Esiste la fortuna?

Disegno a matita di Flavio Lappo

Siamo soliti definirci fortunati o sfortunati a seconda degli esiti più o meno positivi delle nostre vicende quotidiane. Essere fortunati o sfortunati è un marchio che ci trasciniamo dietro e che spesso influenza le nostre decisioni, un modo di valutare i nostri risultati che può diventare una zappa sui piedi quando blocca il nostro essere-quello-che-siamo. È stato Aristotele ad analizzare per primo la fortuna sostenendo che si può parlare di caso fortuito solo quando ciò che accade potrebbe essere frutto di una scelta, ma non lo è. In che senso? Ad esempio incontro qualcuno che mi deve dei soldi: potevo andare da lui e chiederli, ma non lo ho fatto. In questo caso ho avuto fortuna, il caso me lo ha fatto incontrare. Nella vita possiamo trovarci per caso al posto giusto e ciò può significare nuove prospettive nel lavoro, un nuovo amore e in generale nuovi orizzonti. Stiamo parlando di fortuna come caso e non di fortuna come destino nel modo in cui intendevano gli antichi Romani, ma allora esiste la fortuna? Sì, se noi la cerchiamo con ordine, criterio e buona volontà. Non dobbiamo cioè dimenticare le nostre capacità e disposizioni e quando ci capiterà un’occasione propizia, allora sapremo riconoscerla e sfruttarla se non ci abbandoneremo alla cieca ricerca di una fortuna qualsiasi. Naturalmente la fortuna non può far tutto da sola:
1) se abbiamo incontrato la persona che fa per noi non continuiamo a lamentarci per piccole inezie, nessuno è perfetto cerchiamo di guardare la persona nel suo insieme
2) se siamo guariti perfettamente da una malattia seria, riteniamoci fortunati e stiamo più attenti ad aver cura della buana salute.
3) se abbiamo ereditato del denaro non sciupiamolo perché questo è voltar le spalle alla fortuna che non esiste come entità reale, ma esiste come buona occasione che prima o poi capita a tutti.
Spesso le nostre lamentele nascono dal mancato impegno nella ricerca e nel riconoscimento della buona occasione che un po’ scaramanticamente chiamiamo fortuna.

Maria Giovanna Farina


Parolacce: da usare con cautela


Le cosiddette parolacce sono ormai da tempo nel nostro comune modo di esprimerci, c'è chi le condanna senza appello e chi ne fa un uso smodato: come sempre in medio stat virtus, la virtù sta nel mezzo. Quando le parole gergali più o meno sconce, lasciando fuori dal discorso le bestemmie che vanno a toccare la sensibilità religiosa delle persone o le imprecazioni contro la madre, entrano troppo nel lessico quotidiano, impoveriscono il linguaggio. In frasi tipo: “Cosa vuoi? Che cos'è questo oggetto? A cosa stai pensando?” il termine “cosa” viene spesso sostituito con una parolaccia che non devo star qui a ripetere. Già il termine generico cosa andrebbe sostituito quando possibile, ma se al suo posto mettiamo la solita parolaccia ecco che ci riduciamo a parlare come dei semianalfabeti; pensiamo a cosa accade ai bambini se non crescono con la possibilità di abituarsi ad un esprimersi ricco di vocaboli. Non imparano la lingua in modo appropriato e crescono con gravi lacune in Italiano. Per genitori ed insegnanti diventa difficile il compito educativo perché i media a volte ingigantiscono il fenomeno e mostrano come modelli ad esempio comici che della parolaccia fanno il loro cavallo di battaglia. Certo i gusti son gusti, ma far ridere è un'arte che si avvale anche di battute semplici per dire grandi verità con ironia usando anche il linguaggio del corpo. Se pensiamo a Charlie Chaplin e al suo celeberrimo Charlot non c'è da aggiungere altro. La parolaccia non va però eccessivamente demonizzata, a volte può servire in un racconto, per liberarsi da un momento di rabbia, per dire a qualcuno che ci ha scocciato fin troppo: naturalmente le parole specifiche esistono per esprimersi elegantemente, ma quando siamo arrabbiati è difficile essere eleganti. Possiamo concludere con una efficace istruzione per l'uso: facciamo un impiego vario della nostra bella lingua e ogni tanto concediamoci qualche deroga, ma che resti tra noi! Tanto non ci sente nessuno...

Maria Giovanna Farina



Cosa significa essere liberi


Cos'è la libertà? Già gli Stoici nel III secolo a.C. ritenevano la libertà una scelta del soggetto, per cui solo il sapiente è libero perché vive secondo natura conformandosi al destino. Ciò significa che sono libero se conosco le cose: se tu conosci le cose non hai sorprese e il tuo comportamento è libero da falsi pregiudizi. C’è uno stretto legame tra libertà e volontà, ad esempio non è punibile chi commette il male contro la propria volontà: non possiamo condannare chi commette una cattiva azione perché costretto. Parlare di libertà vuol dire anche fare i conti con il tema teologico del libero arbitrio, secondo cui l’uomo sarebbe libero di scegliere di commettere il male oppure no. Socrate sosteneva che l’uomo commette il male per ignoranza quando cioè non conosce la via del bene. Il libero arbitrio prevede invece un uomo che conosce e può scegliere. Rimanendo in tema di libertà desidero fare un esempio riferendomi a San Francesco d’Assisi la cui storia ci è nota. Nel famoso film di Zeffirelli “Fratello sole e Sorella luna” viene messa in risalto la scena di quando Francesco si spoglia, letteralmente, degli abiti e si dà alla povertà. Al di là del contenuto religioso, questo spogliarsi ha una forte valenza simbolica ed è un liberarsi di tutto quel bagaglio di stereotipi dei quali il giovane era vittima. Francesco per liberare quel se stesso prigioniero ha dovuto compiere un atto estremo che lo ha reso veramente libero. Ha dovuto esagerare, liberandosi anche di ciò che avrebbe potuto tenere ed in questo modo ha pagato un alto “costo” per la libertà. Questa storia insegna anche che è necessario combattere ogni giorno per la libertà, per conquistarne un pezzettino alla volta, per evitare di giungere pericolosi atti estremi.
Maria Giovanna Farina

