioni di alto livello, spesso a discapito del rispetto dell'intersoggettività. Le relazioni sempre più liquide, l'ansia da prestazione, l'egocentrismo e l'individualismo stanno portando le persone a perdere di vista i valori fondamentali che stanno alla base di una buona comunicazione e della stima di sé e dell'altro.
Tra l’altro, la difficoltà ad accettare le persone “diverse” e a relazionarsi con esse in maniera adeguata, e l'atteggiamento persecutorio e violento verso le persone presunte “deboli”, sono il risultato di una fragilità di fondo: chi abusa del proprio potere ostenta una forza e una superiorità che, di fatto, nascondono un'insicurezza di base e il bisogno narcisistico di farsi accettare, in prima battuta, e di prevalere sull'altro, in seconda.
La fragilità e il senso d’inadeguatezza, che spesso si trasformano nel loro contrario, purtroppo li si possono riscontrare anche nella relazione tra persone diversamente abili e cosiddetti “normodotati”, come ho osservato nel mio lavoro come docente di sostegno e di cui ho parlato nel mio secondo romanzo e in alcuni racconti sulla diversità. È difficile riconoscere la soggettività e la ricchezza dell'altro se questo si presenta a noi con caratteristiche diverse da quelle consuete, statisticamente attese. Spesso ciò che è diverso ci spaventa e ci mette in ansia, paventandoci il fantasma di una disabilità con cui tutti, prima o poi, facciamo i conti. Le emozioni che possono scatenarsi di fronte ad una persona disabile, ad esempio, possono essere le più disparate, e possono spaziare dalla compassione all'imbarazzo, dal pietismo al rifiuto, dall'accettazione al rispetto e all'ammirazione. Chi rinnega le emozioni in sé e nell'altro, chi finge che l'altro sia uguale a sé pur di non rielaborare e accettare la sua diversità, commette un errore verso di sé perché impedisce a se stesso di crescere in una relazione che può dare molto in termini di umanità e di scambio di punti di “vista” diversi, ma anche un errore verso l'altro perché lo pone in una condizione subalterna, che lo ferisce psicologicamente e non gli restituisce dignità.
Solo la conoscenza personale e profonda può aiutare a superare pregiudizi e stereotipi e a creare modalità comunicative efficaci, basate sulla capacità di ascolto attivo, di emissione di messaggi autentici e sull’abilità nell’evitare i più frequenti errori di comunicazione.
È importante avere il coraggio di entrare nel mondo dell'altro nel suo pieno rispetto. La capacità di dialogare al di là delle differenze, nell'accettazione di questa diversità, può portare a comprendere aspetti diversi della vita e del suo significato più profondo.
L'incontro tra le diversità, il dialogo, il rispetto e l'arricchimento reciproco sono dunque i valori a cui bisogna ispirarsi per educare le nuove generazioni e per promuovere relazioni che siano sempre più gratificanti, sempre più umane.


Eleonora Castellano, docente e psicologa
(Giugno2015 - Tutti i diritti riservati©) www.eleonoracastellano.com 

Sensitività

Disegno a matita di Flavio Lappo
Della sensazione, come elemento della conoscenza sensibile, se n’è ampiamente occupata la filosofia fin dai tempi antichi, ben prima di Cristo. Con Cartesio il concetto di sensazione inizia ad essere distinto da quello di percezione aprendo in seguito la via al Condillac e alla nascente psicologia, ma ciò di cui intendo accennare in questo breve articolo è relativo alla sensitività in quanto caratteristica di chi o di cosa è sensitivo. Sensitivo è un aggettivo che si riferisce all’attività dei sensi, ovvero di percepire attraverso essi, che nella fisiologia umana sono i cinque ben noti a tutti; però è anche un sinonimo di sensibile per cui si può dire che una persona sia sensitiva quando è facilmente influenzabile da situazioni emotive: da qui è facile trovare la base di partenza per un altro senso, quello chiamato il sesto senso che esula dai cinque tradizionali ed indica una particolare capacità di percepire segnali comunemente ignorati o semplicemente non sempre recepiti che vengono generalmente riuniti sotto il termine di sensazioni. A tutti è capitato nel corso della propria esistenza di provare una certa sensazione non meglio definita per indicare uno stato d’animo molto particolare come l’aura di qualcosa che sta per accadere pur non essendoci elementi concreti tali da poterla prevedere. La cinematografia ha sfruttato questa vena per intrecciare suggestive trame di sceneggiati, film e telefilm care ad un vasto pubblico. La serie televisiva The Mentalist è un esempio in cui un consulente della polizia riesca a risolvere i casi più intricati apparentemente grazie alle sue qualità di sensitivo mentre in realtà è un abile indagatore in grado di cogliere i particolari minori sulla scena del delitto ed essere un grande esperto di comunicazione non verbale. Nel campo del paranormale i sensitivi sono quelle persone apparentemente in grado di “captare” segnali normalmente impercettibili dai più. Allo stato attuale, in ciò non c’è nulla di scientifico nonostante a volte si riscontrino risultati apprezzabili. È innegabile che molte zone del cervello siano ancora inesplorate e quindi sconosciute alla scienza e i cosiddetti savant siano in grado di fare cose impossibili per tutti gli altri: evidentemente riescono ad usare parti dell’encefalo negate alla stragrande maggioranza dei comuni mortali. Però non è tutto oro quello che luccica infatti molti savant, così vengono comunemente chiamati gli individui con capacità mentali superiori, hanno problemi a svolgere alcune semplici attività di routine e presentano anomalie sensoriali come, per fare un esempio, di ipoacusia: è come se usando zone particolari cerebrali abbiano difficoltà a servirsi di altre accessibili ai più. Tutto questo per dire che non c’è nulla di soprannaturale o miracolistico nelle prestazioni extracomuni, ma solo una capacità predisposizionale all’uso di elementi cerebrali inconsueti. Altre anomalie comportamentali lasciano deporre a possibili alterazioni genetiche. Ergo, ogni qualvolta ci troviamo di fronte a fatti inspiegabili o portentosi piuttosto che cercare spiegazioni in alterità metafisiche sarebbe opportuno dedicarsi maggiormente allo studio e alla ricerca e ciò che oggi apparre miracolistico domani avrà una spiegazione scientifica.
Max Bonfanti, filosofo

