Perché non posso contare su nessuno?


Capita che le persone si mostrino disponibili, promettano aiuto e appoggio, poi nel momento del bisogno si rivelino completamente all’opposto. In questi casi dobbiamo superare la tentazione di essere generalisti e di fare di tutta l’erba un fascio. È vero, può accadere, ma a volte siamo noi a credere che “tanto sarà sempre le stessa cosa”, che non troveremo mai qualcuno su cui contare veramente. Questo modo di pensare è provocato da tre fattori principali, conoscerli ci aiuta a superare le difficoltà.
Il pessimismo. È legato a come siamo cresciuti e a come ci hanno educati, ma anche a qualcosa di più intimo, altrimenti sarebbe difficile spiegare come alcune persone, nonostante una vita ricca di eventi spiacevoli e difficoltà di ogni tipo, continuino a conservare un certo grado di ottimismo. L’ottimismo, e non l’incoscienza, aiuta a credere che prima o poi una persona seria la incontreremo. Per Aristotele il giusto mezzo ci rende felici e ciò possiamo applicarlo anche nel considerare senza eccessi le diverse situazioni.
La bassa considerazione di sé inibisce i rapporti con gli altri. Ecco un caso che può essere capitato a noi o lo abbiamo notato come comportamento altrui: una nuova conoscenza ci invita a casa sua, organizza una cena in compagnia anche di altre persone e ci dimostra di avere piacere della nostra presenza. Se siamo mossi dalla convinzione di non meritarci la sua amicizia, quando ci congediamo tendiamo a ringraziare esageratamente o a addirittura chiedere scusa per il presunto disturbo arrecato. E ripetiamo le stesse parole ogni volta. È bene tener presente che la scarsa considerazione di sé induce in comportamenti che possono essere mal interpretati.
Si finisce così nella “superstizione”, nella convinzione di avere il marchio del non essere meritevoli. Pensiamo che ci capiterà sempre la stessa situazione negativa come se fossimo predestinati. Ma non è così. Per uscire da questa condizione e migliorare l’opinione di noi stessi bisogna desiderare fortemente un cambiamento: abbandoniamoci per un istante agli altri e godiamoci l'invito a cena senza troppo ringraziare. E qualcosa cambierà!
Maria Giovanna Farina

Il cibo è comunicare



Nutrirsi a volte diventa il problema della vita, non perché ci manca il cibo ma perché con esso abbiamo un rapporto strano. Senza condurre il discorso verso vere e proprie patologie, i cosiddetti disordini alimentari, rimaniamo nell'area delle difficoltà gestibili con la riflessione personale. Il cibo è comunicazione? Altroché! Comunicazione con se stessi e con il mondo. Se invito qualcuno a pranzo e dopo aver carbonizzato l'arrosto gli faccio trovare una scatoletta di tonno e due foglie di insalata posso volergli dire che non avevo tanta voglia di invitarlo, ma per qualche obbligo che sentivo nei suoi confronti l'ho fatto lo stesso. Ciò non significa che ogni volta si brucia qualcosa il significato è quello, ma potrebbe esserlo. Nutrirsi è comunicare anche con il proprio corpo, vi sarà capitato di provare un irresistibile desiderio di riempirvi la bocca di zucchero? Potrebbe essere dovuto ad un calo di zuccheri nel sangue e subito il nostro istinto di autoconservazione si sta mettendo in moto per sostenerci. E che dire delle grandi abbuffate per reagire ad un amore finito? Altro esempio di come, tentando di superare una delusione, ci si butta a capofitto nelle torte alla panna o si trangugia una tavoletta di cioccolato: il loro sapore rimanda al latte e al ventre materno. Quando siamo in difficoltà è naturale voler tornare bambini, ai bei tempi in cui la mamma ci accudiva; ciò non deve farci sentire deboli e infantili: allora il cibo faceva parte del suo accudimento, oggi rappresenta solo un nostro bisogno di gratificazione. È interessante anche imparare a notare quali sono le vivande che più amiamo offrire ai commensali, li c'è senz'altro una parte di noi, qualcosa che desideriamo condividere, qualcosa di speciale da comunicare. infine ricordiamo che l'atto di nutrirsi è sempre un atto d'amore verso noi stessi.
Maria Giovanna Farina



Intervista a Nicoletta Poli


In occasione dell'uscita del suo ultimo libro, ho incontrato Nicoletta Poli, filosofa e consulente filosofico, per conoscere che cosa l'ha spinta a raccontare questa storia.

Sul ponte dell'arcobaleno”, il tuo nuovo romanzo. Non si anticipano i contenuti di un romanzo per non togliere il gusto della scoperta leggendolo. Cosa ti ha spinta alla scrittura di questo libro?