Sviluppa la tua bellezza

Disegno a matita di Flavio Lappo

Specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?” “Sei tu mia regina!” Al di là della fiaba che tutti conosciamo questo breve dialogo di Grimilde con se stessa ci indica il potere della bellezza e la lotta per mantenere il primato. Una lotta culturale che ci viene somministrata con le fiabe insieme al latte, fin dall'infanzia: non c'è da stupirci se poi dall'adolescenza e, ahimè a volte ancor prima, entriamo nella spirale trituratrice di una bellezza agognata e bramata più di ogni altra cosa. Fermiamoci a riflettere un attimo: d'accordo la bellezza sfonda molte porte, ma non possiamo concentrarci solo su questo soprattutto se non siamo delle bellone. Devo per forza dirvi che essere belle non è tutto, che la bellezza è soggettiva ed effimera, che non esistono canoni prestabiliti a tavolino...ma questo apparentemente non sembra vero e le giovani donne che si affacciano alla vita devono fare i conti con tutto ciò. Allora vi racconto una storia, una storia vera e non quella di Biancaneve. C'era una volta una ragazza che nell'adolescenza si innamora di un bellissimo ragazzo, lui naturalmente più grande e bellissimo non la nota nemmeno e le sue accompagnatrici sono, tanto per fare il quadro completo, solo delle Barbie viventi. Lei soffre, poi si rassegna e pensa che mai potrà destare in lui il minimo interesse, ma tutto cambia quando pur non essendo diventata bella lo conquista. Come ha fatto? Ha valorizzato se stessa e, acquisendo fiducia nelle proprie risorse, ha imparato che ogni donna deve prima lavorare e valorizzare la propria personale bellezza attraverso trucco e abbigliamento, poi, soprattutto, non fermarsi solo sulle misure e sul nasino: può se-durre con l'intelligenza. Naturalmente se ha voglia di usarla.
Maria Giovanna Farina





Come realizzare i nostri progetti

Acrilico su tela di Flavio Lappo


I piccoli e i grandi progetti dell’esistenza hanno bisogno di una buona elaborazione per essere realizzati. Teniamo conto che progettare è l’attività peculiare dell’essere umano, è un’attività che sviluppa l’intelligenza e testimonia il nostro desiderio di vivere. A volte le idee ci frullano disordinatamente nella mente creandoci uno stato d’ansia e di insoddisfazione difficilmente gestibile perché non sappiamo se riusciremo mai a realizzarle. Quale strada percorrere per raggiungere l’obbiettivo, eliminare il disagio e avvicinarci alla felicità?
È necessario partire da progetti piccoli e di facile realizzazione come ad esempio assecondare il nostro desidero di dare un nuovo ordine al contenuto degli armadietti della cucina. 
- Se voglio un nuovo ordine vuol dire che quello attuale non mi soddisfa, perciò le idee nuove le scriverò su un quaderno
- Successivamente tra le idee che andrò ad appuntarmi farò delle scelte: quali tenere e quale cestinare
- Quando avrò deciso il nuovo ordine sarà il momento per iniziare i lavori
- Prima di svuotare gli armadietti devo trovare un piano d’appoggio provvisorio che non ostacoli i movimenti in casa   
- Ora potrò realizzare il mio progetto sicura della buona riuscita
Questo procedimento applicato ad una situazione molto semplice e non di difficile realizzazione ci dà il metodo, poi possiamo applicarlo a tutti i progetti della nostra vita anche i più ambiziosi. Se ad un certo punto dovesse intervenire nel nostro lavoro un atto creativo, quello non è soggetto a regole e lasciamo pure che si esprima. Lasciamolo venire alla luce così la felicità sarà completa!



Il primo passo verso se stessi

Disegno a matita di Flavio Lappo

Sapere di non sapere è sapere. Possiamo considerare questa famosa frase di Socrate come il punto di partenza della ricerca di sé. Per ri-trovare se stessi è auspicabile iniziare il viaggio con questo presupposto. “Sapere di non sapere” significa essere consapevoli delle proprie mancanze e incapacità, questa ri-cerca può apparire una banalità, al contrario è meno facile di quanto si possa credere. Per orgoglio a volte non si vogliono prendere in considerazione le proprie carenze: “Io non sono capace di …, Io non sono in grado di…” sono affermazioni difficili da ammettere a se stessi, figuriamoci agli altri. La consapevolezza della propria ignoranza, per parafrasare Socrate, diventa anche il primo obiettivo di chi vuole conoscere se stesso. È un’operazione semplice e complicata allo stesso tempo e richiede un po’ di umiltà. Dobbiamo lasciar uscire il nostro essere dall’arroccamento di una chiusura troppo difensiva che ci offre una sola visione del reale, per abbracciare, al contrario, delle possibilità alternative. La ricerca della consapevolezza della propria incapacità vuol dire scoprire ad esempio che non siamo in grado di comprendere le esigenze altrui e di conseguenza non riusciamo ad instaurare buone relazioni. Non capiamo ad esempio nostra moglie o nostro marito. Perché siamo incapaci? Forse non sappiamo ascoltare, forse ascoltiamo solo quello che vogliamo udire e non quello che realmente ci viene comunicato. Forse ascoltiamo solo quello che ci conviene. Se siamo disposti a compiere questo primo passo, possiamo partire alla ricerca e alla scoperta di strumenti utili: il mio interlocutore è di fronte a me, lo osservo, confronto il suo linguaggio verbale con quello non verbale……. E così mi incammino verso l’altro.  

Maria Giovanna Farina


















Attento a con chi parli

Disegno a matita di Flavio Lappo


A volte ci si lamenta della mancanza di riservatezza da parte degli altri, non facciamo in tempo a confidare un piccolo segreto che già ha fatto il giro del quartiere. Spesso la causa di questo spiacevole inconveniente siamo noi stessi: ci fidiamo troppo dell’altrui discrezione. Come evitare di cadere in questa trabocchetto? Innanzi tutto prima di fidarsi di qualcuno è saggio prendere le giuste precauzioni magari con uno stratagemma: sottoponiamo il nostro confidente ad un esame di fiducia raccontandogli un fatto interessante ma completamente falso e stiamo a vedere. Se col passare del tempo questo argomento non è stato diffuso significa che il nostro interlocutore ha buone possibilità di essere un tipo discreto. Al di là delle indagini, non dobbiamo mai scordare la natura dell’essere umano che è quella di essere un raccontatore di storie e quando non ne ha di personali usa quelle degli altri. E poi alcune notizie sono più suggestive delle altre ed il bisogno di raccontare si unisce a quello di primeggiare: sono il primo ad aver appreso che tizio ha bruciato il patrimonio in borsa e l’andarlo a riferire mi eleva come se fossi il detentore di uno scoop giornalistico. Inoltre il “mors tua vita mea”, che fa parte da sempre della nostra parte più nascosta, mi permette di screditare un mio simile attraverso notizie che disonorano e di avere un rivale in meno nella quotidianità. Il “mors tua vita mea” va preso in considerazione in questo caso in modo di simbolico, parliamo di reputazione, e non come una eliminazione fisica di un mio concorrente. Un’altra caratteristica dell’essere umano è quella di colorire il racconto con l’aggiunta di nuovi particolari che vanno ad ingigantire la notizia. Concludiamo ricordando che la comunicazione orale si presta alla distorsione già di per sé e possiamo dimostrarlo con un semplice giochino, quello del passa parola, da fare in compagnia. Ricordate il gioco del telefono senza fili? L’ultimo a ricevere la comunicazione dice cosa gli è arrivato: il più delle volte sarà una parola che non c’entra nulla con quella iniziale. Se poi aggiungiamo ed interpretiamo la comunicazione, figuriamoci cosa salta fuori!