NOI E I NOSTRI ANIMALI


È frase comune dire -chi non ha animali non può capire-, ma è anche assoluta verità.
Di fronte allo stupore delle amiche che quando mi sentono dire –oggi è la quinta volta che lavo il pavimento- inorridiscono, io mi dico e dico loro che in cambio il mio cane( il pavimento lo lavo per lui che entra ed esce mille volte al giorno dal giardino in casa), mi da molto, molto di più. Ma, appunto, bisogna provare per capire. E quanto sia importante vivere con un animale non tocca a me dirlo, ci sono studi, trattati, fascicoli interi che dimostrano quanto un animale faccia bene a ognuno di noi, anche a chi all’inizio sembra refrattario. Il gatto suscita tenerezza, soddisfa il bisogno di coccole; il cane aiuta a crescere. Avere ed accudire un cane insegna la responsabilità verso gli altri, insegna a socializzare, ad accettare le nostre emozioni. Vivere col proprio cane è vivere quasi una simbiosi affettiva: lui intuisce i nostri sentimenti e vive empaticamente con noi che lo amiamo. Il mio Otto (nella foto n.d.r) corre ad asciugarmi le lacrime se mi vede piangere e se ne va solo quando lo rassicuro, ridendo, che è tutto a posto. Non sanno parlare? È vero, ma sanno il significato di molte parole e ci capiscono. Certo l’introduzione di un animaletto in casa passa attraverso diverse fasi: molti di noi hanno avuto all’inizio un pesciolino rosso, un canarino, un criceto, nel mio caso una coppia di scoiattoli Burundu e poi, solo in un secondo tempo un gatto, un cane o entrambi. La lunga trafila serve a convincere chi in famiglia magari non è d’accordo, ma poi soccombe con piacere all’amore…peloso. Perché dire di no ad un figlio che chiede in regalo un piccolo animale? Perché cresce, sporca e da da fare? Certo è così; l’animale tanto tenero, bisogna tenerlo presente sempre, nel giro di poche settimane è cresciuto ed ha esigenze impegnative. Inutile sperare nell’aiuto dei minori, perché all’inizio giurano e spergiurano che se ne occuperanno in prima persona, ma, passati i primi momenti di entusiasmo… mollano il colpo e scaricano tutto sugli adulti. Ma vuoi mettere la gioia, l’allegria, l’affetto che arrivano in famiglia? cancellano la fatica e l’impegno gravoso. Nove italiani su dieci confermano che vivere con un animale in casa ha fatto bene alla sua famiglia, ha portato feeling e buonumore. Inoltre, al di là dell’impegno non mantenuto, ai ragazzi (oserei dire ai bambini) il vivere con un animale è cosa molto educativa, perché porta ad assumersi la responsabilità, all’abitudine a riconoscere il diverso da sé ed i bisogni degli altri. A tutti fa bene anche sul fronte della salute perché aiuta ad abbassare lo stress, a muoversi, camminare, stare all’aria aperta, ma anche sul fronte dei sentimenti perché un animale trasmette e ci fa vivere emozioni che creano una relazione affettiva insostituibile, e questo fa star bene. Qualcuno dice -un animale no, poi quando se ne va si soffre troppo. - Accidenti se è vero! È uno dei momenti più duri della vita e, dato che noi sopravviviamo ai nostri amici, rischiamo di vivere la triste esperienza più volte. Ma vivere lo strazio di questi momenti aiuta: a sentirsi più uniti, insegna ad occuparsi dei più deboli e ad accettare quello che la vita ci riserva, anche i dolori e le separazioni inevitabili.
Ma come dicevamo all’inizio…bisogna provare per capire.  
        