"Sul ponte dell’arcobaleno” nasce, come al solito ed anzitutto, dall’esigenza di vivere più vite e di immedesimarmi in personaggi anche molto diversi da me per sperimentare nuove emozioni ed apprendere sempre più dall’infinita variegata natura umana. Ma nasce anche dall’esigenza di denunciare un sistema gravido di contraddizioni, permeato da una totale assenza di etica in un’Italia che avvalla le mafie e deride l’onestà di molti cittadini che vorrebbero un mondo migliore. E poi nasce dalla consapevolezza della nostra mortalità, di quel destino comune che dovrebbe stimolarci a lasciare un segno di benevolenza su questa terra. Infine, uno stimolo importante è stato rappresentato dal mio amore per gli animali e per la natura.
Ci sarà un momento in cui ci si ricongiungerà con chi abbiamo perduto sul ponte dell’arcobaleno, animali compresi. Ne parli come di una leggenda, ma al di là di ciò possiamo trovare in questa idea un significato simbolico utile alla nostra vita?
Che la vita è preziosa e che ognuno di noi ha la sua missione in questo mondo. Bisogna amarla la vita e valorizzare al meglio il tempo che abbiamo a disposizione. E comprendere che la vita è un miracolo e anche il fatto di essere amati è un miracolo. L’amore - per esseri umani ed animali – è il fil rouge che ci connette e ci fa ritrovare tutti, prima poi, fratelli in questo universo.
La malattia è un attacco cruento ad una parte di noi, il corpo: dobbiamo conviverci, trovare la forza di guarire per andare avanti e guarire. Cosa lascia questa esperienza?

È come scoperchiare il vaso di Pandora e trovarsi improvvisamente la speranza tra le mani. Una cosa che luccica, bella ed attraente, ma che non è così semplice da portare con sé tutti i giorni. Poi piano piano impari a conviverci, scoprendo che senza di lei non potresti più esistere. E la vita assume tutta un’altra prospettiva: più umana, meno ego centrata, più comprensiva nei confronti della sofferenza altrui. Si viaggia più in rete, come dire. Capisci che siamo tutti indissolubilmente legati gli uni agli altri con un unico comune destino: quello di essere a termine. Ma in questo viaggio a termine apprezzi la memoria del mondo, la meravigliosa gioia di vivere e raccontare.

Quali sono gli esseri più capaci, e per questo irrinunciabili, di starci accanto e farci superare il momento difficile?

Innanzi tutto siamo noi stessi che dobbiamo saper convivere con la consapevolezza della nostra finitezza. Poi, certo, anche i famigliari, gli amici che però non puoi sovraccaricare di responsabilità ed ansie. E anche gli animali, in particolare i gatti che amo infinitamente per la loro discrezione e silenzi pieni di parole.

Anche la morte conduce metaforicamente ad una rinascita, un filosofo pratico come affronta questo passaggio della vita?

Come dice qualcuno, dovremmo morire un po’ ogni giorno per capire il senso profondo della nostra vita. Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e, quel che forse sembrerà più strano, ci vuole tutta la vita per imparare a morire. E, dopo la morte, la rinascita. Nei momenti difficili della vita la filosofia è l’unica medicina che ci può aiutare ad accettare la nostra finitezza. La filosofia nasce dall'esigenza dell'uomo di rispondere alle domande fondamentali della vita, ed è, come dice Aristotele, attività "nata dal dolore e dalla meraviglia". Filosofia è dialogo. E il dialogo non è gioco, una chiacchiera, è una cosa seria. Il dialogo, come dire, “sbroglia delle matasse”, come ben ci insegna Socrate, arriva ad una sorta di verità provvisoria. E Socrate vedeva nella filosofia lo strumento principe del risveglio della coscienza morale. Il filosofo pratico può sostenere la persona a pensare più chiaramente, ad indagare nel magma della sua – spesso tacita e non consapevolizzata - filosofia di vita e del suo sistema di valori. La nostra è una professione meravigliosa che può aiutare tante persone che hanno problemi di diverso tipo. La filosofia cura l’anima e fa diventare saggi e felici. Il riprendere in mano la propria vita, conquistare il coraggio di vivere e pensare con saggezza è una delle finalità della consulenza filosofica. Ho visto tante persone che, facendo questo percorso, sono come risorte, hanno visto aprirsi davanti tante strade e tante opportunità impensabili.

Perché leggere il tuo romanzo?

È un libro che, a detta di alcuni scrittori che l'hanno letto, incuriosisce al punto che si legge in un paio di giorni, commuove, intriga e fa riflettere su molti temi. A mio modesto parere, per essere efficace, uno scrittore deve attenersi alla verosimiglianza anche se il tessuto narrativo è completamente fuori dalla realtà. Un personaggio deve essere credibile anche se vive ed opera su Plutone. E poi bisogna avere la capacità di inventare delle storie credibili anche su un terreno poco credibile e di scindersi in tante anime differenti che possono dialogare tra loro. Forse la scrittura è più un’operazione di dissolvimento dell’ego in tanti io, una sorta di operazione schizofrenica. Talvolta terapeutica e talvolta no. Io ci ho provato. E a detta anche dell’illustre prefattore Gian Ruggero Manzoni, che stimo come artista a 360 gradi, sembra che ci sia riuscita. Ma bisogna migliorare. Sempre.