Maria Giovanna Farina













Conoscere per non essere tristi

Disegno a matita di Flavio Lappo

Le situazioni che ci provocano un senso di tristezza, e quindi ci allontanano dalla felicità, sono svariate. Ora non andremo a toccare le vere forme di depressione che richiedono ben altro, ma rivolgeremo la nostra attenzione su un aspetto che in certe giornate primaverili e soprattutto autunnali dà un senso di malinconia a molte persone: la pioggia. Perché le giornate piovose provocano tanto malumore? Il sole rappresenta la vita, al contrario le tenebre rimandano alla morte. Il tempo nuvoloso è una sorta di anticamera ed è per questo che proviamo tristezza ed invochiamo il ritorno del sole.
Quali suggerimenti possiamo tenere presente per guardare le cose da altri punti di vista?
Per prima cosa che la pioggia è indispensabile alla vita e un sole sempre splendente provocherebbe la morte. Sì, ma io sono triste, continuerebbe a dirmi chi vive questi sentimenti. Cosa rispondere? Sei triste perché vedi la tua tristezza solo dal tuo ristretto punto di vista. Una visione allargata ti potrebbe far cogliere la necessità della pioggia che ad esempio aiuta a far crescere quei fiori o quelle pesche che tanto ti piacciono. Le tristezze gestibili dobbiamo elaborarle in questo modo per esorcizzarle. Questo è il procedimento che la filosofia sa offrirci per aiutarci a vivere meglio, ricordando le tante conoscenze già dentro di noi che spesso scordiamo di possedere. Rammentandocene possiamo superare con più facilità quei piccoli ma fastidiosi stati d'animo e avviarci a vivere con più serenità eventi fastidiosi come la pioggia. Se dopo questo discorso siete ancora tristi per la pioggia, beh allora non vi resta che aspettare di nuovo il sole: fortunatamente per molti secoli splenderà ancora!

Maria Giovanna Farina



Addio inutili pudori

Disegno a matita di Flavio Lappo

Gli inutili pudori sono tutti quei comportamenti che rendono più complicate le nostre relazioni con gli altri. Ciò succede quando ad esempio evitiamo di dire o dare qualcosa a qualcuno perché abbiamo paura che la nostra proposta non sia gradita. Magari senza saperlo quella persona non vede l’ora di ricevere la stessa cosa, ma non osa chiedere perché a sua volta... Ciò può accadere con un’amica o un amico, con un uomo o una donna quando magari ci facciamo problemi ad invitarlo/a in qualche luogo e senza saperlo dall’altra parte c’è un gran desiderio di ricevere l’invito: quest'ultimo è il caso più comune di ciò che intendo per inutile pudore. L’inutile pudore non si riferisce solo alla sfera sessuale, ma si estende all’intera gamma di relazioni che intrecciamo durante la vita. Come fare per tentare di superare questo nostro limite?
- Per prima cosa mettiamoci nei panni altrui e chiediamoci cosa penseremmo se ci trovassimo ad avere a che fare con questo tipo di comportamento
- Poi lavoriamo sul concetto di pudore e teniamo presente il suo valore positivo, cerchiamo cioè di usare il pudore nel non violare l’intimità altrui: magari telefoniamo ad un nostro amico all’ora di cena e poi ci facciamo scrupoli ad invitarlo ad uscire con noi perché forse, chissà, avrà altro da fare…
- Ricordiamo che ogni proposta (invito o dono) se fatta con la finalità di arricchire l’altro è sempre un atto d’amore e se l’altro non dovesse capirla non è un nostro problema
- Riflettiamo sul fatto che ogni inutile pudore, se naturalmente non viola la libertà ed intimità dell’altro, frena la nostra evoluzione nel reprimere uno slancio verso chi ci circonda.
L’uomo non può vivere allontanandosi dall’incontro, un modo per non isolarsi è proprio questo non lasciarsi limitare dagli inutili pudori causati, in ultima analisi, dalla paura di ricevere un rifiuto. Tutto cambia se questo temibile rifiuto noi impariamo a viverlo come un limite del nostro interlocutore, un limite che impedisce a lui di conoscerci di più.
 Maria Giovanna Farina

Difendi il tuo luogo segreto

Acrilico su tela di Flavio Lappo

A volte si afferma “Quella persona non la racconta tutta”, lo si dice a proposito di chi immaginiamo abbia un segreto custodito gelosamente, in realtà in ognuno di noi esiste un angolo segreto e privato a cui nessuno può accedere, uno spazio dove nessuno è autorizzato a far luce. Chi ci dà l'impressione di celare un mistero, spesso è qualcuno che difende più di ogni altro lo spazio segreto. Che cosa racchiude e a che cosa serve questo angolo privato? Per prima cosa dobbiamo chiarire che non si tratta di qualcosa di terribile o illegale, non stiamo parlando di chi mente spudoratamente agli amici o al partner o commette un crimine e lo nasconde per non pagarne il conto, ma ci stiamo riferendo a qualcosa di immateriale e legato alla parte più intima della nostra persona. In questo luogo inaccessibile custodiamo certi pensieri che non vogliamo condividere, le sensazioni legate ad un incontro, la vera natura del nostro credere e desiderare. Questa parte di noi è sacra ed è molto utile all'equilibrio della nostra anima perché è l'ultimo scampolo di vera libertà, è la possibilità estrema di difendere la nostra interiorità dallo sguardo indagatore di chi ci vive attorno ed accanto. Anche dallo sguardo della persona che più amiamo questo angolo privato deve essere difeso, a volte può capitare di avvertire il desiderio di aprire anche questa finestra e buttare fuori ogni cosa, ma quasi sempre si finisce per lasciarla chiusa anche perché il contenuto di quel piccolo spazio è così poco concreto da essere difficilmente raccontabile. Per concludere, non sentiamoci in colpa a causa del nostro terreno inviolabile, difendiamolo perché è salutare e soprattutto non pretendiamo di scoprire quello del partner, degli altri, nemmeno quello dei nostri bambini. 