Giuliana Pedroli, giornalista

Gli opposti si attraggono




La Filosofia antica ci ha lasciato un insegnamento che è stato raccolto e sviluppato dalla Psicologia moderna, ovvero la convinzione che nella nostra mente le idee (o concetti, se preferite) sono associate per contiguità e per contrasto. La contiguità a sua volta implica che due concetti possano legarsi tra loro o perché uno è causa dell’altro o perché vi è somiglianza tra essi. In un caso come nell’altro, sembra che per la mente sia naturale associare immagini, parole, pensieri, sensazioni, ricordi, e quindi concetti e idee, o per una somiglianza di qualche tipo o perché, al contrario, sono uno l’opposto dell’altro. Non è un caso, ad esempio, che esistano i Dizionari dei sinonimi e dei contrari. Sinonimi e contrari possono sembrare lontani eppure sono intimamente vicini. Mi viene in mente un altro esempio, in un contesto del tutto diverso: ci si chiede spesso se le relazioni personali (che siano di natura sentimentale, amicale o professionale) si dipanino meglio tra persone affini o tra persone molto diverse tra loro, che possono integrare le reciproche differenze. La risposta non è univoca e comporta vari livelli. La Psicologia contemporanea di stampo cognitivista ha dimostrato, con fior di esperimenti, che la relazione tra concetti opposti è molto forte, ancora di più che tra concetti simili (pensiamo a come il “bianco” faccia venire in mente in maniera repentina il “nero”, a come il “bene” richiami l’idea del “male”). Una cosa si definisce in maniera netta proprio grazie alla contrapposizione con il suo opposto e dunque vien da pensare che di ciò che è opposto ce n’è proprio bisogno. Uscendo ancora una volta dal campo strettamente mentalistico, mi viene in mente un esempio sociale: i gruppi si rafforzano al loro interno proprio nel momento in cui si profila all’orizzonte un nemico comune. La contrapposizione in campo dialettico, poi, può essere foriera di grande creatività. Hegel, con la triade tesi-antitesi-sintesi, ci aveva già detto parecchio. Gli opposti esistono anche nel comportamento non verbale? Certamente. Ad esempio, una posizione di chiusura del nostro corpo e una di apertura sono all’opposto. Però, a differenza del comportamento verbale, in quello non verbale è possibile ravvisare molte più sfumature tra gli opposti, tant’è che un osservatore attento e sensibile non se le lascerà sfuggire. Basta che la piega della bocca o l’arricciamento del naso o i movimenti degli occhi siano leggermente diversi dal solito, che il nostro interlocutore può rendersi conto che c’è qualcosa che non va, anche se i messaggi non sono eclatanti.
Queste riflessioni sono scaturite dalla mia partecipazione al Laboratorio del Ben-essere di Giugno, che si è concluso con l’idea di avviare, dall’autunno, una sperimentazione filosofico/teatrale sul benessere partendo dal suo opposto, il malessere. Credo che l’idea sia interessante, che mostrare condizioni di disagio e situazioni ricche di problematicità sia un buon modo per indurre nello spettatore riflessioni che lo conducano al desiderio di immaginare (e realizzare) qualcosa di diverso. In ultima analisi, mettere in scena il malessere, le sue origini, le sue manifestazioni sintomatiche può richiamare, per opposizione, il suo contrario, com’è naturale per la mente umana. Ricordiamo, infine, che il teatro coinvolge interamente la persona che sta sulla scena, mente e corpo, e crea risonanze in chi assiste. E quindi, considerata la stretta relazione tra mente e corpo e quello che nasce dalla loro interazione profonda, sul palcoscenico è possibile far emergere tutte le contraddizioni che si annidano nella mente e si manifestano nel corpo e, viceversa, agendo sul corpo è possibile intervenire sulla mente. Gli obiettivi che il nostro Laboratorio si prefigge rimangono sempre gli stessi: trovare nuove vie alla cura facendo ricorso a più strumenti comunicativi, indurre riflessioni e suscitare domande “autentiche”, che non saturino il pensiero, ma che, al contrario, stimolino nuove ricerche e nuovi approcci.


Eleonora Castellano, docente e psicologa
(Tutti i diritti riservati©) 

Madre natura, recensione



Essere madre, la più grande felicità per una donna. Essere figlio di una madre che ti ama, la più grande fortuna per un figlio o figlia che sia. Questo credo sia il messaggio più profondo del nuovo libro, Madre Natura, di Ilaria Grasso che ha scelto lo pseudonimo di Blon Porn Ferret. Credo che con questo appellativo voglia sottolineare quanto la pornografia sia caratteristica di molte manifestazioni umane, molto più deleterie dei film a luci rosse, e con questo nome ci parla senza falsi moralismi, ma con gentilezza, di un tema universale.
La madre è chi ti cresce e ti sa preservare dalle brutture del mondo, la madre è chi è sempre pronta a difenderti, la madre è colei che ti riconosce come figlio anche se non ti ha partorito. La madre rinuncia a se stessa e all'egoismo per amare un figlio. La madre si dà, ama e si sacrifica senza chiedere nulla in cambio. Questa è la natura della madre che è ben espressa nel libro di Ilaria, vi invito a leggere.
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Maria Giovanna Farina