Maria Giovanna Farina




Il libro: Sul ponte dell’arcobaleno” è un romanzo che narra le storie di Lucia, Petrella, Carla, Marcello, Visone e Karma ossia di sei personaggi molto diversi tra loro per età e vissuti, con in comune eventi stranamente similari e magiche coincidenze: una forte passione amorosa, l’appuntamento con la patologia incurabile di un proprio caro, l’incontro con gatti e cani dal nome Medone, la speranza di approdare prima o poi al luogo leggendario del ponte dell’arcobaleno ove si potranno riabbracciare  finalmente umani e animali tanto amati in vita. Lucia, Petrella, Carla, Marcello, Visone e Karma snocciolano la loro vita intensa, complessa, gravida di avvenimenti e talvolta spericolata, sullo sfondo della storia dell’Italia contemporanea tra amori, truffe, mafia, n’drangheta, camorra, massoneria e sogni di un mondo migliore.   Prefazione di Gian Ruggero Manzoni ed. Book Sprint 





Vecchi motivi e nuove pubblicità


Oggi vorrei parlare di pubblicità e musica intesa come accompagnamento degli spot.
Tutti gli inserti pubblicitari, o quasi tutti, prepotentemente insinuati a volte come indotti da una coazione a ripetere, in ogni programma televisivo o radiofonico, ma principalmente televisivo, sono associati a brevi motivi musicali per meglio imprimere nella mente il prodotto reclamizzato. Ciò detto, ho notato che sono sempre più brani d’altri tempi, refrain di canzoni di successo degli anni passati anche da oltre cinquant’anni. Mi sono preso la briga di segnarli e ho superato abbondantemente la decina. Tutte canzoni intrise di vera musicalità, armonie difficili da trovare nelle attuali sempre meno musicali e prive dell’amore che contrassegnava quelle di un tempo, in particolare i pezzi rap.
Mi sono chiesto quali fossero i motivi a spingere i pubblicitari verso questa scelta e senz’altro una orecchiabilità piacevole che non faccia venire voglia di togliere l’audio o di cambiare canale ha il suo peso, ma non credo che sia solo questo visto che i giovani si sono ormai abituati alle cacofonie volgari e ultraripetitive.
In quanto al non pagare i diritti d’autore, non penso poiché hanno la durata di settant’anni e poi non credo che influiscano molto sul budget di uno spot quindi il punto sta forse nel termine “giovani”: le pubblicità dedicate a loro sono una minoranza, per lo più sono rivolte ad un pubblico adulto se non anziano, un target che ha conosciuto la vera musica e aborrisce, fatta eccezione per alcuni brani musicali attuali degni ancora di essere definiti tali, il prodotto dei vari rappresentanti di ciò che va per la maggiore oggi.
A dire il vero ci sono anche alcuni prodotti destinati ai giovani che vengono associati a motivi datati come per esempio la pubblicità di Aperol Spritz che ha scelto happy together un motivo in voga negli anni sessanta, ma sono casi rari.



Qui di seguito sono annotati alcuni brani delle canzoni usate come sfondo musicale degli spot e le relative aziende commerciali che sono riuscito ad individuare:










1 - Come prima                        adottata   da                          Prima, compagnia di assicurazioni
2 – Happy together                      “                                         Aperol spritz
3 – Luglio                                    “                                         Fiat 500
4 – Il mondo                                “                                         Crodino
5 – Anema e core                         “                                        Tè San Benedetto
6 – Sirtaki                                    “                                         Pesto Barilla
7 – Sapore di sale                        “                                          Costa Crociere
8 – Mariù                                    “                                           Dolce & Gabbana
9 - Che serà serà                         “                                           Schweppes
10 – Canzone americana            “                                            Stella Artois
11 – Mamma                              “                                            Salumi Gardani
12 – Guarda come dondolo        "                                           Intimissimi
13 – Che cosa c’è                       “                                           Esselunga


Che sotto sotto ci sia un desiderio più o meno inconscio di tornare alle belle e piacevoli canzoni di una volta?

Max Bonfanti, filosofo analista


La conoscenza, una questione di metodo



Acrilico su tela di Flavio Lappo (Produzione anni'70)
Un metodo di indagine conoscitivo, un approccio alla conoscenza e di conseguenza uno strumento per fare luce nelle disarmonie relazionali dell'individuo deve partire dalla chiarezza. Per questa ragione ho preso in considerazione un filosofo che potesse dare un contributo scientifico a tale necessità. Ho individuato in Renè Descartes filosofo del '600 e in alcune sue considerazioni le basi utili al nostro scopo: idee contenute nella sua opera I principi della filosofia nell'edizione italiana di Laterza, 1967 e successive.
Nel paragrafo 48 della Prima parte incontriamo questa considerazione [Io distinguo tutto ciò che cade sotto la nostra conoscenza in due generi: il primo contiene tutte le cose che hanno qualche esistenza e l'altro tutte le verità che non sono nulla al di fuori del nostro pensiero] e verso la fine [vi sono certe cose che noi sperimentiamo in noi stressi che non debbono essere attribuite alla sola anima e nemmeno al solo corpo, ma alla stretta unione che è tra loro...]
Al di là di ogni controverso parere sul pensiero cartesiano dei suoi epigoni, Descartes fu un matematico e le sue considerazioni mi danno una certa tranquillità di base. Un altro importante filosofo questa volta del '900, Gaston Bachelard, ci viene in soccorso con la sua opera La formazione dello spirito scientifico Cortina editore 1993; in questo testo Bachelard si propone di mostrare [l'endosmosi abusiva dell'assertorio nell'apodittico e della memoria nella ragione] vale a dire attraverso un metodo di ispirazione psicanalitico analizza le credenze, i costumi sociali, i metodi di affrontare gli eventi per porre una differenza tra ciò che è scientifico e ciò che è solo una credenza popolare. Prendendo in considerazione questo lavoro con i punti delineati poc'anzi direi che Descartes ci fornì gli strumenti di base utili per avviarci ad un lavoro metodologico matematico, e per questo sicuramente scientifico, atto allo studio della conoscenza. Nei brani esposti ci dice che la nostra conoscenza è essenzialmente di due generi: quella rivolta alle cose che esistono e l'altra che è solo del nostro pensiero: il tavolo su cui appoggio il computer per scrivere è sotto il mio controllo visivo e tattile e seppur i sensi mi ingannano, come lui afferma altrove, posso dire che il tavolo esiste come oggetto reale, se poi io lo vedo verde invece è rosso ciò non toglie nulla al fatto che esista. Le verità che esistono solo nel nostro pensiero, quali sono? L'intelletto e la volontà ne sono i principali anche se la volontà è illimitata e possiamo dire anche pericolosa. L'altro punto importante è la sua considerazione riferita alle cose che non appartengono né al solo corpo né alla sola anima ma all'unione tra loro come la collera, la tristezza, l'amore: questa considerazione pone Descartes come un attento osservatore dei comportamenti umani.