Maria Giovanna Farina

In bocca al lupo

Disegno a matita di Flavio Lappo

I proverbi e i modi di dire popolari sembrano nascondere la saggezza dell'esperienza, ma non sempre vengono pronunciati con cognizione di causa. Siamo abituati a dire una frase scaramantica per non dire Buona fortuna, un augurio questo che a detta degli “esperti” porterebbe male. Scaramanzia e luoghi comuni sono amici per la pelle e ciò non giova alla nostra evoluzione, ma se proprio non possiamo farne a meno prima di pronunciare certe frasi pensiamo un po' di più al loro significato. Se per augurare il buon esito di un esame, di un colloquio di lavoro, della nascita di un progetto diciamo “In bocca al lupo” e l'altro risponde “Crepi!”, non ci rendiamo conto che l'altro si augura il fallimento del proprio progetto? Tutto questo accade perché ci fermiamo ad una prima interpretazione. Prima di tutto chiediamoci cosa significa andare in bocca al lupo: non è solo una cosa rischiosa ma anche un luogo di protezione se tra le sue temute fauci finiscono i cuccioli. Anche la mamma lupa ha un istinto materno e in caso di pericolo mette al sicuro la prole prendendola in bocca. Quindi augurandoci che crepi auguriamo un destino nefasto ai piccoli. E se trasportiamo su di noi tutta questa scena, possiamo immaginare che simbolicamente con quel “crepi” non facciamo che tirarci la zappa sui piedi. Certo, qualcuno potrà obiettare che quel in bocca al lupo significa andare in un luogo pericoloso e per salvarci non ci resta che augurare all'animale la morte, vero anche questo, ma poiché ogni detto ha il suo contrario quando usiamo certe frasi assicuriamoci in che modo le stiamo adoperando. Ogni proverbio ha il suo opposto: pensiamo a “La lontananza fortifica l'amore” e il suo opposto “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” e così tanti altri. Per questo è meglio usare certe frasi seguendo attentamente “le istruzioni”: se siamo dei cacciatori non possiamo che augurarci che il lupo “Crepi”, mentre se la nostra anima è animalista non ci resta che ribattere con un “Grazie”.

Che cosa ci rende simpatici

Disegno a matita di Flavio Lappo

Perché proviamo simpatia per qualcuno? Che cosa ci rende simpatici agli altri? Non c’è nulla di razionale nella simpatia infatti si prova per qualcuno al di là della sua bellezza, bravura, moralità… Essa è qualcosa di diverso dall’amore anche se difficilmente si può provare antipatia per qualcuno che si ama. I filosofi non si sono molto occupati di definire la simpatia, un’analisi esauriente fu condotta dal filosofo tedesco Max Scheler (1874-1928) che fece una netta distinzione tra simpatia e contagio emotivo proprio di un gruppo. Si tratta di quel particolare stato emotivo che vivono ad esempio i fan di un cantante per cui provano la stessa emozione quando lo ascoltano ad un concerto. Questa non è simpatia perché la simpatia è il partecipare ai sentimenti di un’altra persona senza per questo condividerli. La simpatia è comprensione, affettività e magari un certo grado di amicizia senza perdere la propria individualità separata, perciò essa non annulla la diversità tra le persone ma si rivolge all’altro senza rimanere coinvolta nei suoi interessi. La simpatia permette di capire l’altro, di mettersi idealmente nei suoi panni e di scorgere eventualmente i problemi che sono nella sua vita. Con la simpatia si può provare dispiacimento, quando ad esempio un nostro amico perde il lavoro, ci dispiace, lo capiamo e comprendiamo il suo tormento, ma non stiamo male come lui. Concludendo, quando proviamo simpatia per qualcuno è utile approfondire la conoscenza perché la simpatia favorisce un rapporto paritario e di scambio. Alla domanda perché proviamo simpatia per qualcuno possiamo rispondere che chi ci è simpatico, al di là delle sue caratteristiche positive o negative, mette in scena parti di noi a cui siamo affezionati, questa è la ragione per cui è così facile entrare in sintonia e provare simpatia per quella persona. La simpatia è una forza di attrazione che scatta nei confronti di qualcuno, per cui essere se stessi è il modo migliore per essere simpatici. 

Maria Giovanna Farina


Il viaggio come esperienza d'incontro

Mondi separati, disegno a matita di Flavio Lappo

Viaggiare, un'esperienza tra le più desiderate dall'essere umano. Per conoscere nuovi luoghi e altre persone, per sentirsi parte di questo mondo e, perché no, per divertirsi e a volte vincere nuove sfide quando il viaggio si fa avventura. Ma esiste anche il viaggio interiore alla ricerca di quel se stessi dimenticato nella cantina del nostro passato: ricordate la canzone di Lucio Battisti Sì viaggiare? Credo non si riferisse ad un viaggio con un'auto con problemi al motore quando dice: Sì viaggiare evitando le buche più dure, senza per questo cadere nelle tue paure...rallentare per poi accelerare con un ritmo fluente di vita nel cuore gentilmente senza strappi al motore. Qui c'è un bel suggerimento per vivere meglio, è un po' come dire: fai le tue esperienze, evita di metterti in guai troppo grossi, scendi e risali...goditi la vita avendo cura di non sconquassarti troppo! È un po' ciò che dovremmo fare tutti. Allo stesso tempo durante un viaggio in auto nella propria solitudine si pensa ed è in questi casi che il viaggio diventa spostamento verso una località, ma è anche un entrare nel viaggio interiore. In treno, un mezzo più sociale, il viaggio può diventare incontro se ci apriamo ai nostri compagni viaggiatori e allora le esperienze si moltiplicano: andiamo al mare, dentro di noi e fuori di noi in un'esperienza tra le più proficue. Possiamo concludere con il suggerimento di non scordare mai la grande opportunità del viaggio come incontro con noi stessi e con gli altri: nel prossimo viaggio alziamo un po' gli occhi dal libro che stiamo leggendo e spostiamo le orecchie dall'auricolare!

Maria Giovanna Farina




















Cos'è la libertà?

Acrilico su tela, Flavio Lappo, 2017

Cos'è la libertà? Già gli Stoici nel III secolo a.C. ritenevano la libertà una scelta del soggetto, per cui solo il sapiente è libero perché vive secondo natura conformandosi al destino. Ciò significa che sono libera se conosco le cose: il conoscere evita le sorprese e di conseguenza il comportamento diventa libero da falsi pregiudizi. C’è uno stretto legame tra libertà e volontà, ad esempio non è punibile chi commette il male contro la propria volontà: non possiamo condannare chi fa una cattiva azione perché costretto. Per Socrate l’uomo commette il male per ignoranza quando cioè non conosce la via del bene. Il libero arbitrio prevede invece un uomo che conosce e può scegliere. Rimanendo in tema, desidero fare un esempio riferendomi a San Francesco d’Assisi la cui storia ci è nota. Nel famoso film di Zeffirelli “Fratello sole e Sorella luna” viene messa in risalto la scena di quando Francesco si spoglia, letteralmente, degli abiti e si dà alla povertà. Al di là del contenuto religioso, questo spogliarsi ha una forte valenza simbolica ed è un liberarsi di tutto quel bagaglio di stereotipi dei quali il giovane era vittima. Francesco per liberare quel se stesso prigioniero ha dovuto compiere un atto estremo che lo ha reso veramente libero. Questa storia insegna anche che è necessario combattere ogni giorno per la libertà, per conquistarne un pezzettino alla volta, evitando di giungere a pericolosi atti estremi.