Al supermercato con filosofia

Opera di Flavio Lappo

La Filosofia sa essere lungimirante, chi ne diventa amico acquisisce una forma mentis per esaminare la realtà e le persone in modo multiprospettico, ma soprattutto non si ferma ad osservare al di qua del proprio naso. Il filosofo deve andare oltre. Ricordando anche l'uomo di Nietzsche, non si può fermare al di qua del ponte, ma sfuggendo all'abbaglio agli ammiccamenti può superare se stesso e liberarsi di ciò che lo blocca nella mediocrità.
Questo suggerimento lo si può applicare alla quotidianità e in una rinnovata visione olistica di ciò che ci circonda possiamo diventare capaci di non farci prevaricare, a partire dalle piccole cose. Per applicare concretamente questi suggerimenti, mi lancio in una nuova avventura di filosofia pratica.
Un supermercato vicino a casa mia ha da qualche mese introdotto le casse automatiche, ora siamo nel momento del collaudo e i cassieri vacanti aiutano chi si avventura nel nuovo sistema di spesa fai da te, ma poi quei cassieri che faranno? Aumenteranno la schiera dei disoccupati? Mi sono chiesta, e da quell'istante è iniziata la mia protesta: mi rifiuto nella maniera più categorica di pagare attraverso le nuove casse! Non accetto questa imposizione anche al supermercato.
Mi è capitato che un cassiere mi invita ad accomodarmi presso il marchingegno ed io: "C'è uno sconto?" e al suo sguardo interrogativo ribatto: "Fate lavorare i clienti senza un compenso, io uso le casse tradizionali". 
Qualche cliente della mia fila ha abbozzato un breve sorriso, mentre gli altri, quelli carpiti dalle casse elettroniche, hanno continuato come se nulla fosse. Ecco, il problema di noi italiani credo sia questo: lamentarsi in privato e poi tacere quando è il momento di difendersi.
Ma la riflessione non finisce qui e lo sguardo del filosofo, quello che mi hanno insegnato i grandi a partire da Socrate, va oltre il piccolo abuso quotidiano e si spinge a considerazioni più profonde che interessano l'intero Paese. Le casse elettroniche sono un bel risparmio per la catena del supermercato, una volta ammortizzate le spese di acquisto possono eliminare il costo di qualche cassiere, ma creano nuovi disoccupati che non potranno più fare la spesa: il risparmio è solo apparente.
Questo modo di procedere è tipico del sistema ultra-liberista e improntato all'automatizzazione, certo non ci vuole un economista per ricordarcelo, ma crea una falla difficilmente controllabile e porterà meno introiti al supermercato. Il ragionamento è troppo stravagante? Forse per chi è digiuno di una sana filosofia la risposta è sì.Non ho fatto nessuna straordinaria scoperta, ma ho voluto mettere in luce la punta dell'iceberg sapendo bene che ciò avviene in tutti i campi dell'economia.
Maria Giovanna Farina


La rete e i malcostumi diffusi


Internet è sicuramente l'invenzione tecnologica degli ultimi tempi che più ha condizionato la nostra vita, modificando il modo di comunicare, di informarci, di fare acquisti e di passare il tempo libero.
Tale strumento rivoluzionario, tuttavia, dal momento della sua introduzione su larga scala, ha portato con sé molti pregiudizi e diffidenze dovuti, prevalentemente, alla difficoltà di identificare il proprio interlocutore e appurarne l'onestà. Infatti, valutare l'affidabilità di uno sconosciuto è già difficile quando lo incontriamo di persona, ma lo è ancora di più quando si cela dietro ad un computer.
La tecnologia, tuttavia, si affina sempre più con il passare del tempo, la protezione dei dati personali degli utenti è diventata una priorità assoluta, i sistemi di pagamento elettronici diventano sempre più sicuri, e quella sfera di anonimato che rendeva internet una sorta di terra di nessuno è quasi svanita. Anche le forze di polizia di tutto il mondo sono ormai attrezzate per prevenire fenomeni criminali attuati tramite internet e, quando falliscono in tale attività di prevenzione, molto spesso riescono comunque ad identificare gli autori e a portarli in un'aula di tribunale.
Le regole che governano internet si stanno quindi, sempre più, avvicinando alle regole che governano la vita reale e ormai è assodato che le cose che non si possono fare di persona non possono essere fatte neanche dal proprio computer.
Basta però fare una breve navigata in rete o seguire le notizie di cronaca per rendersi conto che c'è ancora chi, per ignoranza, per distrazione o per spavalderia, fa ancora affidamento all'impunità che garantiva l'anarchica internet degli anni 90.
Un esempio significativo è quello di due ventenni inglesi che, durante gli scontri di piazza avvenuti quest'estate in Inghilterra, inneggiavano alla violenza e al saccheggio creando “eventi” sul social network Facebook. Dopo alcuni giorni i due giovani venivano condannati a quattro anni di reclusione, anche se gli eventi da loro creati in rete di fatto non avevano mai avuto luogo. Per i giudici inglesi il comportamento tenuto dai due giovani configurava già di per sé il reato di istigazione a delinquere ed era pertanto punibile indipendentemente dal fatto che non avesse portato alle ulteriori più gravi conseguenze che i due con molta probabilità si erano prefissati.
Tecnicamente una condanna di questo tipo sarebbe possibile anche in Italia, dal momento che l'istigazione a delinquere è punita con la reclusione da sei mesi a cinque anni, anche se dubito che un giudice italiano valuti una simile situazione con tale severità.
Internet viene, quindi, considerato un possibile mezzo con il quale può essere commesso un reato e il fatto che l’autore sia comodamente seduto dietro la scrivania di casa non toglie le caratteristiche di reato ad atti penalmente rilevanti. Tale concetto, tuttavia, pare sfuggire a molti.
Visitando le pagine dei siti che hanno come scopo l’interazione fra utenti, come blog, social network, siti di condivisione di immagini e video, spesso ci si trova davanti a comportamenti che, oltre a trasgredire le più basilari regole di buona educazione, costituiscono veri e propri reati, a volte all’insaputa del soggetto stesso che li mette in atto.
Partendo dall’esempio sopra citato dei due ragazzi inglesi, che certamente non credevano di commettere un crimine, o per lo meno non così grave, si possono citare i litigi fra utenti che sfociano nel reato di ingiuria e minaccia, i casi di studenti goliardici che prendono di mira un professore spesso commettendo il reato di diffamazione, di utenti che deridono, insultano e minacciano in rete un personaggio pubblico, per non parlare dei casi di utenti che per goliardia, dispetto o con altri fini, celano la propria identità utilizzando dati personali altrui commettendo quindi il reato di sostituzione di persona. Questi sono solo alcuni esempi della violazione della legge che molti utenti commettono senza rendersene conto e senza pensare alle possibili conseguenze penali o anche solo civilistiche, ad esempio richiesta di risarcimento del danno, a cui vanno incontro.
Senza, quindi, considerare i criminali professionisti, fortunatamente in minoranza, che utilizzano consapevolmente internet come uno vero e proprio strumento del mestiere, la rete è anche frequentata da navigatori un po’ spavaldi e un po’ “bulletti” che si sentono in diritto di trasgredire le più basilari regole sociali per il solo fatto che non si espongono mettendo faccia e nome. Infatti, gran parte di questi individui non adottano tali comportamenti nella vita quotidiana e utilizzano internet come una sorta di valvola di sfogo. Per far fronte al fenomeno, molti siti hanno istituito la figura del “moderatore”, pronto ad invitare gli utenti a comportamenti corretti e ad eliminare i commenti più inappropriati. Altri siti hanno un sistema di controllo fra utenti: in pratica sono gli utenti stessi a valutare quanto un soggetto sia affidabile attribuendogli un giudizio positivo o negativo. Indipendentemente dalla possibilità, come visto del tutto concreta, che un utilizzo inappropriato di internet possa portare anche alla violazione della legge, a mio parere la questione sarebbe risolvibile applicando un po’ di buon senso ed educazione. Il rispetto e la correttezza da parte di tutti renderebbero internet più sicuro e affidabile e la polizia postale potrebbe concentrare la propria attività solamente per scovare i veri criminali. Di conseguenza ne guadagnerebbe la società intera dal momento che internet è diventato il principale centro culturale, commerciale e di informazione della nostra epoca, un luogo di incontro e di confronto, svolgendo una funzione pari a quella del Foro all’epoca degli Antichi Romani ma con dimensioni immensamente più vaste. 
Alessandro Bonfanti, dottore in Giurisprudenza