Un metodo per ben procedere cosa dovrebbe delineare? Innanzitutto deve tenere presente che esistono due modalità fondamentali del conoscere ma che queste due modalità non sono separate bensì interagiscono tra loro, non sto solo dicendo che corpo e anima sono unite, non direi nulla di nuovo. Sto affermando che proprio perché unite, o meglio in interazione, corpo ed anima creano una modificazione della realtà: interagendo possono modificare la vita dell'individuo e il suo rapporto con gli altri. 
Maria Giovanna Farina

In caso di Apocalisse



Giulia Bertotto ha pubblicato il suo primo libro ed è poesia. “In caso di Apocalisse” (ed. EscaMontage) non è una scrittura poetica appresa da altri poeti, ma è la sua personale scrittura poetica filosofica. Con uno stile del tutto personale, originale nei temi trattati e nel modo di “far giocare le parole”, Giulia ha donato ai lettori parole originarie scaturite dall'esperienza e dall'incosciente appartenenza ad un universo che ci contiene ed ha potere su di noi. Non siamo mai identici a noi stessi, siamo in ri-cerca, siamo figli della materia, ma siamo anche altro dalla sola aggregazione di atomi. La Filosofia è maestra? Certamente è madre delle nostre incertezze, ma è anche capace di renderci sempre puri esseri in meraviglia appassionati della nobile cura della nostra origine.

Di seguito una poesia tratta dal libro che mostra il valore della pratica filosofica:

Filosofia in tasca

Filosofia in tasca
Ho un’edizione economica in tasca
in caso di emergenza leggere Seneca
per dubbi dilanianti rivolgersi a Cusano
se non mi sento al sicuro
ho una maniglia antipanico,
si chiama Epicuro.
Per ridimensionare un dolore
somministrare l’infinito di Bruno

il metodo è dialettica, l’arte filosofia pratica!


Maria Giovanna Farina






Dio esiste? I filosofi si sono interrogati da molto tempo

Opera di Flavio Lappo
Si può dimostrare l'esistenza di Dio? Una domanda molto impegnativa a cui nel corso dei secoli anche i filosofi hanno tentato di rispondere. L'argomento della fede in Dio credo sia imprescindibile e per questo lo tratto sul L'accento di Socrate che ha il compito di far riflettere su ogni relazione umana. L'argomento è vasto e sarebbe riduttivo fare un discorso generico, mi limito qui ad introdurre la prova ontologica. Ontologico è un termine che si riferisce all'essere in quanto tale e la prova ontologica dell'esistenza di Dio ritiene Dio un essere immensamente perfetto che di conseguenza deve possedere necessariamente l'attributo dell'esistenza. Notissima è la prova ontologica di S. Anselmo d'Aosta (Aosta 1033 – Canterbury 1109), filosofo, teologo e arcivescovo di Canterbury. Ma prima di avventurarci nell'argomento di Anselmo facciamo un passo indietro nel VI secolo a. C. per incontrare il filosofo Parmenide di Elea e comprendere come il problema dell'essere sia molto antico. Parmenide sostenne un noto argomento che tanto fece riflette Heiddegger: l'essere è e non è possibile che non sia. In più disse che le caratteristiche dell'essere sono immutabilità, eternità, perfezione, sfericità (che per gli antichi era sinonimo di perfezione). Possiamo dedurre senza troppa fatica che pensare un oggetto ne dimostra la sua esistenza. Da questo terreno culturale prende le mosse la prova ontologica di S. Anselmo d'Aosta. Anselmo dal punto di vista filosofico si ispira a S. Agostino e ritiene fede e ragione come due momenti che conducono insieme alla conoscenza di Dio. La sua prova ontologica per dimostrare l'esistenza di Dio consiste in questo: l'esistenza di Dio si deduce dal concetto di Dio come ente di cui non si può pensare nulla di più perfetto, se non esistesse mancherebbe dell'attributo dell'esistenza il che sarebbe in contraddizione col concetto di essere perfettissimo. In altre parole, Dio è un essere perfetto ed esiste proprio perché in quanto perfetto non può avere una carenza così enorme come la non esistenza. L'argomento fu criticato dal suo contemporaneo Gaunilone per il "salto” che Anselmo avrebbe fatto dal piano logico a quello ontologico e dai filosofi che si sono succeduti, mentre tra i più noti sostenitori della tesi di Anselmo troviamo Cartesio e Leibniz.
Per avventurarsi in un tema così impegnativo e vasto credo si debba aver ben chiaro da quale punto di partenza abbia preso le mosse filosofiche la questione dell'esistenza di Dio: dopo la presa di coscienza e conoscenza si può appoggiare o sconfessare la prova ontologica.