Dai la giusta misura alle cose

Disegno a matita di Flavio Lappo


L’uomo è la misura di tutte le cose diceva Protagora tra il V e IV secolo a. C. Questa considerazione si può intendere come l’uomo è al centro dell’universo, ma anche come il mondo è costruito a misura dell’uomo. Noi vogliamo porre la nostra attenzione sulla necessità, per vivere bene con gli altri e con noi stessi, di lasciare che ognuno dia la giusta misura a tutte le cose. È importante non portare il discorso alle estreme conseguenze, se estremizzata anche una buona idea può diventare pericolosa. Se è bene avere un fisico atletico, scattante e non appesantito, è all'opposto deleterio considerare il cibo e la ginnastica come unici valori dell’esistenza vivendoli come ossessioni senza una giusta misura. Questa frase “l’uomo è la misura di tutte le cose” la possiamo utilizzare in riferimento a ciò che sperimentiamo attraverso i sensi, ma anche a ciò che viviamo nell’interiorità di noi stessi. Facciamo i nostri soliti esempi concreti parlando della soggettività del dolore. Vado dal dentista per un controllo generale ed ecco che appena mi tocca il molare superiore sinistro avverto una fitta. Accade che il dentista mi dica “Non è possibile, questo dente è devitalizzato”. La sua risposta mette in dubbio la mia percezione del dolore creando un senso di sfiducia verso il medico. Andando sul piano sentimentale la stessa cosa accade quando una persona soffre per essere stata lasciata e qualcuno le dice: “Come esageri, dopotutto stavate insieme solo da pochi mesi”. Non ci si può porre come arbitri delle sensazioni altrui e ciò vale anche per i sentimenti, le emozioni, ecc. Questo atteggiamento ci allontana dall’altro, per trovare un contatto devo accettare la sua misura, quello che l'altro avverte: “Chi può dire cosa l'altro prova?” Questa operazione ci evita di essere arbitrariamente arbitri e ci insegna a compatire gli altri nel senso di patire con. Dare la giusta misura ci aiuta, infine, a vivere in modo equilibrato tutte le esperienze.
Maria Giovanna Farina

La nascita del vero sé

Disegno a matita di Flavio Lappo


È importante trovare una strada adatta per superare un momento critico, quel particolare stato che blocca le parole e ci impedisce di dare la giusta immagine di noi stessi. Sì, perché il problema è spesso quello di non riuscire a trasmettere agli altri quello che veramente siamo; le nostre doti sono conosciute a pochi e magari solo a noi stessi e questo stato di cose vorremmo cambiasse. Quando si è lì davanti all’esaminatore, a un superiore o a chiunque possa incuterci timore, si può superare il blocco ricordando una frase che è bene ripetersi per farla diventare parte di noi: “Non me ne importa niente!”, ma se è vero che questa convinzione in molti casi aiuta a prendere il giusto distacco, in altri può non essere sufficiente. Andare all’esame molto preparati è fondamentale perché sarà difficile essere messi in scacco, ma anche questo può non essere sufficiente quando qualcosa di indefinito, da tempo ha bloccato la nostra capacità di razionalizzare. Se mostriamo  insicurezza, la nostra interiorità diventa oggetto di esperienza per l’altro che può abusare delle nostre debolezze e paure. Vi racconto un fatto di cui sono stata testimone all’uscita di una scuola elementare. Uno scolaro di quinta, da anni dileggiato dai compagni di classe e noto solo per il suo carattere mite e poco competitivo, improvvisamente un pomeriggio stupisce tutti. Sbotta dicendo: “Non sono più il Rossi di prima!” butta per terra lo zaino, si rimbocca le maniche e mostra i pugni: “Dai!”. Tutti, compreso il provocatore di turno, rimangono attoniti e nessuno fa un passo avanti. Mostrando il suo coraggio, a tutti fino a quel momento sconosciuto, Luca ha creato quello che la filosofia definisce “rottura epistemologica”, cioè dare una svolta forte al pensiero tradizionale. Il suggerimento che posso dare per far uscire allo scoperto la nostra vera natura è quello di creare una rottura. Per prima cosa, come sempre, iniziamo dalle situazioni più semplici: un nuovo look, un nuovo taglio di capelli che stacchi molto col passato dà il primo segnale agli altri che non siamo più quelle o quelli di prima. Prendiamo così pian piano coscienza del nostro possibile cambiamento, poi la svolta radicale arriverà al momento giusto, quando saremo pronti.     
Maria Giovanna Farina

Catarina e la porta della verità


Catarina e la porta della verità, romanzo di
Maria Giovanna Farina e Max Bonfanti. Collana: Le Relazioni

In copertina: acrilico su tela di Flavio Lappo, 50x70
logo della collana di Flavio Lappo

Scrivere è una ricerca ed una scoperta, la scrittura a quattro mani è un’esperienza rigenerante. Così è stata la creazione poi la stesura del romanzo “Catarina e la porta della verità”, ed. Rupe Mutevole, il primo di una collana che ho il piacere di dirigere; la collana si in titola “Le relazioni” e si propone di raccontare ogni relazione che noi esseri umani viviamo non solo con le persone ma anche con gli animali e gli oggetti. Tornando alla scrittura a quattro mani, è stata una scommessa condivisa col collega filosofo Max Bonfanti. Scrivere insieme è stato mettere in pratica il confronto tra i generi, che tanto mi sta a cuore, per dare alla storia narrata l’equilibrio e la completezza che maschio e femmina insieme possono donare. Questo ci siamo proposti e questo abbiamo realizzato, ma non senza fatica. Il vero confronto porta allo scontro che, se condotto con civile comprensione delle ragioni dell’altro, dà vita alla produzione di una scrittura che scalpita perché vuole venire al mondo senza rinunciare all'individualità ma allo stesso tempo fiera di essere frutto di una collaborazione vissuta senza risparmiarsi.

La storia in breve

Lei bussa alla porta di lui, così accade l’incontro tra i protagonisti principali della vicenda: Catarina e Athos, due esistenze appartenenti a mondi diversi e ad esperienze particolari che sapranno condurli verso qualcosa di nuovo... insieme cavalcheranno il mare della vita alla ricerca della verità. Athos, il commercialista, si saprà trasformare in un improvvisato detective; grazie alla sua anima generosa riuscirà con l’aiuto di altri personaggi della storia a risolvere i nodi esistenziali e le circostanze difficili che Catarina ha incontrato, ma al tempo stesso il “viaggio” sarà per entrambi una riscoperta emotiva del proprio sé e delle proprie radici. Nella vicenda, l’amore, nelle sue diverse espressioni, si mostra come un’irrinunciabile esperienza del prendersi cura reciproco. La storia nel suo svolgersi mette in evidenza le relazioni per scorgerne i lati positivi e negativi, per mostrare quanto la rete di relazioni in cui siamo immersi siano uno straordinario patrimonio nella vita di tutti noi. Un’occasione da prendere al volo, perché bussare ad una porta è un gesto di grande umiltà e allo stesso tempo di incredibile coraggio.