Avverbi di vita


Le mie impressioni dopo aver letto il libro di Claudia Cangemi

Le poesie sanno raccontare in pochi versi un immenso universo di pensieri, sensazioni, emozioni ed esperienze umane. Ancora una volta Claudia Cangemi, giornalista e narratrice nonché poetessa molto stimata, ci ha regalato un libro di belle poesie: Avverbi di vita (ed. La Vita Felice) con postfazione di Elisabetta Bucciarelli. Una raccolta poetica in cui l'autrice ci mostra la sua interiorità fatta di consapevoli delusioni date dal mondo e dalle persone ma dove c'è anche la riparazione e la forza di poter rinascere più forti. Poesie da leggere in solitudine ma anche molto adatte da declamare in pubblico per condividere, per sentirsi più uniti in questo mondo di solitudini contemporanee, così da far nascere un nuovo incontro con l'Altro che ci vive accanto. Forse è questo il vero compito del poetare? Vi offro una delle ultime poesie di questa raccolta, Ponte d'oro, in cui ognuno di voi potrà leggere dove sopravvive con forza la salvezza dell'Umanità. È l'amore che muove l'universo e solo la madre, reale o metaforica, sa diventare un ponte sull'eterno destino degli opposti. Perché la madre è un “avverbio di vita”, un invariabile contenitore d'amore.
Maria Giovanna Farina

Ponte d'oro

La saggezza delle madri
porta nel grembo il mondo
lo nutre e lo protegge
attraverso i millenni
accetando il destino
del più crudele e dolce
tra tutti i paradossi:
farsi ponte d'oro
all'amore che fugge.

Il significato delle nostre affermazioni


Acrilico su tela di Flavio Lappo

Accade, sovente, che si parli, si facciano inferenze e affermazioni senza soffermarsi sul reale significato di quanto viene detto, domanda e risposta. Ciò si verifica sia perché non si considerano nella giusta misura le proposizioni in oggetto e sia perché il linguaggio del parlare tanto per parlare corre su un diverso binario dal linguaggio ponderato e per ponderato intendo le parole espresse con cognizione di causa e se promettono mantengono.