Maria Giovanna Farina

Il dubbio è l’arte della crescita

opera di Paola Giordano

Chi per primo insegnò l’arte del dubitare? Socrate. Lui ci fece comprendere quanto il dubbio sia un proficuo strumento per conoscere e non un atteggiamento sterile fine a se stesso di chi non vuole prendere una posizione, ma si crogiola eternamente nel luogo della non scelta. Nulla ha a che vedere con gli ignavi di memoria dantesca, coloro che eternamente sono condannati a sorreggere un’insegna: come nella vita non presero mai posizione ora nel al di là devono scegliere. Il nostro Socrate ci insegnò che il dubbio è utile dopo la presa di coscienza della propria ignoranza, quando si sa di non sapere si può iniziare ad apprendere, ma si impara in piena auto consapevolezza solo se si dubita, se le verità che ci vengono propinate sono messe in discussione prima di essere prese per buone. Allora si potrà giungere alla verità. Si doveva partire dalla propria interiorità e metterla a confronto con la realtà esterna. Platone, il più grande discepolo di Socrate, continuò sulla strada del maestro per giungere ad affermare che la sensibilità è illusoria e in questo modo aprì la strada ad una posizione scettica riguardo la realtà, posizione che si contrappone all’unica certezza data fornita dalla ragione. Facendo un salto di numerosi anni giungiamo nel ‘600 a Renè Descartes che fece del dubbio e della sfiducia nei sensi il suo cavallo di battaglia. Il dubbio cartesiano ricalca l'idea socratica proprio quando afferma che l'unica certezza che posseggo come essere umano è il pensiero: penso quindi esisto. Se non pensassi non avrei la certezza di essere qui seduto davanti al fuoco...i sensi ci ingannano, la ragione mai. Anche in letteratura troviamo una famosa testimonianza del dubbio, il to be or not to be di Shakespeare, quel celebre essere o non essere che rimanderebbe al famoso dubbio di Amleto: vivere o morire. Un dubbio, questo, opposto al dubitare socratico; il dubbio amletico porta ad uno stallo, all'impossibilità di fare una scelta: chi può scegliere di morire se non l'aspirante suicida? La maggior parte di noi messo davanti a due posizioni tanto estreme sceglierebbe la vita. Se analizziamo il dubbio ci rendiamo conto che anche l'azione di dubitare richiede una tecnica, non serve dubitare e basta, bisogna dubitare con cognizione di causa se si vuole fare del dubbio un utile strumento di crescita. Il dubbio infine è uno dei cardini dell'atteggiamento filosofico, quel modo critico di porsi di fronte alla quotidianità. Quel modo che ci può aiutare a superare le nostre difficoltà. 
Maria Giovanna Farina



Omaggio a Rutger Hauer

Immagine tratta da Il mattino


Il mio commosso omaggio al grande attore Rutger Hauer morto il 19 luglio del 2019, è un ricordo legato al primo film che vidi con lui interprete di una storia d'amore eterna come lo è amore tra due che si amano davvero. Una produzione, la sua, che mi ha affascinata anche per la versatilità delle sue interpretazioni. Il cinema ha perso una vera “stella”. Ecco di seguito l'articolo che scrissi un paio di anni fa.


Dal film  Ladyhawke 



Il film-fiaba Ladyhawke del 1985 colpisce per la sua “immortalità”. Siamo nella Francia del XII secolo, Isabeau d'Anjou (Michelle Pfeiffer) giunge ad Aguillon per la morte di suo padre. Lì, nonostante molti si fossero innamorati di lei, la giovane ricambia solo l'amore di Navarre (Rutger Hauer). I due innamorati devono purtroppo mantenere segreto il loro sentimento perché il Vescovo è innamorato della bellissima Isabeau e per di più è incapace di tollerare l'idea di saperla felice con un altro uomo. Il malvagio prelato venuto a conoscenza del loro sentimento, pur di impedire l’unione, stipula un patto con Satana che condanna Isabeau a essere un falco di giorno e Navarre un lupo la notte. La maledizione si potrà interrompere durante un’eclissi di sole. Per permettere che la condanna abbia fine Navarre deve rinunciare al suo desiderio di vendetta sul Vescovo. Avviene l’eclissi, la donna torna ad essere solo umana e la maledizione si scioglie, ma il Vescovo non accetta la libertà di lei e tenta di ucciderla. Interviene Navarre in sua difesa e con una spada pone fine alla vita del Vescovo. I due innamorati sono finalmente liberi di amarsi.
Ladyhawke mette in scena la sofferenza per un amore osteggiato, è la lotta dei due innamorati per salvare la loro unione e allo stesso tempo mostra l’invidia per la felicità altrui che giunge fino alla violenza. Centrale nella storia è la maledizione che va a colpire la creazione del loro amore forte, bello e immortale capace di creare invidia in chi non conosce la vera passione reciproca, che è libertà e non potere sull’altro, e colloca il Vescovo nei panni dello sconfitto. Per questa ragione il religioso accecato dall’odio e dalla inaccettabile disfatta sposa la causa del Diavolo che divide chi è unito: egli fa un patto con il male. Isabeau e Navarre sono condannati a desiderarsi senza mai incontrarsi, la pellicola ci mostra con struggente intensità i pochi istanti in cui possono vedersi come esseri umani per poi subito dividersi: lei falco e lui uomo o lei donna e lui lupo. La metamorfosi che entrambi subiscono ad ogni alba e ad ogni tramonto blocca, opponendosi al nuovo mondo in costruzione, la loro coppia e con crudeltà la maledizione si va ad insinuare nell’area privilegiata inaccessibile a tutti gli altri esseri umani. Il Vescovo colpisce la coppia nel momento della creazione, certo di raggiungere il proprio scopo.
Il potere terreno, infatti, unito a quello del male rende più imperioso il dominio sull’amore e sul femminile nel tentativo di sottrarre la forza dell’invincibilità, ma chi si ama è indistruttibile agli attacchi della separazione. Fortunatamente nella storia, al contrario della vita reale, l’aguzzino dei sentimenti rimane sconfitto dalla forza soprannaturale dell’innamorato; Navarre è capace come un cavaliere valoroso e vittorioso di tenere stretta a sé la sua dama, salvandola, tra l’altro, da un tentato femminicidio. L’ultima scena del film celebra la vittoria dell’amore sull’odio: alla morte del Vescovo segue un’esplosione catartica di gioia fatta di sguardi infiammati e di abbracci appassionati che ci comunica quanto i due siano finalmente liberi di gridarsi: “Ti amo!”. Un fascio di luce li illumina assicurandoci che sono un’unica sostanza, lontana dall’odio e prossima all’eterno.
Maria Giovanna Farina