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Ascolta il tuo corpo


Disegno a matita di Flavio Lappo, 2012

Ippocrate di Cos, padre della medicina moderna, aveva compreso già nel V secolo a.C. l’importanza dell’influenza della mente sul corpo gettando le basi della moderna Psicosomatica. Facendo un salto e giungendo al XVII secolo incontriamo Renato Cartesio che a detta di molti avrebbe inferto un duro colpo d’arresto a questo progresso con la sua divisione dell’uomo in res cogitans et res extensa. Non credo che il fine di Cartesio fosse quello di creare una separazione tra mente e corpo,  ma se così fosse ricordo che il vero filosofo, amando la sapienza-conoscenza, non prende nessuna idea per buona, ma la analizza in modo razionale cercando di salvare ciò che è utile ed eliminando ciò che è dannoso per l’uomo. E’ sottinteso che per il filosofo le teorie sono suscettibili a cambiamenti. Possiamo quindi asserire che la mente è separata dal corpo quando c’è carenza di “ascolto del corpo”. Il corpo non mente, analizzando i suoi comportamenti possiamo capire meglio i nostri interlocutori. Il mio suggerimento è quello di abbandonarci di più al corpo. Ad esempio per risolvere certi disturbi di tensione muscolare dobbiamo staccarci temporaneamente dalla nostra parte razionale che spesso ne è la causa. Una postura inarcata delle spalle può significare che stiamo trasportando un peso interiore enorme: mentre cerchiamo di negarlo a livello razionale il corpo lo afferma. Proviamo allora a rilassare i nostri muscoli cercando di entrare in contatto col corpo attraverso la respirazione. Mettiamoci in posizione supina sdraiati su di un divano rigido, sulla sabbia se siamo al mare o su un prato se siamo in campagna, mettiamo sotto la schiena nel punto ove si inarca un cuscino in modo che la pancia sia più in alto rispetto al resto del corpo e portiamo le braccia all’indietro. Iniziamo a respirare con regolarità prima con il torace e dopo un po’ con la pancia. Riusciamo bene in entrambi i modi? Che cosa succede? Il nostro corpo sta iniziando a parlare e la mente può iniziare ad ascoltarlo. Questa posizione favorisce l’affiorare dell’istinto che troppo spesso tentiamo di negare e per essere efficace l'esercizio è da farsi in solitudine. Ascoltare il nostro corpo significa liberarsi in parte dai pesi che gravano sulla nostra anima.
Maria Giovanna Farina

Ascolta il tuo fiuto


Ri-cerca di sé, acrilico su tela di Flavio Lappo
L’olfatto è un importante mezzo di comunicazione che ci mette in contatto con il mondo. Ci sono aromi che ci attraggono positivamente come quello del pane appena sfornato o il profumo di certi fiori, per giungere all'essenza che ci spruzziamo prima di uscire di casa. Ci sono odori che ci mettono in allarme come quello di bruciato, questo richiamo olfattivo è in grado di attivare le paure più ataviche come quella del fuoco. Un odore possiede anche la capacità di renderci allegri o tristi a seconda dell’evento a cui lo associamo: se ci conduce con la mente nel passato può ad esempio ispirarci nostalgia. Ai fini specifici delle relazioni con gli altri, l’aspetto più interessante dell'olfatto come organo di senso è la sua capacità di captare i messaggi non verbali della comunicazione. Gli odori che appartengono ai nostri interlocutori sono un mezzo utile per conoscerli meglio. Chi ad esempio si spruzza molto profumo può voler comunicare il desiderio di prevaricare l’Altro, ma non solo. Può esprimere il desiderio di coprire il proprio odore, quindi un desiderio di occultarsi, di non mostrarsi così come è. Chi esagera col profumo lancia anche un richiamo sessuale, noi umani con la civilizzazione abbiamo perso gli odori che invece gli animali hanno mantenuto e di conseguenza il nostro odore personale è difficile da percepire. Il profumo in questo caso diventa un richiamo sessuale sostitutivo. Pensando al modo di parlare più comune, sappiamo tutti che per traslato si usa dire “avere fiuto” riferendosi ad una persona con una spiccata capacità, quasi fisica, di comprendere quando si trova di fronte ad una ottima occasione. Se ci capita un buon affare o un incontro importante ed evitiamo di ascoltare il nostro fiuto che ci farebbe fare la scelta giusta, commettiamo l’errore di sottovalutarlo a favore della supremazia della ragione. Questo non significa affatto mettere da parte la nostra capacità razionale per affidarci completamente alle sensazioni, ciò sarebbe un azzardo, ma ricorrere al naso come mediatore è un utile mezzo per difenderci dalle delusioni. In definitiva, quando qualcuno “a naso” non ci convince fermiamoci a riflettere perché è la nostra spiccata sensibilità olfattiva che si sta imponendo, stiamo percependo odori rivelatori delle caratteristiche del nostro interlocutore.
Maria Giovanna Farina







Profumare o puzzare, due facce della comunicazione



Acrilico su tela di Flavio Lappo, 2017
Durante la convivenza quotidiana (a casa come al lavoro) spesso ci troviamo a subire passivamente alcuni messaggi che gli altri ci trasmettono più o meno consapevolmente, pensiamo alla puzza che emana chi non si lava, ma anche all’eccessivo profumo o ai tatuaggi, ai piercing esibiti o celati anche sui genitali. Sono casi differenti, ma tutti possono considerarsi messaggi non verbali. Chi puzza, a volte senza rendersene conto, vuole allontanare gli altri o attirare la loro attenzione in modo negativo (vuole apparire come vittima), chi profuma tanto da invadere i locali in cui vive desidera farsi notare e imporre la sua presenza, oppure desidererebbe essere un leader. Al di là dei loro significati simbolici, questi messaggi invadono le nostre vite occupando spazi e condizionando le nostre scelte. Se l’eccessivo profumo del mio vicino di scrivania non fosse di mio gradimento, mi potrebbe provocare nausea o mal di testa e la mia vita al lavoro sarebbe penosa. Ed è qui che deve intervenire il dialogo a partire da quello costituito da gesti. Ogni volta che il “profumatissimo” è presente, possiamo spalancare la finestra: prima o poi lo capirà? Non è detto. La fase due potrebbe essere quella di comprargli un profumo leggero e meno invadente del suo, ma questa è complicata per via dei gusti personali. Non ci resta che dirglielo con molta gentilezza, mettendo in atto il mezzo più efficace che è il dialogo.
Maria Giovanna Farina