Quante volte, per esempio, abbiamo detto o pensato di dire se fossi in te, se fossi in lui, se fossi in lei” o ancor più pretenziosamente se fossi in loro? Sicuramente tante volte ci sarà capitato almeno di pensarlo, ma ci siamo mai chiesti cosa voglia dire, cosa implichi un’asserzione del genere? Poche, se non mai. La proposizione esprime un paradosso, dice: se io potessi essere dentro di te. È evidente che nessuno può stare dentro un’altra persona se non durante la gestazione. Ma, ammettendo che ciò sia possibile ci troveremmo di fronte a due possibilità: entrare in qualcuno con tutto ciò che ci caratterizza oppure senza, come una tabula rasa, pronti ad essere accolti dall’altro.
Cosa accadrebbe nel primo caso?
Accadrebbe che i due vissuti si “impasterebbero” formando una persona diversa da entrambe col risultato che il “se fossi in te” agirebbe in un modo differente da ognuna delle due persone. Verrebbe meno il proposito dell’asserzione.
Cosa accadrebbe invece nel secondo caso?
Anche in questo caso il proposito verrebbe meno in quanto entrando come una tabula rasa si acquisirebbero in toto le caratteristiche dell’ospite. Sarebbe quindi più realistico dire semplicemente: ”se mi trovassi nella tua situazione” e, anche se i differenti vissuti  nella maggior parte dei casi poco conciliabili tra loro lasciassero poco margine ad un sostanziale cambiamento d’opinione, si potrebbe egualmente dare un suggerimento da un diverso punto di vista. Ciò accade perché il parlare tanto per parlare, si espande ogni giorno sempre più fagocitando il parlare ponderato ed così che si dice “chiamami”, “ti chiamo io” e nessuno chiama oppure “conta su di me, per te ci sarò sempre” e nel momento del bisogno non ci sarà, ma l’esempio più esplicito arriva dalla politica dove il parlare tanto per parlare salvo rare eccezioni diventa una conditio sine qua non.

Max Bonfanti, filosofo analista



Minigonne e pregiudizi

immagine tratta da Il fatto quotidiano

L’altro giorno, camminando per una via di Milano incrociai una bella ragazza in abiti decisamente succinti: una minigonna vertiginosa sopra un paio di calze a rete a larghe maglie nere ed un top che lasciava intravvedere senza troppo aiuto della fantasia un seno prosperoso e dulcis in fundo un paio di scarpe con i tacchi a spillo. Vista senza dubbio piacevole, almeno per un maschio, ma niente di più se nonché dietro di lei, a pochi metri, una donna sulla sessantina che senza farsi troppi problemi, rivolgendosi a me disse: ”Ma dove va quella lì vestita così?” io allargai le braccia come per dire “cosa vuole che ne sappia” e lei di rimando. “E poi dicono che succedono certe cose”.
Avrei voluto dirle che saranno fatti suoi, ma di fronte ad una certa mentalità schiava dei retaggi più retrivi c’è poco da dire, nulla avrebbe potuto fare cambiare idea alla pudica signora.
La frase che più mi ha dato fastidio e da pensare, è stata “e poi dicono che succedono certe cose”, soprattutto perché pronunciata da un’appartenente al sesso femminile.
Che una donna sentenzi contro sé stessa e tutta la sua categoria lo trovo assurdo eppure il maschilismo colpisce anche il cosiddetto sesso debole, anzi a volte sono proprio loro, le donne, a tirarsi la zappa sui piedi cercando di giustificare i comportamenti aggressivi del maschio.
Una donna dovrebbe poter andare in giro anche nuda senza che qualcuno ravveda in ciò un esplicito invito ad usarle violenza, tuttalpiù saranno poi gli eventuali organi preposti ad occuparsene in sede clinica.
Purtroppo molte donne arrivano a giustificare le percosse che ricevono dicendo che se il loro uomo se ne infischiasse di loro non le picchierebbe e quindi le botte sono un sintomo d’amore.
Che fare? Come sempre il problema va risolto alle radici, in primis con un’educazione familiare e scolastica improntata al rispetto delle persone e delle cose.
Non ci vorrebbe molto eppure, complici leggi, mass media, retaggi, la non messa in discussione di certi comportamenti e beceri luoghi comuni, anche le cose più semplici e naturali come dire un semplice grazie o non gettare cartacce per terra possono diventare difficili.
Max Bonfanti, filosofo