Il nostro pensiero è davvero nostro?


Una delle resistenze maggiori da superare nel modo di ragionare è quella dovuta a quanto “ereditiamo”, volenti o nolenti, dalla cultura alla quale apparteniamo. E per cultura si intende ciò che ci viene tramandato, giusto o sbagliato che sia, da quanti ci hanno preceduto. È noto che non è tanto la validità dei concetti quanto il modo con cui vengono impartiti a determinarne la validità per cui sovente si dà più ascolto al “sentito dire” o a quanto si è sentito fino alla nausea rispetto a ciò razionalmente valido. Gaston Bachelard, matematico filosofo francese del secolo scorso asseriva che l’endosmosi abusiva dell’assertorio nell’apodittico e della memoria nella ragione sono le cause prime contro la formazione dello spirito scientifico e, visto il tenore delle opinioni imperanti, non si può che dargli ragione. Io la penso così, quante volte ci è capitato di dire o di sentire queste parole? Senz’altro tante, ma ci siamo mai chiesti fin a che punto quest’asserzione corrisponde al vero? Quanto di ciò che crediamo sia frutto della nostra testa è davvero tale?
Uno dei compiti del filosofo è quello di dare una risposta a queste domande e far sì che il pensiero di chi pensa sia il più possibile libero dal condizionamento operante. È difficile mettere in discussione gli insegnamenti ricevuti, in particolar modo quelli impartitici dai nostri genitori che a loro volta avevano ricevuto dai loro genitori che a loro volta….Sì, molte cose che una volta erano ritenute assiomi, ora non lo sono più, anzi vengono ritenute sbagliate e la lista sarebbe troppo lunga. Persino certi capisaldi della religione cattolica non sono più tali e gli addetti ai lavori sanno che non mi riferisco alle innumerevoli variazioni del lezionario. Una volta c’era l’elisir di lunga vita, rimedio contro ogni male che in teoria curava dalla coriza al cancro ma in realtà era solo un placebo, si riteneva che le comete fossero causa di sventure, che fumare uccidesse i microbi e le persone ritenute poco gestibili, quasi sempre donne, venivano messe al rogo. Procedure apotropaiche d’ogni sorta erano praticate ad ogni livello socio-culturale. Molte cose sono cambiate, ma siamo ancora molto lontani dallo spirito scientifico auspicato da Bachelard; hanno spento le pire, ma rimangono ancora accesi molti lumini e sappiamo che certe sostanze sono altamente infiammabili. Un altro punto relativo alla proprietà di pensiero riguarda le scelte che si fanno, in particolare quelle relative alla politica che troppo spesso combaciano supinamente con la linea del partito, qualunque esso sia, e non col modo di vedere le cose che dovrebbe essere il più possibile scevro da condizionamenti d’ogni sorta.
Un suggerimento per iniziare il cammino verso la formazione di uno spirito scientifico potrebbe essere quello di non dare mai nulla per scontato e prima di lasciarsi andare a facili inferenze chiedersi: cui prodest? A chi giova? 
Max Bonfanti, filosofo analista

Mela d'oro a Cristiana Pegoraro

immagine di askanews



22 giugno 2019, la pianista e compositrice Cristiana Pegoraro ha ricevuto il premio Marisa Bellisario, la mela d'oro come riconoscimento alle eccellenze femminili. Un grande emozione anche per me che ho il piacere di conoscerla e di averla intervistata nove anni fa per la prima volta su L'accento di Socrate a cui ne sono seguite altre su diverse riviste. Riporto di seguito quella del 2010.