Lasciamo uscire ciò che siamo


Non siamo soddisfatti di come gli altri ci vedono? Pensiamo che la nostra vera natura sia sconosciuta agli altri e per ciò soffriamo? Il suggerimento che vi posso dare per far uscire allo scoperto ciò che siete è quello di creare una rottura. Vi racconto la storia di Adele, una giovane donna infelice perché relegata in un ruolo imposto dalla famiglia: moglie e madre senza possibilità di scelta. Come poter solo pensare ad un cambiamento quando si hanno due piccoli bambini da crescere che hanno diritto ad una vita senza ansie. È necessario trovare una via d'uscita che soddisfi tutti: si può essere buone madri e donne emancipate. Il nostro cambiamento deve avvenire a partire da piccoli particolari per comunicare senza ferire e né scombussolare troppo chi siamo veramente. Per prima cosa iniziamo dalle situazioni più semplici: un nuovo look, un nuovo taglio di capelli che stacchi molto col passato dà il primo segnale che non siamo più come prima, il discorso deve uscire dal caso che vi ho narrato per applicarsi ad entrambi i sessi e soprattutto ad altre situazioni della vita quotidiana. Poi il cambiamento radicale arriverà al momento giusto, quando saremo pronti. L'importante è non bloccare la nostra rinascita: piccoli step quotidiani e inarrestabili ci conducono alla meta.
Maria Giovanna Farina

Mangiamo l'agnello di cioccolata



Immagine tratta da wired.it
Pasqua come ogni anno è anche momento di condivisione a tavola, momento conviviale di un giorno di festa. Le uova che si consumano in diverse varianti sono simbolo di nascita, l’origine della vita: pensandoci bene anche i mammiferi si formano grazie ad un piccolo uovo fecondato….ma allora perché uccidere un agnello per festeggiare la vita? Per i cristiani l’agnello è il sacrificio del Cristo, è Cristo stesso definito l’agnello di Dio che (morendo) toglie i piccati del mondo, ma ancor prima per gli Ebrei sacrificare l’agnello voleva dire la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Al di là delle secolari tradizioni, oggi c’è una corrente di pensiero che si schiera contro l’agnellicidio pasquale allevato più per soddisfare il palato che per osservare le tradizioni religiose. Come ho scritto qui sopra per i cristiani è Cristo il simbolo del sacrificio e allora cosa c’entrano i poveri agnelli? Una bella torta salata o un dolce a forma di agnello non può sostituire l’immolazione? Direi un bel Sì con la esse maiuscola anche perché stiamo ormai parlando di simboli e i simboli sono qualcosa che rimanda a qualche cosa di concreto: un agnello di cioccolata può diventare simbolo del sacrificio come un agnello di carne. Compreso questo passaggio, si possono lasciare alle mamme pecore i piccoli agnelli senza sacrificarli in massa durante le feste pasquali. E non c’entra il vegetarianesimo, qui si tratta di fare un piccolo ragionamento per capire quanto l’agnellicidio sia inutile oltre che crudele. Per concludere, al centro dell’annunzio cristiano si trova la liberazione dal peccato e la resurrezione dei morti che è anche una resurrezione fisica e non solo dell’anima. E la resurrezione non può macchiarsi di sangue innocente.

Maria Giovanna Farina

Andiamo a vivere sugli alberi


Italo Calvino, scrittore del novecento dove la caratteristica maggiore della sua produzione è una forma narrativa tra il ricordo e la fiaba, è autore de Il barone rampante, una storia originale e fantastica dove l’interprete, figlio di un barone, per ribellarsi ai diktat paterni si rifugia su un albero del giardino per non scendere mai più. Si costruisce una capanna e si sposta camminando e saltando da un albero all'altro. Un racconto che ha affascinato tanti adolescenti in un’epoca della vita così ricca di ribellione, ma è anche un invito a staccare i piedi da terra per vivere un po’ al di sopra e al di fuori dei soliti stretti confini terreni. Camminare sugli alberi permette di staccarsi dalla terra, dalla concretezza. Da ragazzi è più facile da adulti meno, per questo motivo questa storia affascina ed è utile anche agli adulti. Vivere sugli alberi dà la possibilità di osservare la vita da un altro punto dì osservazione e scrutare lo scorrere degli avvenimenti senza esserne direttamente coinvolti. Sicuramente il Barone rampante è stato un ottimista, non è facile credere nella riuscita prendendo una decisione così estrema. Certamente l'incoscienza dell'età aiuta, ma non basta: è necessario un quid per poter cambiare il mondo e lui lo possedeva. A noi non resta che allenarci cogliendo minuti giornalieri di libertà assoluta, magari leggendo questa storia o semplicemente isolando la mente dalla pesantezza quotidiana: almeno per pochi minuti al giorno!
Maria Giovanna Farina

Vivere alla giornata


Pensieri sparsi, disegno di Flavio Lappo, 2013
“Chi vuol esser lieto sia del domani non c’è certezza”, scriveva Lorenzo il Magnifico fautore del tanto decantato carpe diem. Lo sappiamo che non c’è alcuna garanzia di essere vivi domani ma nemmeno tra un attimo per cui non ci resta che goderci l’attimo. Il problema è non farsi ingannare da una falsa idea del “carpe diem” che non è essere dei goduriosi asserviti al piacere, allo sperpero di denaro e alle gozzoviglie perché tanto domani chissà se saremo ancora a questo mondo. Vivere alla giornata è da ottimisti nella misura in cui l’oggi non oppone resistenza al domani, in che senso? Se per vivere alla giornata non mi trattengo e mangio un chilo di cioccolato, è chiaro che starò male quindi se sono ottimista non penso che tanto non mi succederà nulla, bensì con il ragionamento produttivo arriverò alla conclusione per cui è bello godersi la vita oggi se anche domani potrò averne un bel ricordo e non un mal di pancia colossale che mi costringe alle cure mediche e quindi a trascorre del tempo nella sofferenza. L’ottimista sa vivere alla giornata perché ha compreso che godersi la vita non vuol dire riempirla di eccessi. Maria Giovanna Farina

Siamo quello che mangiamo


Siamo quello che mangiamo, diceva il filosofo. Mai frase è stata più bistrattata e usata dagli addetti del cibo. Questa citazione del filosofo Feuerbach rimanda alla concezione per cui siamo costituiti da molecole tenute in vita da ciò che introduciamo con il cibo e l’anima cristianamente intesa non esisterebbe. Se è vero che il cibo buono o cattivo sa modificare il nostro corpo in meglio o in peggio, il corpo si ammala e vive in salute anche a causa del cibo, è anche importante dare il giusto valore alle parole e non appropriarsene arbitrariamente, nella modernità il “siamo quello che mangiamo filosofico” ci può servire per ricordare la profonda influenza del corpo sulla mente e viceversa ma dal punto di vista delle nostre relazioni. Escludendo il pensiero di Feuerbach perché troppo materialista nel suo eliminare il lato spirituale dell’essere umano, ma escludendo anche gli spot pubblicitari dei cuochi, direi che ciò che mangiamo va oltre quando le nostre scelte sono etiche. Pensiamo al vegetarianismo o al veganismo e alla lotta contro la sofferenza animale di chi segue questo ideale di vita: fa molta differenza mangiare carne o non mangiarla. Le nostre relazioni sono anche con gli oggetti, con gli animali oltre che con le persone, per cui siamo quello che mangiamo, come lo mangiamo e con chi lo mangiamo.