Un tiro di dadi non fa una sentenza



In un Paese dove ci sentiamo tutti allenatori quando gioca la Nazionale, tutti dei guru della finanza quando cambiamo banca o il piano tariffario del nostro cellulare, non possiamo esimerci dal nostro ruolo di “giudici supremi” ogni volta che i mass media si occupano di un processo. Non è tanto la legge in sé ad accendere gli animi, ma l’applicazione della legge che spesso suscita sdegno, ira, nostalgia del boia e della pubblica gogna e di ogni sorta di sentimento crudele nei confronti dell’imputato e dei giudici che lo hanno assolto o non lo hanno condannato a rimanere a vita nelle patrie galere. In realtà, tale atteggiamento è spesso arbitrario e determinato del fatto che l’intero apparato di norme che regolano il processo, sia civile che penale, è materia completamente oscura ai più, molto spesso anche ai giornalisti. Non intendo dire che non esistano casi di mala giustizia, quelli purtroppo ci sono sempre stati e ci saranno anche in futuro, ma l’applicazione della legge e l’emissione di una sentenza non avvengono sempre, come spesso giornali e telegiornali tendono a far credere, con un tiro di dadi.
Mi sembra, quindi, interessante soffermarmi su alcuni principi giuridici che stanno alla base del processo e che, forse, aiutano a capire meglio le controverse decisioni dei nostri giudici.
La Costituzione fornisce importanti linee guida stabilendo che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e che la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento (art. 24 Cost.). Quindi, anche il reo confesso deve essere assistito da un avvocato e, se non ne vuole nominare uno di fiducia, gli viene assegnato un difensore d’ufficio. Infatti, al di là del fatto che sia stato commesso o no il reato, la difesa si basa su molti altri fattori che possono influire di molto sull’esito del processo, come, ad esempio, l’intenzionalità dell’azione commessa e la capacità di intendere e di volere dell'imputato. Questi elementi e molti altri ancora possono essere correttamente interpretati solo da chi ha competenza in materia; l'assistenza di un legale è, quindi, indispensabile.
Sempre nella nostra Costituzione, l’art. 27 stabilisce che la responsabilità penale è personale: ognuno, quindi, risponde delle proprie azioni e non di quelle di amici, parenti o conviventi, salvo, comunque, il caso di concorso nella commissione del reato. Tale articolo stabilisce, inoltre, che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva: in caso di condanna in primo grado, se viene proposto appello, o di condanna in secondo grado, se viene proposto ricorso in Cassazione, la pena inflitta non viene eseguita e l’imputato può rimanere in libertà, salvo che non siano state decise misure cautelari nei suoi confronti.
Sempre in tema di condanna penale, l’art. 533 c.p.p. stabilisce che il giudice pronuncia sentenza di condanna “se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio”. Resa famosa dai più celebri film americani, la frasetta “al di là di ogni ragionevole dubbio” è stata introdotta anche nel nostro ordinamento, nel 2006 per la precisione, per rafforzare il concetto che, nel dubbio, quindi in carenza di elementi di prova, non può essere pronunciata una sentenza di condanna.
In tema di onere della prova anche il codice civile, all’art. 2697, stabilisce che “chi vuole far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”.
Sulla questione degli elementi di prova il discorso è sicuramente complesso, ma come principio generale si può dire che i fatti che stanno alla base di una decisione giudiziale, sia civile che penale, devono necessariamente essere provati; ciò, all’atto pratico, comporta non poche difficoltà. Le prove possono essere di vario tipo come le scritture, le registrazioni video o audio, le testimonianze, tuttavia, in molti casi manca la prova del fatto che è l’elemento chiave del processo. Tralasciando il complesso tema delle presunzioni e dell’inversione dell’onere della prova, concetti principalmente applicati in ambito fiscale ma non solo, può capitare che siamo certi di un nostro diritto ma, non avendone le prove, perdiamo la causa o, per tornare all’ambito penale, il criminale del secolo può ottenere l’assoluzione proprio per carenza di prove.
La responsabilità per una assoluzione inaspettata o per la perdita di una causa civile che sembrava dovesse essere vinta in partenza non può, quindi, essere a priori attribuita al giudice, che si deve esprimere solo in base agli elementi che si sono stati dimostrati dalle parti. La responsabilità, quindi, per i giudizi tanto inattesi e apparentemente ingiusti di chi è? Dei p.m. o degli avvocati che non hanno fornito al giudice tutti gli elementi per una corretta valutazione?
Dal mio punto di vista, spesso non si può trovare un responsabile, il p.m. ha un ruolo importantissimo in quanto deve fornire le prove della commissione del reato da parte dell’imputato, alla pari, nel processo civile, l’avvocato deve provare l’esistenza del diritto che il cliente vuole far valere, tuttavia, la prova diretta di un fatto, a volte, è pressoché impossibile da fornire. In questi casi si cerca di dimostrare indirettamente l’elemento “chiave”, provando altri fatti ad esso collegati e costruendo un ragionamento logico per il quale dai fatti noti si giunge al fatto ignoto. Chiaramente, non sempre il risultato è garantito, ma il giudice può fondare la propria decisione solo in base a quanto si è riusciti a dimostrare e alla logicità del ragionamento sottostante.
Per concludere, ritengo che le sentenze “ingiuste” nella gran parte dei casi non siano casi di mala giustizia, ma siano la conseguenza negativa di un sistema di norme processuali che consente l'emissione di una sentenza di condanna solo in presenza di prove certe, al fine di evitare le conseguenze ancor più negative che si verificherebbero se una sentenza potesse essere emessa anche solo in presenza di semplici indizi; in tal caso gli errori giudiziali sarebbero sicuramente molti di più. 
Alessandro Bonfanti, dottore in Giurisprudenza