Da L'accento di Socrate

Cristiana Pegoraro è una pianista di fama mondiale, un’italiana che si è fatta conoscere ed apprezzare nell’esecuzione e nella composizione musicale. Eclettica e creativa, di formazione classica, si lascia ispirare anche dalla sensualità del tango argentino. Rappresentante di un femminile produttivo ed elegante, ho avuto il piacere di intervistarla per inserirla nel nostro laboratorio filosofico come modello ideale per le nuove generazioni. La musica, diceva il filosofo Arthur Schopenhauer, viene compresa ovunque: essa è l’unica vera lingua universale. Se poi la musica è così elevata come quella di Cristiana Pegoraro….
D. Quando ha toccato i tasti per la prima volta?
R. Ho iniziato a quattro anni all'asilo, avevamo un'insegnate di musica come tutti i bambini. Poi mi sono molto appassionata e a cinque anni mia mamma mi ha chiesto se volevo studiare seriamente, così mi ha portato da un'insegnante privata ed è stata una bellissima cosa perché io ero molto appassionata da subito
D. Ce l'aveva proprio dentro di sé
R. Assolutamente sì. Mi ricordo quando portarono a casa il primo pianoforte verticale, ebbi una crisi di pianto, di riso, di gioia, mi rotolavo per terra: per me questo pianoforte era una cosa bellissima, era arrivato e potevo suonare
D. Era quasi un destino per lei
R. Veramente!
D Lei, Cristiana, si sarà fatta aspettative da giovane diplomata, in che misura si sono realizzate?
R. Ho iniziato a suonare e per me era la cosa più normale del mondo, io suonavo e studiavo e a volte i miei genitori mi dicevano di non studiare così tanto ma di fare anche altre cose. Ma io ero lì appiccicata al pianoforte e mi sentivo molto bene. Finché uno è bambino non si pone la domanda “Dove andrò con questo?”, io volevo suonare: punto. A dieci anni ero sicura che volevo fare la pianista, sono entrata in conservatorio ed ho iniziato a fare i primi concerti senza avere delle mete da raggiungere: volevo suonare, volevo far concerti. Diciamo che tutto ciò si è poi realizzato, sono estremamente fortunata perché non insegno, ma vivo di concerti, mi sposto da città a città e svolgo la libera professione. Con gli anni pian piano di mete se ne sono create sempre di più perché uno tende a sviluppare la propria carriera, sempre una carriera in crescita alla ricerca di nuove esperienze musicali. Essere artista non vuol dire solo essere pianista anche se nasco come pianista classica, ma dopo tanti anni vissuti a New York mi si sono aperti gli orizzonti ed ho studiato molto la musica sudamericana. Poi ho iniziato a comporre, a fare le mie trascrizioni dei tanghi di Astor Piazzolla. Ho molto variato
D. Lei nel 2007 riceve insieme a Claudio Abbado il premio Sebetia-Ter, targa d'argento del Presidente della Repubblica, come riconoscimento per la sua attività di concertista e compositrice, cosa rappresenta per lei la scrittura musicale?
R. E' l'espressone più diretta di me stessa, dei miei sentimenti più che suonare un brano di un altro compositore. Questo mi esce dal cuore, è una cosa estremamente spontanea che faccio
D. Una persona usa l'alfabeto per scrivere di sé come lei usa le note
R. Esattamente. Anche se mi sento artista a trecentosessanta gradi, ho scritto e pubblicato un libro di poesie con mia musica (Ithaka). Ho nel sangue il dovere di esprimermi e cerco di farlo con i mezzi che ho a disposizione e la musica è sicuramente il primo mezzo, un linguaggio molto immediato ma mi piace scrivere anche con le parole. Mi diverto anche con le immagini attraverso la fotografia
D. Probabilmente la musica le ha aperto al strada, che poi per lei è diventata la strada maestra, ma le ha dato anche la possibilità di far uscire tutte le altre parti di sé artistiche
R. Credo che il mio DNA sia artistico, non mi mettete a fare una cosa di matematica. Anche se dicono che il musicista ha una mente matematica, credo di essere l'unica eccezione al mondo
D. Forse eccellendo al pianoforte ha dovuto mettere da parte il resto. Credo che lei sarebbe riuscita in matematica se ci si fosse dedicata maggiormente: forse tutto il resto è sceso in secondo piano?
R. Sì, la musica veniva prima di tutto anche se ho avuto una preparazione generale
D. Nel 2005, in occasione del suo decimo concerto annuale al Lincoln Center di New York, le viene conferito dal Circolo Culturale Italiano delle Nazioni Unite il prestigioso riconoscimento “World Peace Award” per il suo particolare impegno nel promuovere la Pace nel mondo
R. Sì, nel corso degli anni ho fatto molte cose insieme ad organizzazioni internazionali a supporto della pace e per i bambini, sempre attraverso le Nazioni Unite, ma anche con l'Unicef. Ho collaborato anche con Emergency
D. La musica che è il suo canale comunicativo privilegiato, come può creare la pace dell’anima?