Maria Giovanna Farina

Trovare la tranquillità

Foto di Marisa Colantonio


A volte lo sconforto sale alla coscienza e non capiamo nemmeno a cosa sia dovuto, percepiamo un malessere di fondo giungere fino in gola ma non sappiamo come contrastarlo. Prima di affidarci a qualsiasi rimedio, troviamo un angolo in mezzo alla natura, uno spazio anche piccolo ma solo nostro. Non è difficile individuare un fazzoletto di verde con due alberi o dei cespugli e qualche fiore: sediamoci lì e cerchiamo il più possibile di entrare in contatto con la natura. Più volte mi hanno chiesto come si fa a svuotare la mente e a non pensare: sedersi sull’erba e cercare di entrare in sintonia con i fiori, le foglie, i fili d’erba e il profumo della natura è la strada giusta per non pensare ad altro se non a questa esperienza semplice e capace di farci ritrovare la pace interiore. Cosa c’è di meglio che la tranquillità dell’anima, una pace ritrovata nel silenzio di una meditazione senza troppe pretese di giungere chissà dove, quello che ci serve è ritornare alla semplicità che la vita di oggi tende a distruggere. Annusiamo la vita attraverso la semplicità di un rinnovato ascolto di noi stessi mettiamoci in ascolto silenzioso di noi stessi: questo è il rimedio vincente.

Maria Giovanna Farina

Voglio essere felice

Felicità, disegno a matita di Flavio Lappo

Voglio, già lo voglio! L'erba voglio non esiste neppure nel giardino del re, mi diceva la nonna. Come a dire che non è bello affermare in modo imperativo “Lo voglio”. Si dà l'impressione di essere dei despoti, arroganti prevaricatori.... A distanza di anni non sono d'accordo perché affermare la propria volontà è il primo passo per la salvezza. 
Pensiamo ad un malato affetto da una patologia severa e alla sua volontà di salvarsi: la volontà conta, eccome! Se ci si lasciasse andare al pessimismo e allo sconforto più nero, si perderebbe il forte impatto della volontà nella cura e sicuramente verrebbero meno molte opportunità di guarire. Così è per la felicità che non è una costante della vita nemmeno per chi è felice, ma è fatta di piccoli attimi da saper catturare. Se voglio la felicità certamente la otterrò a patto di organizzarmi con cognizione. Per essere felici è indispensabile saper apprezzare le piccole cose, siamo tutti d'accordo su questo punto. Non lasciatevi condizionare da farle idee: avrete provato a mangiare una grande quantità di un cibo che amate, come è andata a finire? Mal di pancia, senso di nausea, aumento del peso corporeo... da lì nasce l'idea che la felicità si paghi a caro prezzo invece non è affatto vero. 
L'errore è il nostro, quando cerchiamo la felicità nel posto sbagliato. Essa non si trova neppure nel possedere molti beni perché l'ansia di possederne sempre di più e la paura di perdere quelli ottenuti allontana da una vita felice. Non ci resta che arrenderci alla povertà? Assolutamente no. Per essere felici bisogna lavorare per trovare l'equilibrio.
Maria Giovanna Farina

Una fiaba che fa bene anche agli adulti



Con la fiaba paradossale di Pippi Calzelunghe, una fiaba per bambini che fa bene anche agli adulti, il messaggio e l’insegnamento sono libertà e responsabilità. Pippi vive una vita libera, fa cose strane e incredibili come camminare senza mai posare i piedi sul pavimento (cammina sui mobili, si arrampica sui lampadari, ecc.), non ha genitori che le dicono cose fare eppure vive senza paure. Questa storia surreale fu inventata dalla Astrid per la sua bambina ammalata di polmonite ed è diventata un successo mondiale, un motivo ci sarà. Le favole devono far volare la fantasia dei bambini ed infondere in loro la sicurezza necessaria per sperare di poter superare da soli le difficoltà che la vita presenta ad ognuno.  Non sarà che ci siamo dimenticati in un angolo della cantina il nostro essere bambini? Le regole sono indispensabili per una crescita equilibrata, ma se ce ne hanno date troppe rischiamo di sentirci soffocare e una storia come quella di Pippi ci può aiutare. Essere liberi di fare quello che si vuole è il desiderio di tutti, ma come finisce la storia di Pippi? È una pura illusione sperare di essere del tutto liberi, è più reale impegnarsi per vivere serenamente ka vita. Ma se vogliamo sognare e divertirci, leggiamo Pippi.

Maria Giovanna Farina

Quando dobbiamo sospendere il giudizio

Mille possibilità, Flavio Lappo, acrilico su tela, 2010
Quando qualcuno tace e non reagisce agli insulti o semplicemente non esprime la propria opinione si dice che “chi tace acconsente”. Ma questo se da punto di vista della legge è un criterio applicabile, nella vita quotidiana si può tacere per motivi diversi e non solo per accondiscendere. Per paura di essere contraddetti, per paura di fare brutta figura o semplicemente per paura di non saper riuscire a controllare le parole, si tace. Quando ad esempio in ufficio o in qualsiasi altro posto non diciamo quello che ci sta passando per la testa altrimenti son guai, lì non si tratta proprio di tacere per acconsentire, ma per evitare la “catastrofe”. E allora ricorriamo ad un filosofo nato nel 360 a.C. Pirrone di Elide il capostipite della scuola scettica. Questo filosofo introdusse la sospensione del giudizio (in greco epoché), sosteneva infatti che quando ci si trova dinnanzi a qualcosa per cui non siamo in grado di dare un giudizio di un certo valore è meglio sospendere temporaneamente di proferire. Vorrei far notare che epoché non è paragonabile al no comment in quanto quest’ultimo significa che non esprimo giudizio, mentre epoché è una sospensione temporanea per preparare la risposta più consona e adatta. Quindi ripetete con me: epoché! E nel frattempo avrete il tempo per trovare la risposta giusta e fare la giusta e bella figura. Vedete che c'è sempre la miglior soluzione!

Maria Giovanna Farina