Libertà…vuol dire anche dimenticarsi a casa il cellulare


La prima volta che succede vai nel panico, ti domandi se non è il caso di tornare a prenderlo, ma come fai, sei già in ritardo, c’è un traffico terribile, bisogna proprio sperare che nessuno ti cerchi questa mattina, altrimenti cosa potrà succedere? Quando arrivi a casa, invece, ti accorgi che non c’è nemmeno una chiamata e tutto sommato nemmeno tu sei morto a non cercare nessuno. In fondo sei sopravvissuto un giorno intero senza quello che ormai è diventato un prolungamento di te stesso. O meglio, un prolungamento della tua testa, della tua mente, il cellulare. Non mi dite che non vi siete accorti anche voi che da quando ci sono i cellulari abbiamo perso molto, ma molto della nostra prontezza, della nostra memoria, della nostra capacità cognitiva se vogliamo. Come quando sono state permesse in classe le calcolatrici e tutti i ragazzi hanno disimparato le tabelline. Ecco, la stessa cosa; ora non ricordiamo più nemmeno il nostro numero di telefono o quello dei nostri cari. Non voglio con questo demonizzare l’uso del cellulare, credo che non ci sia niente di male ad usare e magari cambiare spesso modello di telefonino; ma occorre stare attenti che per ognuno di noi il tutto non si tramuti in una ossessione, una compulsione, come se a tutti i costi volessimo tenere tutto sotto controllo. Personalmente io, anzi, ne voglio riconoscere l’assoluta utilità. Un’uscita notturna, soprattutto se si è donna, un’urgenza, un problema da risolvere, “ah, come facevamo quando non c’erano i telefonini?”- è una frase che sentiamo o diciamo spesso, dimenticandoci però che siamo vissuti bene ugualmente per tanto tempo. Ma ora non potremmo più farne a meno, lo so, ci hanno cambiato la vita e sicuramente l’hanno migliorata, anche se qualche danno ce lo hanno provocato. Forse ci siamo un po’ intossicati dall’uso esagerato, siamo un po’ regrediti intellettualmente, perché non facciamo più il minimo sforzo per studiare, capire, cercare, ricordare… è tutto lì bello pronto sul nostro smartphone, a portata di mano o di tasca. Dico questo perché lo valuto spesso su me stessa: io adoro ricevere questo regalo tecnologico che mi fa ogni volta perdere ore di sonno finché non ne imparo tutti i segreti. In questo preciso momento ne ho uno che fa di tutto e di più se lo lascio fare: mi avverte, mi parla, ha provato a svegliarmi di notte per dirmi che la batteria era carica, con mio sommo spavento, potete immaginare, dato che sapevo di non avere nessuno in casa e quindi nessuno che mi potesse parlare. Insomma, credo che se gli chiedessi un cappuccino s’ingegnerebbe per farmelo. È proprio un gran telefono. Ma per l’amore assoluto che provo per la mia libertà, ho deciso che da questo pur utilissimo e validissimo strumento, non voglio farmi condizionare. Intanto vedo davvero sempre più persone e non solo giovani, che non lo abbandonano un attimo: a tavola (il galateo qui avrebbe qualcosa da dire), in auto, passeggiando a piedi. Convengo che in alcune occasioni si possa aspettare una risposta, attendere un appuntamento, ma non credo che cada il mondo se non siamo tempestivi nel rispondere ad una chiamata, ad un sms. Non credo nemmeno sia una cosa sana che tutti sappiano esattamente dove mi trovo in quel momento o in quel giorno, siamo già controllati e spiati ovunque!  Così, personalmente, quando ho sistemato le cose doverose da fare, aggiustato le relazioni importanti, esco, e guarda un po’, a volte ‘dimentico’ il cellulare. Se all’inizio questo un certo turbamento, una certa insicurezza me lo provocava, ora è un profondo senso di libertà che provo. Certo ci si deve arrivare gradatamente, ma poi, che soddisfazione! Non voglio darvi suggerimenti, lo dovrei fare prima con me stessa, ma spegnerlo ogni tanto, dimenticarlo in auto qualche volta, non può che insegnarci a dosarne l’uso. In fondo avremmo un po’ di frenesia in meno.                      
p.s. - John B. scrive su Giornalettismo: “20 milioni di italiani posseggono un telefonino di ultima generazione e in Italia sono attive più di 150 SIM card ogni 100 abitanti: si può agevolmente concludere che il telefonino contende all’orologio da polso il primato dell’oggetto più “indossato” dagli italiani”. Si racconta anche del loro aumento tra poveri e anziani e le schede ricaricabili hanno visto salire il mercato dell’11%.

Giuliana Pedroli








Il tempo imperfetto

Disegno a matita di Flavio Lappo

Quale epoca della storia non è stata imperfetta? Non credo ci sia stato un attimo della vita dell'essere umano in cui l'imperfezione non si sia posta come caratteristica costante. Forse nient'altro è così fedele come l'imperfezione! Non ce la scrolleremo mai di dosso perché nulla è così costante come l'imperfezione. Ci dà molto fastidio questa realtà e così facciamo di tutto per mostrare il contrario: quando ci riprendono in una foto o in un video siamo ben pettinati, vestiti alla moda, sorridenti. Insomma, quasi perfetti. Ma il tempo imperfetto è anche un modo verbale e fin dalla scuola ci siamo chiesti perché diavolo lo abbiano chiamato così. Semplicemente è un passato di cui non si può ben definire il momento, non è appena passato e neppure passato da tanto tempo: è imperfetto, irrimediabilmente imperfetto come noi. Solo chi accetta questa imperfetta realtà può pensare di migliorare per intraprendere la strada verso la perfezione che mai raggiungerà, ma che riuscirà ad intravedere. La perfezione non ci appartiene ma la possiamo conoscere ed osservare, è un po' come cercare di raggiungere il punto più azzurro del cielo: lo possiamo ammirare ma mai toccare. Chi se ne importa, il fatto di non possedere qualcosa non sempre è un male. Se abbiamo la possibilità di usufruire di una bellissima casa senza che sia nostra, siamo nulla tenenti ma non dobbiamo pagare le tasse. Se siamo imperfetti abbiamo il costante desiderio di perfezione, ma non il problema di pagare l'alto alto prezzo per mantenere in vita l'impossibile...

Maria Giovanna Farina