R. Sono convinta che la musica vada a risvegliare dei sentimenti che noi portiamo dentro e spesso sono talmente dimenticati da tante altre cose anche materiali. Penso che l'essere umano abbia dentro una sua sensibilità e la musica, essendo un linguaggio così diretto senza parole e universale, vada a risvegliare nell'animo di ognuno quello che ha dentro. Dopo tanti anni che mi occupo di compositori, di capire quello che hanno scritto, mi rendo conto che questi grandi geni sono state delle persone estremante profonde e ci hanno lasciato una serie di messaggi attraverso la loro musica; se uno riesce a capirli, da interprete ha il dovere di passarli alle persone che ci ascoltano. Nei miei concerti racconto aneddoti, racconto cosa vuol dire quel pezzo musicale e perché il compositore lo ha scritto così. Lo faccio per far avvicinare le persone all'idea creativa. Dopo di che l''ascoltatore ha l'animo più aperto per ricevere quello che gli vado a suonare ed io non faccio altro che risvegliare quello che ognuno di noi si porta dentro. Spero di riuscirlo a fare
D. Lei fa dunque una terapia. Se la musica riesce a risvegliare, esci dal concerto che stai meglio
R. Sì, e vero, me lo dicono. Molti mi dicono “Ho passato un'ora di trasporto in un'altra sfera” oppure “Mi son sentito bene”. Io la prendo anche molto come una missione, purtroppo nel corso degli anni il musicista, anche importante, è stato sempre una persona vista sul piedistallo: entra, suona, saluta e se ne va. Invece proprio perché manca fondamentalmente, soprattutto qui in Italia, una cultura di base musicale, bisogna risvegliarla
D. Lei fa un discorso socratico, Socrate sosteneva che dentro di noi c'è tutto bisogna solo tirarlo fuori. Effettivamente il musicista supponente non aiuterà mai nessuno ad avvicinarsi alla musica classica che è una musica eterna
R. Certo. Tra l'altro sono un'amante della filosofia greca
D. I Greci hanno detto tutto...
R. Sì, hanno detto tutto, poi è stata un po' elaborata
D. Attualmente lei è impegnata, prima artista donna italiana al mondo, nell'esecuzione integrale, in Italia, Germania e Austria, delle 32 Sonate per pianoforte di Beethoven
R. Sì, è una cosa estremamente impegnativa. Sto studiando Beethoven anche dal punto di vista del chi era lui come uomo, cosa faceva perché preparo otto concerti con otto conferenze con otto temi relativi a Beethoven e al periodo storico. Lui era un appassionato di filosofia e come lui tanti altri compositori si sono spesso riagganciati alla filosofia greca. Beethoven amava Kant, Beethoven ha messo in musica anche la filosofia
D. Il suo grande impegno quotidiano con il pianoforte, un dedicarsi così profondo è motivo di felicità o ruba spazio al resto?
R. Eh sì, tutto non si può avere nella vita. Bisogna fare dei sacrifici, magari da ragazza lo facevo così spontaneamente che non mi veniva l'idea di volere altre cose. Alle gite scolastiche non andavo mai perché dovevo suonare, alle feste andavo pochissimo...Nessuno mi costringeva a suonare. Poi nel corso della vita ho dovuto fare altre cose per la sopravvivenza, ho vissuto fuori dall'Italia già da quando avevo sedici anni...Però il mio tempo è stato occupato fondamentalmente dal suonare, dal conoscere, dal viaggiare perché associato alla mia professione. Conoscere persone diverse e culture diverse arricchisce molto
D. Forse ha riempito i vuoti di esperienze
R. Sicuramente. Sono comunque una persona molto socievole e con gli altri sto benissimo, ma sto bene anche da sola
D. Star bene con se stessi significa essere cresciuti bene
R. Non è semplice perché anch'io spesso soffro di solitudine
D. Sono stati d'animo che appartengono a tutti, che affondano le radici nel vissuto di difficoltà personali, l'importante è saper convivere con le proprie difficoltà
R. Bisogna raccontarle e capire cosa sono
D. Considerando il suo libro di poesie “Ithaka”, le chiedo cosa rappresentano per lei i luoghi della memoria?
R. Tornare alle origini. In Grecia, adoro al Grecia e sono felice di ritornarci perché lì mi sento a casa. È risvegliare una memoria che è dentro di me, ma anche in ognuno di noi perché tutti veniamo, a livello spirituale e di pensiero, dalla Grecia. È un avvicinarsi alle origini dell'uomo
D. Della cultura occidentale che è in declino... ma lei fa di tutto perché ciò non accada
R. Io lo spero. Mi capita spesso di incontrare, anche in ambienti totalmente diversi, amanti della Grecia con questa ideologia
D. La musica è un mezzo per viaggiare nel tempo?
R. Sì, anche perché io sono molto nostalgica. Mi trascino nel passato facendo dei lunghi viaggi
D. Era un tempo più adatto alla creazione artistica?
R. Era un tempo molto più lento con meno tecnologia, adatto alla creazione artistica
D. Oggi l'arte non c'è più?
R. Sono convinta che non nascerebbe più un Beethoven
D. Lei è una degna rappresentante
R. No, io non mi paragono
D. Ma io posso
R. Diciamo che sono un'incarnazione moderna del musicista. Uso il computer, ma quando compongo uso la matita e sembro una di duecento anni fa. Non mi sono convertita
D. Ha mai rischiato di rinunciare alla musica?
R. No, ho lottato sempre per averla. La mia vita normale si è aggiustata intorno alla mia vita di artista
D. Una domanda che nessuno le ha fatto e alla quale lei vorrebbe rispondere
R. È uscito da ciò che abbiamo detto fin ora. Se la domanda fosse: Puoi vivere senza musica? No, non potrei vivere senza musica. Potrei forse fare a meno di tutto il resto. L'amore e la passione sono due elementi su cui baso il mio essere musicista. Non solo l'amore per un essere umano ma l'amore in generale e ad alto livello: anche di questo ne faccio a stento a meno
Maria Giovanna Farina